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Cinema

Vallanzasca, il fascino del male

La locandina di VallanzascaMille polemiche per il film di Michele Placido che racconta la storia della banda della Comasina e del suo leader Renato Vallanzasca. Alla Mostra del cinema di Venezia le proteste feroci della Lega, che ci leggeva un’apologia del criminale, avevano costretto addirittura la giuria a mettere il film fuori concorso. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire usando una facile citazione shakespeariana. Il cosiddetto “fascino del male”, esercitato sugli spettatori da personalità forti e oscure come nel caso di Renato Vallanzasca, può essere considerato un rischio per la scelta di trattare il soggetto senza giudizi morali, certo, ma interpretazioni personali ed empatie soggettive possono ingannare e sedurre nello spazio di una visione, difficile pertanto pensare che possano avere conseguenze determinanti nelle scelte di vita degli spettatori. Tanto più se si considera che il pubblico è ormai piuttosto avvezzo a tali personaggi. Anche se il modo in cui Placido decide di trattare il tutto è discutibile, se non altro per una questione di stile.

Il film riprende, a partire dal 1985, la storia del protagonista, il “bel René” (Kim Rossi Stuart). A raccontarcela è la voce fuori campo dello stesso Vallanzasca, detenuto nel carcere di Ilario Irpino, mentre viene pestato a sangue dai secondini dopo l’ennesima provocazione. Vediamo il giovane ai suoi esordi da bambino delinquente mentre apre la gabbia delle tigri e finisce nel carcere minorile. Una gavetta che lo porterà dapprima a cercare inutilmente un appoggio dal boss locale Francis Turatello, poi a formare una combriccola tutta sua, diventando il leader della Banda della Comasina. Seguono le imprese criminali, gli arresti, le evasioni, le fughe da un rifugio all’altro, le efferate violenze sugli altri e su se stesso, il trasferimento di carcere in carcere, le bastonate durante gli anni di prigionia, il matrimonio con una sua ammiratrice fatto per convenienza, sino ad arrivare alla cattura finale.

Kim Rossi Stuart - Vallanzasca

La pellicola, prodotta dalla 20th Century Fox, sceglie il registro del film d’azione, molto vicino ai canoni della spettacolarizzazione anglosassone e americana, con tanto di montaggio frenetico, colori vivaci e adrenalina che scorre a fiumi. Una scelta che, se da una parte ammicca al pubblico giovane per la piacevolezza, la scorrevolezza e l’intensità, dall’altra tralascia un approfondimento sul profilo psicologico dei personaggi e, soprattutto, trascura l’importantissimo periodo storico nel quale si svolgono le vicende. Questa microstoria affonda le sue radici nella Milano violenta degli anni ’70, dove non c’erano solo i Vallanzasca e i Turatello. A dominare le cronache dei giornali erano invece gli attentati dei terroristi rossi e neri, il rapimento di Moro, le continue violenze che sconvolgevano il nostro Paese. Un background di fondamentale peso, di cui la pellicola però non si fa carico. Ne viene fuori quindi un filmetto godibile ma monodimensionale, in cui Vallanzasca sembra uscito da un soggetto di Guy Ritchie e i personaggi che gli fanno da contorno servono per dargli ancor più risalto: poliziotti, amici, nemici, tutti ai piedi del carismatico leader della banda. Interpretato peraltro benissimo da Kim Rossi Stuart che, a parte qualche difficoltà nella dizione milanese (a volte addirittura più simile a quella emiliana), gli regala occhi di ghiaccio e sorriso beffardo. Tutto il cast sembra all’altezza, a cominciare da Filippo Timi nella parte dell’amico traditore Enzo, un po’ sopra le righe ma sicuramente apprezzabile. E se i personaggi non hanno quella tridimensionalità che dovrebbero offrire, non è certo colpa degli attori.

Kim Rossi Stuart - Vallanzasca

Veniamo allora al principale imputato: Michele Placido, nelle sue intenzioni, voleva affrontare il soggetto in “modo asettico, quasi entomologico, lontano dal giudizio morale”. Premessa interessante, peccato che il regista, fin da subito, appaia perdutamente innamorato del suo personaggio, abbandonando nei fatti qualsiasi pretesa di approccio obiettivo e standogli attaccato in modo quasi morboso. Quel ragazzotto spavaldo, che ha successo con le donne e personalità da vendere, finisce subito per monopolizzare la scena, mettendo in secondo piano le proprie scelte morali ed ergendosi al di sopra del tempo e dello spazio in cui viene collocato.

Nel precedente lavoro, Romanzo Criminale, il regista era stato sostenuto dall’ottimo libro di De Cataldo, che raccontava le gesta della banda della Magliana affrontando anche il periodo buio che ne faceva da scenario. Qui, invece, Placido ha fatto da sé, basandosi soprattutto sull’autobiografia del criminale, Il fiore del male. Bandito a Milano, scritta con l’aiuto del giornalista Carlo Bonini, e integrata dai racconti diretti dell’ultima moglie di Vallanzasca, Antonella D’Agostino. Una mano pesante sullo script che ha stravolto completamente la prima stesura fatta da Pasquini e Purgatori, i quali, polemicamente, hanno poi deciso di ritirare la loro firma. Ne è scaturita una scrittura frammentaria senza compattezza narrativa, che si impernia sull’abusato stereotipo dell’uomo perduto tra violenza, sesso e alcol. L’ottima colonna sonora, affidata ai Negramaro, è spesso funzionale nel sottolineare le battute sarcastiche del seducente Vallanzasca. E se nelle intenzioni di Placido il film doveva essere “uno spaccato sull’Italia di quegli anni e non una cronachetta”, “la storia di un ragazzo di una famiglia perbene, bello, intelligentissimo, che poteva affrontare la vita nel modo più normale e non si capisce perché ha scelto il crimine”, il risultato finisce per essere fondamentalmente altro.

Kim Rossi Stuart - Vallanzasca

A un bilancio già poco convincente si aggiunge un finale arrogante (seppur piuttosto fedele, pare, alle testimonianze reali), che sembra voler sottolineare ancora una volta la superiorità del protagonista. Come sempre a scegliere è lui quando decide di consegnarsi — con tanto di plateale battuta conclusiva — al poliziotto che lo ha fermato, solamente perché impietosito dalla giovane età di quest’ultimo. Una narrazione che fa apparire il Vallanzasca di Placido quasi come una simpatica canaglia, amata da tutti e con una moralità tutta sua, ma in fondo rispettabile. Una sorta di eroe romantico che ha scelto di vivere secondo le sue regole. E quando, prima dei titoli di coda, ci viene ricordato che il “bel Renè” è in carcere da 38 anni, affezionati ormai al personaggio si rischia quasi la commozione. Forse è un po’ troppo per un condannato che sta ancora scontando quattro ergastoli per i reati di rapina (settanta), sequestro di persona (quattro) e omicidio (sette, quattro dei quali compiuti direttamente).

Vallanzasca – Gli angeli del male  (2011)

Regia: Michele Placido
Cast: Kim Rossi Stuart, Paz Vega, Filippo Timi, Valeria Solarino, Francesco Scianna , Moritz Bleibtreu
Genere: Dramma
Distribuzione: 20th Century Fox
Nazione: Italia
Durata: 125 minuti

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