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Scrittura

Tom Rachman

Imperfezioni difettose, il confronto

Contattare Tom Rachman non è stato difficile, superata la bruciatura per la totale indifferenza da parte del suo editore italiano, Il Saggiatore, ho intercettato l’autore tramite il suo sito internet e ho con sorpresa ricevuto una risposta tutt’altro che tardiva.

Tom Rachman

Rachman mi ha chiamata su skype e mi ha concesso un’intervista nella quale è emersa la statura compassata di un giornalista cresciuto professionalmente su diversi versanti, ma soprattutto avvantaggiato dall’esperienza di corrispondente, che gli ha fornito una visione del sistema informazione da diverse coordinate. È una qualità che manca ai maldestri personaggi del suo libro, Gli imperfezionisti, in qualche modo accomunati dal paradigma contraddittorio proprio di ogni essere umano: i difetti si mitigano e diventano imperfezioni, cosicché ognuno è adatto a ricoprire un ruolo su misura, tra il duttile e il dilettevole.

Si nota subito come Rachman sia abituato a concedere interviste, a pochi mesi dal suo debutto in libreria ho incontrato uno scrittore disincantato e pragmatico, abituato a scivolare sul ruvido del suo campo di competenza, ma serenamente appagato da una professione in continua evoluzione, come lo sono i mezzi di comunicazione odierni, che ci permettono di essere reperibili ovunque, informati in diretta, collegati, condivisi, ma forse solo in parte coscienti, consapevoli della misura ma non della proporzione.

Valentina Avoledo (VA): Hai viaggiato e lavorato in molti paesi. Perché hai scelto Roma per ambientare il tuo romanzo?

The imperfectionistsTom Rachman (TR): Ho scelto Roma per un paio di ragioni. Primo: è una città che conosco, ci ho vissuto per tre anni quindi ho pensato di poterla descrivere bene. Era anche molto importante per me ambientare il romanzo in una città estera, per lo meno non anglofona: parte della storia che volevo raccontare era l’esperienza di vivere lontano da casa, e essere leggermente distaccati dalla cultura nella quale stai vivendo, in un limbo tra la tua e quella nella quale ti trovi. In secondo luogo, al tempo lavoravo all’International Herald Tribune di Parigi e, per evitare che si pensasse proprio a quella redazione, ho preferito scegliere Roma, inventandomi un giornale di sana pianta.

VA: Come è nato il tuo romanzo? L’hai scritto in racconti e poi li hai raggruppati? Oppure è venuta prima l’idea della redazione?

TR: Allo stadio iniziale c’è l’idea dei personaggi, che sono nati per forza tutti insieme e le cui caratteristiche hanno cominciato a popolare la mia immaginazione, ma volevo scrivere un romanzo e originariamente non sapevo come unificare queste storie separate. Vivevo e lavoravo nel mondo dell’informazione, ne avevo dunque una conoscenza profonda e ambientarle in quel contesto mi è venuto spontaneo. Sapevo come dare un dettaglio vivido ai protagonisti e la redazione era una sorta di colla necessaria per dare alla luce queste storie. Separatamente i racconti avevano una loro indipendenza, ma speravo che ne uscisse un progetto unitario.
I personaggi non prendono spunto da persone reali, sono tutti inventati, ma direi che vengono da una realtà che ho conosciuto molto bene: ho vissuto l’ambiente dell’informazione soprattutto in contesti internazionali, la mia esperienza mi ha concesso un bel po’ di spunti, anche se i personaggi sono tutti nati dalla mia fantasia.

VA: Snyder, l’inviato a Il Cairo, è forse il peggior personaggio dell’intero libro. Tratta le notizie con superficialità ed è un parassita. Trovi che questo atteggiamento rifletta l’ansia di cercare le notizie e la scarsa preparazione di certi reporter?

TR: Questo personaggio, quel capitolo, sono chiaramente un’esagerazione, credo siano la parte più irriverente dell’intero libro, anche se ho sorprendentemente conosciuto persone molto simili. Non è che tutti i corrispondenti siano necessariamente negativi, sgradevoli e aggressivi, ci sono quelli che compiono questo lavoro in modo onesto e ammirevole, ma, soprattutto quando avevo appena cominciato, mi ha sorpreso particolarmente quanto in quel settore (come in ogni contesto competitivo del resto) essere mordace porti ad ottenere il risultato a cui si mira.
Avevo un’idea incantata, idealista e romantica dell’inviato all’estero, immaginavo queste persone valorose occuparsi dell’intero nucleo delle notizie internazionali, invece, spesso, tanto più uno è aggressivo, egoista e indifferente verso la natura del lavoro che sta compiendo, e più raggiungerà l’obiettivo. Man mano che acquisivo esperienza, negli anni, ho scoperto che questo tipo di personalità vivono un paradosso sorprendente: molti di loro sono esseri umani insensibili ma sono spesso degli ottimi reporter. Al contrario, chi dimostrava un’umana sensibilità, spesso era un reporter mediocre. In certi casi, come in quello di Snyder, essere aggressivo e pressante può aiutare nel lavoro.

VA: Qual è la qualità necessaria per essere un buon giornalista?

TR: Si occupano del settore diversi specialisti: dal cronista al reporter di guerra, dal giornalista sportivo fino a quello culinario, ognuno di loro ha un certo retroterra e una formazione diversa. Ma per rispondere in termini generali, e circoscrivendo il settore della carta stampata, direi che l’aspetto più importante è forse la capacità di giudizio. È cruciale perché devi sviluppare il senso della notizia, valorizzare l’informazione nell’interminabile flusso. Non tutto corrisponde a informazione: il passaggio dalla fonte alla notizia dipende dalla questa capacità, e ciò è fondamentale se si vuole essere bravi in questo mestiere; è un’attitudine che richiede intelligenza, ma soprattutto esperienza e una buona interpretazione del contesto. Se sei un giornalista della carta stampata devi essere autorevole, di conseguenza devi anche essere in grado di esprimere il tuo saper giudicare in modo articolato e chiaro. Un’altra caratteristica importante – che Snyder per esempio ha e io ho in maniera del tutto trascurabile – è una percentuale di aggressività e determinazione nel voler ottenere ciò che stai cercando. Siccome spesso sono gli altri la nostra fonte, ho sempre pensato che nel lavoro fosse deprecabile essere pressante, ma non posso non ammettere che queste caratteristiche siano anche le qualità di buon reporter. Questa determinazione permette di arrivare alla notizia e quindi al lettore, sebbene voglia dire “oltraggiare” il coinvolgimento personale dei protagonisti, e questo è spesso spiacevole.

Tom Rachman

VA: Sembra che i giornalisti abbiano abbandonato il loro ruolo di referenza intellettuale. Di chi è la colpa? I lettori hanno altri esempi da seguire o il mondo editoriale è comunque parte dello stesso business? Pensi che non ci sia più il buon giornalismo?

TR: Da un certo punto di vista penso si debba essere credibili e aderenti alla verità. Se perdi credibilità nessuno sarà interessato a leggerti ulteriormente. D’altra parte bisogna cercare di essere anche sufficientemente interessante, così la gente sarà spronata a leggerti. Il buon giornalismo è una via di mezzo tra il servizio pubblico e l’intrattenimento, certe volte più proteso verso l’uno, a volte verso l’altro. Se si è troppo seri poi la gente perde interesse, se troppo faceti si rischia di diventare ingannevoli. Credo che al momento il buon giornalismo sia impegnato ad essere veritiero e credibile come lo fu un tempo, ciò non è scontato perché le circostanze sono notevolmente mutate. Per certi lettori già solo capire il mondo di per sé è una sorta di intrattenimento, ciò è una spinta per i giornalisti, un aspetto che paga: ci sarà sempre un mercato capiente per questo tipo di persone nonostante la robaccia che c’è in giro.

VA: Viviamo in un paese nel quale il nostro primo ministro ha il controllo di gran parte dell’informazione. Questo mi pare un problema tipicamente italiano, ma le mistificazioni dell’informazione si verificano anche nello scenario internazionale (per esempio in Kosovo o per il G8 a Genova). Come si può fuggire a questo sistema e diventare responsabili e attenti a ciò che ci circonda?

TR: Penso che facciate bene a lamentarvi per questa situazione, il mio disappunto nei confronti della stampa italiana va oltre al caso Berlusconi. Tutta la stampa italiana, anche se ci sono dei buonissimi giornalisti, non è in grado di essere esauriente col proprio Paese, è concentrata su minuzie politiche senza senso e non si occupa dei problemi reali. Mi sono stupito e amareggiato per come gli scandali italiani siano spesso svelati dai magistrati e non dai giornalisti, come per esempio Tangentopoli, insabbiato per anni e poi divulgato dalla magistratura. Ogni volta che si legge un giornale o si guarda la Tv, le notizie sono concentrate in stupidaggini come “Bersani ha detto questo a quello ecc”, e molto raramente i media si impegnano a dipanare i problemi che attanagliano milioni di cittadini svegli e scontenti. La stampa non si assume il ruolo di dissotterrare il marcio. È una condizione piuttosto infelice, e non è neanche un problema limitato al controllo di Berlusconi sui media, credo sia persino fuori dalla sua egemonia: l’opposizione in sé non è in grado di fornire una buona qualità di indagini, essi stessi si lasciano coinvolgere in sterili polemiche. Il sistema giornalistico italiano è sconcertante: ha seguito tracce sbagliate per troppo tempo.

VA: Paradossalmente, i media erano migliori e più esaurienti prima dell’era internet. È una nuova deriva della società? Nel senso… come cittadini eravamo più attenti prima e di conseguenza anche il mondo dell’informazione?

Tom RachmanTR: Non credo di essere del tutto d’accordo, non siamo in grado di valutare se fossimo migliori nel 1997, o nel 1940. Sarebbe disonesto ammettere la possibilità di fare una distinzione chiara. Penso che ci sia un cambiamento sotterraneo, lento e inesorabile, che potrebbe avere delle conseguenze serie. C’è il rischio che la gente si concentri nei limiti della conoscenza, approfondisca solo cose che sa già. Sicuramente si legge molto al giorno d’oggi, se sei interessato alla Juventus, per esempio, potresti passare l’intera giornata su quell’argomento, condividerlo su Facebook, interagendo con la nicchia di coloro che hanno lo stesso interesse, ma ignorando completamente ciò che accade nel mondo, di conseguenza si avrà una conoscenza ristretta dell’insieme ma profonda del particolare.

I media tradizionali si basavano su una specie di istantanea, una fotografia del mondo che mettesse in evidenza la notizia più rilevante. Se accadeva qualcosa per cui la Juve meritasse la prima pagina, l’avrei trovata in copertina, altrimenti ci sarebbe stato l’Afghanistan o la Somalia… Gli editori analizzavano le notizie provenienti da ogni dove per poi presentarne le storie. Ora è tutto più frammentato, ognuno legge per conto proprio, non c’è più la sensazione di una notizia condivisa e proposta a tutti. C’è il rischio che i lettori diventino ignoranti rispetto alle cose rilevanti che succedono altrove, e quindi automaticamente indifferenti. Intendo dire che se si legge online le storie principali del giorno, avrò di certo un grosso quantitativo di notizie sul Giappone o la Libia, ma ci sono tantissime altre storie su cui soffermarsi. Sono preoccupato per la perdita di rilevanza degli editori: le notizie ci sono, ma un tempo il ruolo dei giornalisti era di setacciare tutte le informazioni e decidere cosa fosse importante. Questo aspetto si è dissolto, abbiamo perso una buona fetta di esperti e di prospettive alternative. Sembra favoloso che ci sia tutta questa raggiera di scelte e che il potere sia nelle nostre mani, eppure mi piacerebbe assolvere il ruolo di esperto, qualche volta. Non voglio assumermi tutti i compiti, voglio che qualcuno guidi per me l’aeroplano e che il chirurgo mi operi, e voglio che qualcun altro legga per me le notizie e mi consigli le cose più rilevanti. Questo aspetto, purtroppo, è andato perduto.

VA: Il potere del viaggio. Come viaggiare può influenzare e migliorare il proprio punto di vista e come ciò agevoli la scrittura.

TR: Credo che viaggiare sia fondamentale per l’essere umano. Intendo il viaggio vero, l’esplorazione interiore che ci permette di capire meglio le condizioni di altre popolazioni e di conseguenza la nostra stessa percezione inserita in un contesto diverso. Se si hanno i mezzi, viaggiare è una parte insostituibile della vita, forse saper scrivere bene è una capacità derivata dall’abilità di esplorare il genere umano, e viaggiare è sia un’esigenza sia una conseguenza di questa abilità.

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