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Scrittura

Tom Rachman, Gli imperfezionisti

Gli imperfezionisti
Titolo: Gli imperfezionisti
Autore: Tom Rachman
Traduttore: Pezzani S.
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Il Saggiatore
Pagine: 364
Prezzo: 18,00 Euro
EAN: 9788842815815

Abbondava la concorrenza di nuove forme di intrattenimento, dai telefoni cellulari ai videogiochi, dai social network alla pornografia online. La tecnologia non si limitò ad attrarre lettori: iniziò a trasformarli. Le pagine intere non stavano sui monitor e dunque le dimensioni si ridussero, sminuzzando le notizie in pezzetti sempre più piccoli. Aggiornamenti in tempo reale su internet generarono un disprezzo per i titoli a inchiostro vecchi di un giorno.

Gli imperfezionisti è l’esordio letterario di Tom Rachman. Trentasei anni, nato a Londra, cresciuto a Vancouver, ha studiato a Toronto e a New York, ha lavorato a Parigi e come inviato in Sri Lanka, India, Egitto, Turchia, Giappone, Corea del Sud e Roma. Nutro una certa ammirazione per chi disormeggia le mollezze delle abitudini e si convince a partire, portandosi dietro la curiosità di conoscere altri lidi, con l’occhio al porto di casa. È ambientato a Roma questo debutto per la Narrativa de Il Saggiatore, con un titolo tanto beffardo da essere un neologismo, ma che ben qualifica le caratteristiche comuni ai personaggi: l’attitudine all’imperfezione, quasi il tentativo ossessivo, quanto involontariamente umano, di escludere le fragilità dell’incompiutezza.

Tom RachmanNon è un libro drammatico, nemmeno moralizzatore, non è un viaggio nei vizi capitali o negli anfratti dei giudizi didascalici. Gli imperfezionisti ha un impianto narrativo sagace, lo si potrebbe definire una raccolta di racconti: ogni capitolo parla di uno dei giornalisti che compongono la sgangherata redazione di un quotidiano in declino oppresso dai debiti, fiaccato dall’assenza di entusiasmo dei suoi redattori, testimone della dissipazione inevitabile dei mezzi di comunicazione.

Undici racconti intervallati dall’excursus cronologico dall’apertura del giornale nel fiorente dopoguerra italiano, nella Roma della rinascita culturale, in un fermento di idee in differita, aggraziate dalla nostalgica ricostruzione su macerie senza tempo. Una scelta casuale quella di ambientare il libro nella capitale di un Paese che sembra non aver imparato niente dalla storia? Non è l’occasione per trite derive politiche, ma la nostra visibilità internazionale è testimoniata dall’autore con critiche sottili, con l’invidiabile aplomb inglese.

Attraverso la sua esperienza come corrispondente per conto della Associated Press prende forma la critica spietata che Rachman rivolge ai mezzi di informazione: accanto alla sempre più mendace, sbrigativa e sensazionalista attitudine delle testate, le dozzinali richieste del lettore hanno prodotto un allineamento desolante degli stessi giornalisti. La nostra scarsa capacità di approfondimento nasce proprio dalle piccole vite senza ambizione descritte dall’autore. Se il mestiere qui raccontato era una referenza intellettuale, forse l’unico illuminato dalla divulgazione di un concetto tanto aleatorio come la verità, è ora immune all’etica, mercenario della classe dirigente, piegato alle imposizioni dei finanziatori, privato del senso di giustizia, promotore di mistificazioni di bandiera, schiacciato dalla competizione e oppresso dalla ricerca dell’esclusiva. Si è adattato alle richieste del consumo, ha compresso le notizie, accorciato la distanza tra l’accaduto, l’evento e la diffusione dello stesso. Chi fruisce dell’informazione, soprattutto prediligendo la velocità binaria di internet, manca del senso critico necessario per decretare quale siano le notizie rilevanti, manca il lasso di elaborazione nella dispersione della sovrabbondanza.

Il calderone della stampa ribolle di facili inganni, perpetuati dalle variabili linee editoriali e garantiti da vecchi trucchetti per acquistare prestigio, sacrificando l’idea stessa che giace dietro al buon giornalismo. Un lavoro superiore ad ogni corruzione ha subito un ammodernamento che ne ha compromesso la natura: anche la verità è approssimativa. La classe intellettuale ha la stessa vacua attrazione per le scorciatoie che assolvono i nostri vizietti, le debolezze e quella indulgenza che scusa una povertà d’animo che trascina un’intera società verso il pressapochismo.

Ecco le parole dell’editore Ott in visita alla redazione: «I giornali sono come qualsiasi altra cosa: sono puri e incorruttibili e nobili fintanto che possono permettersi di esserlo. Mettili alla fame e si abbandoneranno nel sudiciume insieme a tutti gli altri barboni. I giornali ricchi possono permettersi di essere onesti e, se mi passate il termine, boriosi. In questo momento non ci possiamo consentire un lusso del genere. […] Voglio che abbandoniate l’approccio blando. Non dobbiamo sempre metterci sullo stesso piano dei grandi quotidiani. E non dobbiamo essere ribelli tanto per esserlo. Voglio pezzi seri che siano solo nostri, da un lato, e sciocchezzuole divertenti, dall’altro. […] Guardate cosa fanno gli inglesi. Mettono in pagina belle ragazze, offrono weekend a Brighton e vendono un sacco di copie più di noi. Ora, non vi sto dicendo di trasformarci in un quotidiano popolare o in un circo, meno che mai di andare a Brighton. Dio ce ne scampi. Ma dobbiamo riconoscere che in qualche modo siamo gente di spettacolo. Il che non significa essere degli impostori. Non significa essere volgari. Significa essere leggibili nella migliore accezione del termine, di modo che la gente si svegli alla mattina col desiderio del nostro giornale ancor prima del caffè».

La novità più stentorea del libro di Rachman, comunque, è la leggerezza: è un’opera fresca, molto scorrevole, per niente bacchettona, il suo autore si è concentrato nella narrazione degli aspetti positivi della mutata e contraddittoria situazione dei mass media, accettandone il paradosso attraverso l’indulgenza. Ogni personaggio è visto “da dentro la redazione” e “da dentro il privato”, vite lavorative rampanti contrapposte a compromessi sentimentali inaccettabili, gregari e malleabili alla scrivania, quanto ribelli e rabbiosi nella solitudine delle riflessioni personali.

Rachman omaggia Parigi nel primo racconto, descrivendone il corrispondente, un inviato al tramonto che trascorre le giornate ciondolando per la città in cerca della notizia-scandalo e intanto tenta di riallacciare i rapporti con i figli, superstiti di passionali matrimoni a breve termine. Tocca poi al redattore di necrologi a caccia del coccodrillo, alla corrispondente finanziaria che si fa carico di un nullatenente perché attenua la sua solitudine. Ci sono il curatore editoriale, tanto pedante da compilare una guida alle norme redazionali che negli anni accumula migliaia di voci fino ad elevarsi al nome di Bibbia, e l’acida correttrice di bozze che disprezza i colleghi dai quali è vessata, ma teme il licenziamento perché poco altro ha senso, nella sua vita, oltre al lavoro.
Kathleen, il redattore capo, un’americana arrivata alla vetta, stimata e temuta, la cui vita è regolata dal BlackBerry, ma l’incontro con un ex che abbandonò per la carriera, le concede un’inaspettata parentesi emotiva. C’è il maldestro quanto ingenuo inviato a Il Cairo che è costretto a sopportare le vanaglorie dell’inviato concorrente, Synder, uno di quegli sventola-curriculum dalla personalità insopportabile: “Alla tua età, dov’è che ero? In Cambogia a seguire i campi di sterminio? Oppure con i ribelli in Zaire? Non ricordo. Comunque sia. Ti spiace tenermi aperta la portiera del taxi? La mia schiena è ridotta male. Grazie”.

The imperfectionistsForse, però, il racconto più riuscito è quello che narra la giornata tipo di una fedele lettrice, ricca vedova di un console, si avvicina al quotidiano per noia, ma si incaponisce a voler leggere ciascun numero fino in fondo, perciò ha bisogno di diversi giorni per capire e finire una copia. Comincia nel 1976 e dopo un anno è indietro di sei mesi. “Oggi, fuori dall’appartamento è il 18 febbraio 2007. Al suo interno, la data è ancora il 23 aprile 1994. Ecco i titoli di testa del suo giorno: «Migliaia di massacrati in Ruanda, timori della Croce Rossa»; «Mandela pronto a vincere le elezioni in Sudafrica»; «Dopo il suicidio, la star del grunge Kurt Cobain diventa icona»; «Fine della guerra fredda, si apre la guerra calda». Quest’ultimo è un approfondimento del corrispondente da Parigi, a cui si devono i servizi sull’assedio di Sarajevo e che paragona le stragi della Jugoslavia ai recenti massacri in Ruanda”. Questa fissazione ha ovviamente un epilogo quando viene a mancare una copia, il che rende le successive decisamente meno autorevoli: la vedova svuota il ripostiglio dei numeri futuri e comincia a sfogliarli alla rinfusa, scegliendoli a caso dal pavimento nel quale sono sparsi. Come Nanni Moretti in Aprile: inchiostro e riciclo, la carta è tramite di storia filtrata dalla libertà vigilata dei suoi narratori, previo lasciapassare degli appaltatori.

I trascorsi professionali di Rachman sono lastricati da un’esperienza impeccabile e assodata. Nonostante abbia assicurato che nessuno dei personaggi descritti trae ispirazione dalla vita vera, viene da pensare che le esigenze narrative abbiano edulcorato le caratteristiche più abiette del mondo editoriale. È anche vero che lo scrittore ha pensato in un secondo momento di ambientare i suoi racconti nella redazione di un giornale internazionale, ma ciò significa che l’imprinting professionale ha retaggi incisivi, forse inconsapevoli. L’incontro telefonico con Rachman, seppur lapidario, mi ha lasciata perplessa circa le sue vere intenzioni. Sembra che l’atteggiamento conciliante e benevolo che delinea i suoi imperfezionisti sia la presa di coscienza che le buone intenzioni di ciascuno assolveranno le esplosioni programmate di quelle strutture sulle quali si basano le nostre certezze. Il ruolo dei giornalisti non è più l’indagine verso la nuda veritas, il loro compito è stornare il lettore da ciò che preferirebbe non sapere, da quello che — potenzialmente — non gli interesserebbe. Questo libro va letto come un romanzo ben scritto e ben riuscito, ma è necessario dimenticare che a scriverlo è un giornalista, che si preoccupa in sordina di puntare il dito verso il mondo nel quale è immerso, e in cui siamo stati trascinati, fautori delle nostre scelte, autoreferenziali pilotati.

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