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Musica

Radiohead, The King Of Limbs

Radiohead - The King Of LimbsHa una copertina che ricorda l’Art brut, l’ottavo album dei Radiohead, e un titolo – The King Of Limbs – che comunica tramite una grottesca schiettezza. Da mesi i consigli musicali di Yorke sul sito ufficiale erano accomunati dalla stessa matrice: l’elettronica. Salvo rare eccezioni come Arcade Fire o Archie Bronson Outfit, Thom – nelle “office chart” su Dead Air Space – condivideva coi lettori i suoi approdi alle pulsazioni più fresche: dagli ormai noti Apparat (e quindi Moderat) alle soluzioni minimali di Ramadanman passando per il glitch, il dub, fino al più eclettico Kieran Hebden (Four Tet).

Otto tracce, poco più di mezzora, il tempo del download è quello che si impiegherebbe a scartare l’involucro del cd, l’idea precoce era che sarebbe stato un album vicino alle recenti collaborazioni del cantante con Flying Lotus, ma sono sufficienti i primi minuti di ascolto di The King Of Limbs per riconoscere il timbro della band. Bloom vara il nuovo album con il malinconico pianoforte subito spezzato dalle sintetizzazioni e sublimato dalla voce languida di Yorke, la musica dipinge i testi: tartarughe, capriole, meduse, e quel senso di turbamento terreno, umano, inserito nelle ineffabili orbite in cui i Radiohead vedono le “fioriture degli oceani” e “i sospiri dell’universo”.

Dai testi trapelano analogie col simbolismo, o con la poetica del frammento, come la non chiara personificazione della gazza di Morning Mr. Magpie, il secondo pezzo dell’album: un uccello dispettoso che ruba memoria e melodia, un ritmo spezzato, una nenia incalzante, una rabbia contenuta, ineluttabile (“you know you should, but you don’t”).

La voce della protesta, sottile, calibrata e incisiva – in perfetto stile Radiohead – arriva con Little By Little, che accelera il ritmo e si innesta nel cuore dell’album, con arrangiamento ritmico e una chitarra acustica e pulita. Il testo mi ha ricordato l’alienazione di Fitter Happier, inquietante poesia in musica di Ok Computer. Little By Little è una denuncia alle premure occidentali per un’accumulazione preventiva e insensata: “Obligations/Complications/Routines and Schedules/ A job that’s killing you/ Killing you”. E come un ritornello amaro, l’accusa che riprende la superficialità dei rapporti personali, se in Fitter Happier era per cautela “fond, but not in love (affezionato ma non innamorato), in Little By Little è già irreversibilmente “I am such a tease, and you’re such a flirt” (io un seccatore inconcludente e tu una civetta), come a dire che la provocazione è il clou del gioco, senza aspettative riguardo seguiti costruttivi.

Radiohead 2011Il pezzo più riuscito, o forse il nodo centrale della ricerca Radiohead è lo scontroso Feral (ferino). Graffiante, secondo l’estetica dell’errore e dell’accumulazione sonora, ha l’unico difetto di essere troppo breve, ma forse l’intento è lasciare la traccia insoluta. Il suono sintetizzato è interrotto solo dall’eco della voce di Yorke, che si esercita in virtuosismi e ripete ciclicamente il titolo, ricordando alla lontana alcuni brani più avanguardisti di Amnesiac (Puck/Pull Revolving Doors o Like Spinning Plates). Lotus Flower è già familiare: scelto dalla band come singolo, è un pezzo sensuale, interpretato nel video in modo insolitamente sciolto dal criptico Thom, invita a danze erotiche, a desideri sottintesi, accennati (“lentamente ci dispieghiamo come fiori di loto”) e tuttavia il ritmo è coinvolgente, penetrante, un’antitesi efficacissima, travolgente come la corrente carnale di Backdrifts (Hail To The Thief), ma aggiustato dai “listen to your heart” e coronato dai dubbi “just to see what if, just to see what is”. Codex suggerirebbe il volgere di una fine un po’ deprimente, un calo improvviso di attenzione: una ballata semplice, forse troppo, dal testo scarno, e dal ritmo non abbastanza incisivo, una costante dei lavori del gruppo, ma senza la carica emotiva di alcuni precedenti piano-voce come Exit Music (Ok Computer) o Sail To The Moon (Hail To The Thief). Give Up The Ghost arriva come Faust Arp di In Rainbows, l’amore mai totalizzante cantato dai Radiohead, un abbraccio caldo ed estatico, ma disturbato dalla ripetizione di un’amarezza docile, una quiete tagliente, gravida di terrore, come autunnale. Se in Faust Arp c’era la ripetizione di “I love you but enough is enough, enough. A last stop, there’s no real reason” (Ti amo ma ne ho abbastanza, basta. Non c’è un vero motivo, è il capolinea), in Give Up The Ghost la costante è l’assonanza di “don’t haunt me, don’t hurt me” (non perseguitarmi, non ferirmi) e “in your arms”, una consolazione circonfusa dai suoni rassicuranti del sottobosco, come in un’audio-fiaba.

Trovare il finale è l’ossessione di ogni artista, Street Spirit (Fade Out) che chiude The Bends è di una bellezza così lacerante da riuscire a sembrare persino inflazionata. La stessa band non ripropone frequentemente quel periodo, come fosse un imbarazzante ricordo d’adolescenza. Se l’andamento oscillante di The King Of Limbs lascia qualche perplessità sulla coerenza del messaggio (ma anche questa è una caratteristica inconfondibile del gruppo) la scelta di chiudere con Separator è un colpo di genio: indefinite sfumature oniriche e nebbiose, una base ritmica in crescendo che grazie ancora a Yorke assume una personalità familiare, accogliente, senza contorni ma solo colori primari, come un canto che arriva confuso nel dormiveglia, e ripete “wake me up” fino a dissolversi, ma dopo aver ammiccato “if you think this is over, then you’re wrong”.

Ok Computer lasciava intravedere la sperimentazione elettronica, ma rimaneva, anche se di indiscussa perfezione, un album rock. La maturità artistica dei Radiohead è il rivolgimento Kid A, il punto di rottura che separò la band dall’ingenuità verginale di Pablo Honey e The Bends per ascriverli a un genere ibrido e ricercato che è, per l’appunto, l’isola Radiohead. The King Of Limbs è un album di transizione: non era stato di certo difficile infatuarsi per poi sorprendersi a sviscerare ogni dettaglio di In Rainbows, talmente equilibrato, nei suoni e nelle vibrazioni, che dopo il tetro e cupo Hail To The Thief sembrava l’aurora della rinascita, già dal sospettoso titolo al plurale. Questa nuova fatica ha lo spessore, la statura e l’autorevolezza di un album dei Radiohead, ma non è immediata e endemica come fu la sorpresa In Rainbows, che come sappiamo fu anche la rivoluzione del libero arbitrio in contrasto con i dettami discografici (e forse fu anche questo a elevarne la bellezza, ossia la caparbietà del voler venire alla luce). The King Of Limbs è spoglio, ma non negletto, sembra un po’ asservito alle regole della musica minimale, ma con la forza amara (non acida) dei testi. Ha l’anima curata, un piglio coscienzioso, senza orpelli passionali, rinuncia agli archi, sintetizza, è meno rivoltoso, ma crudo e inflessibile nel giudicare le comode e vuote derive della nostra esistenza.

Chiede tenacia, The King Of Limbs, chiede di essere illuminati e svegli come fossimo “caduti dal letto dopo un lungo e vivido sogno”, per non inciampare nei giudizi approssimativi delle prime impressioni, che ci hanno intorpidito nell’assenza di profondità.

Radiohead – The King Of Limbs

Autoproduzione, 2011 (www.thekingoflimbs.com)

Tracklist

01. Bloom (5:15)     
02. Morning Mr Magpie (4:41)     
03. Little By Little (4:27)     
04. Feral (3:13)     
05. Lotus Flower (5:00)     
06. Codex (4:47)     
07. Give Up The Ghost (4:50)     
08. Separator (5:20)

Commenti

2 commenti a “Radiohead, The King Of Limbs”

  1. Conservo l’abum gelosamente custodito nella mia playlist, in attesa del giusto momento per ascoltarlo, ma dopo aver letto la recensione inizio ora con la prima traccia!

    Di Floriana Pelagi | 18 marzo 2011, 12:53

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] accostando per contrasto. Dopo The Gloaming, il crepuscolo, Separator, che, in un album di cui ho già ampiamente parlato, ha un posto d’eccezione, è come un calmante, come una garza che protegge gli urti e non fa […]

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