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Cinema

Lee Hae-young

Il festival della sensualità

Locandina Foxy festivalFoxy Festival è il secondo film di Lee Hae-young quattro anni dopo Like a vergin, che parla di un adolescente che vuole cambiare sesso. Lee proviene da una nazione che, come ci spiega nell’intervista, vive ancora i retaggi di chiusura verso tutto ciò che è considerato devianza, al punto che sentirne parlare (o ancora peggio vederlo al cinema) suscita atteggiamenti di spigoloso disappunto. La sera prima dell’intervista, il regista, salito sul palco per presentare la proiezione, si è visibilmente stupito della sala gremita: in Corea infatti, il film non ha riscosso nessun successo. Eppure Foxy Festival tratta sì un argomento delicato, ma sceglie le trame della commedia per attenuare il profondo disagio di chi vive la propria sessualità nella frustrazione di non poterla condividere.

Il film è un mosaico di casistiche viste con calorosa ironia, dalla vedova sadomaso al poliziotto che si crede superdotato salvo poi scoprire che il suo subalterno possiede una “virtù meno apparente” ma ben più generosa. Sebbene il regista ci sveli che le nuove generazioni sono più disinibite ma rimangono pur sempre pudiche, la teenager del film vende le sue mutandine e perseguita un venditore ambulante di cui è innamorata; lui, a sua volta, venera una bambola gonfiabile. Dai colori vividi e d’impatto, il film punisce i giudizi frettolosi che tacciano la nostra sicurezza di essere inclusi nella normalità, la svolta più piacevole è il tono esilarante con il quale sono ritratte le doppie vite dei personaggi, senza scadere mai nell’esagerazione, se non quella della grossolana inesattezza del nostro giudicare.

Valentina Avoledo (VA): Come nasce l’idea del film?

Lee Hae-young (LH): All’epoca stavo lavorando a un altro film, ma a causa di qualche problema di produzione abbiamo dovuto interrompere le riprese, così ho deciso di concentrarmi sulla realizzazione di un film dalla distribuzione più piccola. Visitando il Giappone ho avuto la giusta folgorazione: passeggiavo in una via laterale di Tokyo e non ho potuto non notare un uomo che indossava un bikini, una borsa Luis Vuitton e ai piedi delle scarpe eleganti da uomo. La sua disinvoltura mi ha colpito, tanto che mi è passato accanto e si è seduto tranquillamente in un bar, ho subito pensato che quell’uomo così disinibito doveva essere un impiegato, o comunque un uomo dalla vita rispettabile e quella sua sicurezza estranea ai giudizi mi ha incuriosito, tanto che mi sono chiesto quale fosse la vita che conduce di solito. Il desiderio di conoscere questo mondo mi ha poi condotto ad incontrare le diverse fissazioni sessuali ed è stato facile assemblarle in un’opera unica.

VA: All’inizio del film si specifica che si tratta di una storia vera. A parte l’incontro con il giapponese a Tokyo, cos’altro ha avuto un’ispirazione reale?

LH: In effetti quella è l’unica storia vera. Per dare un’accezione realistica al film mi sono documentato a lungo, dato che per me era un terreno del tutto sconosciuto. Ho letto molti libri e ho fatto molte interviste nel settore per conoscere storie diverse, man mano che l’idea del film si sviluppava nella finzione, ho scoperto che queste persone esistevano eccome. Per esempio, il personaggio interpretato dal poliziotto timoroso di non soddisfare la sua partner l’ho conosciuto davvero, e non solo questo è stato un caso in cui la realtà ha superato la mia immaginazione.

VA: Com’è stato l’atteggiamento degli attori? Si sono divertiti o erano in imbarazzo?

LH: Ricordo in particolare le prove del personaggio ossessionato dall’indossare la biancheria femminile, ha dovuto misurarsi con diversi tipi di lingerie di fronte allo staff, e sembrava decisamente divertito da questa opportunità. Quando invece abbiamo girato la scena in cui l’attrice Ji-soo cavalca un vibratore gigante, ero io quello imbarazzato. Come lo ero nell’immagine in cui la ragazzina che vende le sue mutandine ne impacchetta un paio con disegnati degli orsacchiotti, questa particolarità puerile, nel contesto, mi metteva a disagio.

Una scena del film

VA: La fotografia e i colori sgargianti sono una scelta mirata per questa commedia fuori dagli schemi.

LH: Ho scelto di trattare questo argomento delicato, ossia i disturbi della sessualità, scegliendo un approccio giocoso e un po’ esagerato per catturare l’attenzione dello spettatore, proprio come gli involucri del junk food, fatti apposta per risaltare e accattivare il cliente. Ho anche scelto delle tecniche di ripresa volutamente grossolane: al posto della camera fissa ho preferito spesso lo zoom, decisamente poco elegante ma, avvicinando o allontanando velocemente il punto di vista, fa risaltare l’iperbole di queste fissazioni fuori dal comune. Colori, scene e tecniche di ripresa ricordano molto i videogame, un coinvolgimento totale per chi è dentro il gioco ma un parossismo sfrenato per chi sta osservando.
Se dovessi scegliere un paragone culinario direi che questo tipo di perversione ha un gusto molto dolce ma anche acido, un mix di sapori forti e distinguibili che ho cercato di tradurre in immagini.

VA: Il film non ha avuto successo in Corea, come spiega questo fatto?

LH: È un genere ancora sconosciuto per i coreani, tanto che invece di ridere e divertirsi erano imbarazzati. I miei connazionali non hanno ancora la scioltezza di godersi un film del genere, la loro mentalità è tuttore rigida, chiusa, solo una piccola nicchia di spettatori ha trovato il film divertente, e questo mi ha fatto pensare che ho anticipato troppo i tempi rispetto al gusto del pubblico.

VA: Eppure la liceale del film è smaliziata e determinata ad ottenere ciò che desidera.

LH: La nuova generazione sta di certo cambiando, i teenager di oggi, rispetto a una volta, sono molto più liberi e consapevoli della loro sessualità e viene lasciato loro il potere di decidere. Questo scarto generazionale, tuttavia, non è stato sufficiente per accogliere con la giusta spensieratezza il messaggio del mio film, che in Corea è un mondo ancora tutto da scoprire. Già nella mia prima opera, Like a vergin, ho assistito all’ira di alcuni spettatori che inveivano rivolti allo schermo. In Foxy festival invece, soprattutto dalle spettatrici e in particolare durante le scene sadomaso, ho sentito commenti come “che disgusto” e questo spiega il blocco verso le molteplici derive del sesso oltre gli schemi canonici.

Il regista Lee Hae Young - Foto di Alessandro QuaiaVA: Alcune perversioni sessuali si nutrono anche della necessità del segreto. Perché ha scelto un finale che premia l’uscita allo scoperto?

LH: Bisogna sapere che in Corea tutte le minoranze vivono le complicazioni date dall’accettazione da parte della società, non è facile per loro uscire dall’ombra e mostrarsi agli altri, ecco perché il film mi è servito anche a mettere in scena un piccolo miracolo, ossia la convalida che per estirpare l’incomprensione a volte è più semplice mettersi a nudo piuttosto che nascondersi.

VA: Quanto la morale religiosa è ancora un veto per la libera espressione in Corea?

LH: Come ho già detto, la società coreana è ancora molto conservatrice, in questo senso la religione è il traino per il mantenimento di quello che è comunemente il “buon costume”. Quando la coppia sadomaso decide di uscire in veste hard in pieno giorno, lei si rivolge al compagno (per l’occasione con museruola e guinzaglio) dicendogli “Andiamo all’inferno insieme”. Naturalmente non c’è nessun riferimento all’inferno religioso, ma al coraggio di affrontare l’Acheronte dei pregiudizi.

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  1. […] famoso attore Ryoo Seung-bum, protagonista di Foxy Festival del regista Lee Hae-young – anch’esso in concorso a Udine – spiega questo fenomeno: “La nostra è una società […]

  2. […] Per districarmi fra le innumerevoli iniziative, oltre ottanta film, due retrospettive, conferenze stampa, ospiti, presentazioni, mercatini e eventi connessi, dipano ogni dubbio scegliendo un paio di film per nazione. Incuriosita dalla torbida reputazione del genere, mi approccio al filone sexploitation della retrospettiva Pink wink, un genere a basso costo nato in Giappone negli anni Sessanta che è un misto di sottinteso erotismo, violenza e tragedia. I film durano il tempo di una pausa pranzo impiegatizia, e il campo di distribuzione della casa cinematografica Kokuei era ovviamente controllato dalla censura e dal perbenismo, accortezze che oggi, non serve specificare, sembrano ingenuamente bigotte. Spiccano i coreani, visionari e fiabeschi come in Romantic heaven, un film corale sulla morte versione rosa edulcorata e nel divertentissimo Foxy Festival. […]

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