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Percorsi

Alea iacta est: il Cammino di Santiago

Cammino di Santiago di CompostelaCaro lettore,

è possibile una rubrica di viandanza che non parli nei primi tre articoli del Cammino di Santiago? Secondo me sì, ma voglio accontentarti. Ti vedo scalpitare dietro lo schermo, frughi tra le foto scattate la scorsa estate, chino sul diario che hai scritto tappa dopo tappa. O magari sei un aspirante pellegrino (ricordami di tornare presto su questa parola), diciamo pure un pellegrino classico: uno di quelli che usa la macchina per andare dal panettiere dietro l’angolo, e ora che ti sei messo in testa di fare un milione e mezzo di passi, eh, non sai che pesci pigliare. E sia, dunque, parliamo di Santiago. E voglio davvero venirti incontro, per cui ti dico: non parliamo per stavolta del Camino del Nord, della Via de la Plata, dell’Aragonese, o del Portoghese, dell’eccetera eccetera, no. Parliamo proprio del top, quello che batte ogni guinness di presenze: il Cammino Francese.

So, caro lettore, che sei partito perché qualcosa non girava più nel verso giusto. Forse sei stato lasciato, o hai lasciato tu, o hai perso il lavoro, o la morte si è portata via qualcuno di cui non puoi fare a meno, o sentivi le arterie incrostate di tutte le porcherie che hai trangugiato lo scorso inverno, o hai fatto un fioretto, o hai scoperto di avere un brutto male (tieni duro), o volevi metterti alla prova, dimostrare agli amici, alla tua famiglia, agli odiosi ex professori che non ti capivano, che sei uno tosto se ci si mette, uno che arriva in fondo.

Tu, invece, che sei in procinto di partire, hai le gambe che ti tremano. Sfogli ogni sera la guida fiammante acquistata on line. Conosci a memoria l’introduzione, in cui sinteticamente ti viene spiegata la storia di Giacomo il Maggiore, la scoperta della sua tomba, il primo viaggio di Alfonso II, l’afflusso a fasi alterne dei pellegrini, la rinascita dopo il 1989 e il boom recentissimo. A voce alta, infastidendo i vicini, hai memorizzato le sezioni intitolate generalmente “equipaggiamento”, “trucchi del mestiere”, “preparazione”, “consigli pratici”, “visitandum est”, “cartografia”, “tratti e tappe”, “segnaletica”, “dove dormire”, “credenziale”. Sei andato in un grande negozio di articoli sportivi e lo hai saccheggiato, hai dilapidato l’ultimo stipendio, e tutta quella bella roba scintillante sta ora in soggiorno, in un abside che un tempo ospitava vinili, riviste, fumetti via via mandati al macero.

Cammino di Santiago di Compostela

Lettore 1: sei partito da Saint-Jean-Pied-de-Port, perché lì, si dice (erroneamente, ma ne riparleremo tra qualche tempo) in giro, inizia tutto. Hai valicato con il battito a centottanta, facendo testamento sugli ultimi tornanti, maledicendo la tua contorta idea di fare a piedi in un mese i km che fai – forse – in un anno. Poi ti sei sfasciato le ginocchia e, tendini in spalla, sei rantolato fino a Roncisvalle. La Navarra te la sei bevuta, Alto del Perdón compreso, prima di berti i vitigni morbidi de La Rioja (e nei bar ti sei bevuto l’inimmaginabile per seppellire i dolori che oramai non puoi più enumerare). I Montes de Oca ti spaventavano, poi ti sei accorto che non sono niente. Sei arrivato a Burgos imprecando contro il traffico, le industrie, gli aeroporti nel deserto. La meseta ti ha risucchiato, e qui il sentiero si biforca: hai preso l’autobus fino a Léon, perché ti hanno detto che la meseta è un altipiano inutile, gelato di notte, torrido di giorno, un limbo inumano; oppure hai tirato dritto, sei caduto dentro Hontanas come in un pozzo di san Patrizio, hai messo la terza sul colle ripido di Castrojeriz, ti sei fatto lavare i piedi a Puente Fitero, sei andato a caccia di misteri a Villalcázar de Sirga, diciassette km di nulla fino a Calzadilla, la puesta del sol a Bercianos, e a Léon ti sei preso una sbornia nel barrio húmedo. Uscendo dalla città hai iniziato ad essere ossessionato dallo spauracchio che ti porti dal principio: O Cebreiro. Hai superato assorto le venti arcate del ponte sul río Órbigo, ti sei arrampicato sulla Cruz de Hierro, hai perso l’uso delle caviglie nella discesa verso Molinaseca, a Ponferrada hai marciato col piglio del templare, hai fatto il Bierzo tutto d’un fiato e, all’alba, ti sei scontrato con l’ultima barriera prima di entrare in Galicia. In cima, all’ora di pranzo, hai pensato che non era poi così dura la salita, e hai proseguito gettandoti in mezzo alla niebla gallega. Hai attraversato decine di aldeas, villaggi minuscoli con poche anime e molte vacche, forse hai deviato per il monastero di Samos, hai sostato sul ponte di ingresso a Portomarín, hai mangiato il pulpo a Melide, a Ribadiso hai fatto il bagno e, asciugandoti i capelli, ti sei reso conto di essere a un’ora di macchina da Santiago. Al Monte do Gozo hai fatto l’ultimo pit stop, indeciso se dormire nel mastodontico villaggio-vacanze alla tua sinistra. Ma la voglia di arrivare ti ha dato un sonoro spintone, così sei rotolato giù fino al cartello “Santiago”. Le macchine ti sono sfrecciate a pochi centimetri, tu non ti sei reso conto di nulla. Hai iniziato a piangere. Rallentando hai continuato a seguire la flecha amarilla. Sei arrivato nel casco antiguo, hai fatto zig zag tra le calli, e alla fine sei entrato in Praza do Obradoiro. Hai scaraventato lo zaino e i bastoni dove-la-va-la-va, sei crollato a terra e hai chiuso gli occhi.

Cammino di Santiago di Compostela

Lettore 2: sono settimane che cammini un’oretta al dì, con in spalla uno zainetto pieno di bottiglie di minerale. Cambi pantaloni un giorno sì e l’altro pure, perché il tessuto ti irrita, o le cosce si sfregano, o hai caldo, o ti stringono troppo in vita. Le scarpe le hai comperate praticamente ieri, pur avendo letto a caratteri cubitali dappertutto che devono essere vecchie, sformate, mitologiche. Se hai il tapis roulant a casa lo usi dopo cena, guardando una deprecabile commedia americana su Rete4. I bastoncini da trekking li hai, ma non sai cosa fartene. Anche lo zaino è nuovo di pacca: un ergonomico-maxi-traspirante che quasi cammina da solo, e ti mette addosso un’agitazione da esame di maturità. Giri per casa alle tre di notte con la torcia da minatore, fingendo di combattere con cinghiali assetati di sangue. Hai disegnato sulle pareti del bagno i profili altimetrici delle tappe, un modo come un altro per debellare la stitichezza pre-gara. Sul lavoro navighi per ore in siti e forum di pellegrini, leggi i commenti, fai domande del tipo “si può fare il cammino scalzi?”, “è vietato prendere un autobus se si sta male?”, “ci sono supermercati o devo portarmi tutto da casa?”. Sei un distinto professionista, hai viaggiato all’estero, parli due (tre?) lingue, saresti capace di fare il presidente del consiglio del tuo paese, eppure, già, eppure anche tu sei caduto nella trappola: più si avvicina il giorno della partenza, più ti rincoglionisci. Il fatto è che sei invaso da una leggerezza strana, qualcosa che non sentivi da tempo, la paura di non farcela mescolata al desiderio irrefrenabile di mollare tutto, adios a todos, oplà. Ora fai come il lettore 1: chiudi gli occhi. Conta fino a cento, a centocinquanta li puoi riaprire.

Caro lettore, potrei dirti molte cose. Per la semplice ragione che ogni pellegrino ha una verità in scatola pronta per l’uso. Credo abbia a che fare con la perdita di un sapere ancestrale, come se camminare per settimane nei campi facesse riemergere, a fiotti, brandelli del nostro cervello primitivo: prendi quel sentiero lì, mangia quelle bacche là, vento che porta pioggia, afa che fa tempesta, fai così, fai colì. Stratagemmi per sopravvivere che nelle nostre vite sono scomparsi. Noi compriamo tutto quello che ci serve. Ma dimmi: ti è mai capitato di chiedere dei soldi in un bosco? Chiederai acqua, pane, un letto, compagnia, aiuto, soldi mai.

Cammino di Santiago di CompostelaCaro lettore, che tu abbia fatto o no il Cammino di Santiago, ascolta: le vesciche bucale, mettici il cerotto, lasciaci dentro un filo, bruciale, non toccarle, cospargile di unguenti miracolosi, strappale a morsi, congelale, amputati il piede, fai quel che ti pare. C’è sempre il pellegrino pronto a dirti: si fa così. Tu ascoltalo, perché non lo dice solo per affermare orgogliosamente il proprio ego, lo fa anche perché vuole darti una mano. Lo farai anche tu. All’ombra di un generoso tiglio, al primo pellegrino che ti passerà davanti dirai: non si cammina con il caldo. Lo farai un po’ per sfoderare una saggezza che pensavi di non possedere, un po’ perché vorrai evitare al tuo prossimo di finire carbonizzato in un campo di girasoli.

Caro lettore, fai dieci km al giorno, venti, quaranta, fanne cento, se sei un supereroe. Fanne due, se credi che due, per oggi, siano abbastanza. Ti verrà da dire al tuo prossimo: hai camminato poco. Oppure: hai camminato troppo. Hai camminato con uno zaino troppo pesante. Senza zaino. Su una gamba sola. Hai preso il taxi. Hai volato e non è permesso volare. Hai corso e sarai squalificato. Hai tre gambe e sarai squalificato. Non hai gambe, ad ogni modo sarai squalificato. Dirai cose del genere perché avrai bisogno di dirle. Poi ti capiterà di pensare di aver detto una marea di cazzate. O forse continuerai a pensare di avere ragione. Comunque sia: ciascuno fa il suo cammino.

Caro lettore, il Cammino di Santiago è meraviglioso. Se l’hai fatto, già lo sai. Se lo farai, lo saprai. Il Cammino di Santiago è terribile. E se l’hai fatto, già lo sai. Se lo farai, lo saprai. È una palla mostruosa, una manna dal cielo, un’esperienza che ti cambia la vita, una cagata pazzesca, una missione, una vacanza, un rito di iniziazione, una maratona per poveri. Sai cosa penso io? Penso che il Cammino di Santiago non esista. Non è che un fascio intricato di vie puntate alla città in cui probabilmente è sepolto un uomo ucciso a Gerusalemme, una città medio-piccola, di una regione rurale, confinante a nord e a ovest con l’oceano. Se non ci fosse nessuno che calpesta quelle vie, quel cammino non esisterebbe. Tu sei il cammino, se tu sei triste, il cammino sarà triste. Se sei solare, sul cammino troverai sole in quantità, ti ustionerai, finirai i tuoi giorni in ospedale. Se non sei in cammino, il cammino non ci sarà.

Caro lettore, vorrei ci dessimo dei compiti per casa (se ancora non hai fatto quelli dell’altra volta, cosa aspetti, vai qui). Vorrei che consultassi le guide in circolazione (lo so, ce sono centinaia, ma confido nel tuo occhio critico) e mi dicessi infine qual è, a tuo giudizio, la migliore e perché. Io, per conto mio, ti dico che è questa: Il cammino di Santiago a piedi, edita da Sette Città nel 2004. È il frutto del lavoro certosino di un manipolo di giovani viterbesi, esperti di letteratura di viaggio e appassionati di Spagna. Perché? Perché è scritta con freschezza, senza paraocchi, dando sincera attenzione, oltre alle chiese e ai monumenti, a decine di villaggi-fantasma, a chi caparbiamente li abita, alle piccole attività commerciali che li tengono in vita. Io l’ho portata con me tre volte, l’ultima pochi mesi fa, annotandoci sopra le variazioni di prezzo e i nuovi albergues. Ho anche avuto la fortuna di conoscere per caso, nel 2006, ad Arroyo San Bol, uno dei suoi autori, Virginio Corsi: “vuoi un caffè?” mi dice l’hospitalero di turno, “sì”, rispondo, tirando fuori dallo zaino la guida, e non faccio a tempo ad aprirla che un ragazzo nell’altra stanza si leva in piedi e grida “Quella l’ho scritta io!”. Cose che capitano in cammino. Per qualcuno sono segni del destino, per qualcun altro della provvidenza. Per me sono benevolenze del caos.

Cammino di Santiago di Compostela

Vorrei, inoltre, che segnalassi dei siti web. Intanto ti invito a farti un giro qui (i primi due sono in castigliano):

A presto allora, buon cammino (e: memento retardare semper).

Commenti

9 commenti a “Alea iacta est: il Cammino di Santiago”

  1. ciao Luigi.
    Ho letto il tuo articolo: bello, spiritoso, acuto, disincantato e appassionato allo stesso tempo.
    Complimenti ancora.
    Mi piacerebbe pubblicarlo sul mio sito. Mi autorizzi?
    Luciano

    Di Luciano Callegari | 21 giugno 2011, 18:54
  2. Caro Luciano,
    non devi nemmeno chiedere… certo che puoi!
    Grazie della visita e un caro saluto,
    Luigi

    Di Luigi Nacci | 21 giugno 2011, 19:51
  3. grande Nacci, come al solito è un piacere leggere i tutoi articoli!!!! In effetti la nostalgia è presente ma il ricordo è tosto e le emozioni sono ancora forti….un grande abbraccio puzzolente d’asino!!!!

    Di massimo | 22 giugno 2011, 22:40
  4. caro luigi, ho appena saputo che il cammino di santiago non esiste, che quello che lui, noi, voi, essi, loro hanno fatto, non era il cammino..ora molti si chiederanno che cazzo sto dicendo ma almeno lui, noi, voi, essi e anche loro, in realtà sanno di cosa stai parlando..quindi non posso fare altro che essere pienamente d’accordo con la tua sublime visione..
    hasta siempre
    franco di telelecco

    Di franco steri | 23 giugno 2011, 00:46
  5. Cari Massimo e Franco, perché non ci raccontate un po’ della vostra esperienza iberica? E state in campana, ché tra qualche tempo vi chiederò di parlarci anche di due temi che vi stanno a cuore, rispettivamente ‘asini’ e ‘ospitalità’…
    un abbraccio a entrambi!
    Luigi

    Di Luigi Nacci | 27 giugno 2011, 15:49
  6. Lo sai chi sono…la tua conterranea alla serata della rivista letteraria a roma…è molto bello il tuo articolo…e se non sbaglio quando abbiamo iniziato a parlare del cammino io ti ho detto cosa ne penso e ho usato solo tre parole non per sminuirne il senso, anzi!e credo che sia proprio quello che alla fine dici tu…e per questo hai continuato a parlarmi…visto che non sopporti le triestine ;))) hai capito che oltre le radici possiamo essere veri fratelli di anima, possiamo camminare insieme ;) Monica

    Di monica | 8 luglio 2011, 02:42
  7. Quella l’ho scritta io….

    come il cartello blu e rosa che hai sulle foto di flickr, prima di san bol.. coincidenze del Cammino

    Grazie per il bel commento…
    Virginio

    Di io | 13 gennaio 2012, 13:54

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  1. [...] Caro lettore, ti vedo scalpitare dietro lo schermo, frughi tra le foto scattate la scorsa estate, chino sul diario che hai scritto tappa dopo tappa. O magari sei un aspirante pellegrino (ricordami di tornare presto su questa parola), diciamo pure un pellegrino classico: uno di quelli che usa la macchina per andare dal panettiere dietro l’angolo, e ora che ti sei messo in testa di fare un milione e mezzo di passi, eh, non sai che pesci pigliare. E sia, dunque, parliamo di Santiago. E voglio davvero venirti incontro, per cui ti dico: non parliamo – per stavolta – del Camino del Nord, della Via de la Plata, dell’Aragonese, o del Portoghese, dell’eccetera eccetera, no. Parliamo proprio del top, quello che batte ogni guinness di presenze: il Cammino Francese. (continua a leggere QUI) [...]

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