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Scrittura

Quel giorno in cui Ratko si sentì Dio

Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica
Titolo: Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica
Autore: Emir Suljagić
Editore: Beit
Traduzione: Alice Parmeggiani
Fotografie: Meden, Haviv e Peress
Con testi di: Azra Nuhefendić, Guido Franzinetti
Pagine: 256 pagine
Prezzo: 20,00 Euro
ISBN-13: 978-88-95324-14-2

Ogni sera si addormentavano con l’idea che l’indomani qualcuno li avrebbe soccorsi, rimediando il terribile torto per il quale stavano soffrendo, che l’ingiustizia si sarebbe risolta e che l’incomprensibile indifferenza del mondo per le loro sofferenze non poteva essere reale.

Ratko Mladič13 luglio 1995: più di 8.000 bosniaci musulmani, in maggioranza uomini, furono massacrati e trucidati nella “zona protetta” di Srebrenica, piccola cittadina nei pressi del confine tra Bosnia e Serbia. Quel tragico evento è ritornato con forza all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il 26 maggio scorso quando, nel villaggio di Lazarevo, a nord di Belgrado, è stato catturato l’ex generale delle truppe serbo-bosniache Ratko Mladič, accusato, proprio per quel tremendo massacro, dal Tribunale Internazionale Penale per l’ex Jugoslavia, di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

Le Nazioni Unite, la Nato e tutto l’Occidente civilizzato lasciarono che le truppe del generale prima accerchiassero Srebrenica e deportassero poi la sua popolazione in massa. I tre anni d’assedio dell’enclave protetta, dal 1992 al 1995, ci vengono raccontati da chi li ha vissuti in prima persona, nonostante al tempo fosse solo un ragazzo di 17 anni. Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica è l’eccellente lavoro di Emir Suljagić, giornalista, scrittore e oggi ministro cantonale dell’Educazione a Sarajevo, capitale di una Bosnia ancora divisa dall’accordo di pace di Dayton.

Emir Suljagić

Suljagić faceva l’interprete per le truppe delle Nazioni Unite, di stanza a Srebrenica dopo la dichiarazione della città come “zona protetta” nel 1993. È stato solo grazie alla sua conoscenza dell’inglese che riuscì ad avere salva la vita. Il suo libro è una testimonianza preziosa su quello che il giudice del Tribunale dell’Aja, Riad, descrisse come “scene tratte dall’inferno che hanno scritto le peggiori pagine della storia dell’uomo”.

Aveva dovuto trasferirsi a Srebrenica nell’aprile del 1992, assieme a tutta la sua famiglia e ad altri migliaia di bosniaci musulmani, per cercare rifugio e protezione dai villaggi circondanti l’enclave protetta. Tutti fuggivano davanti all’attacco delle forze serbe, all’artiglieria di quell’esercito jugoslavo che per più di quarant’anni aveva il compito di difendere il suo popolo, non di aggredirlo. Nel suo libro, Suljagić afferma che:

… non fu uno scontro tra due civiltà convinte che la propria salvezza consisteva nello sconfiggere l’altra. No, è stata una guerra nella quale, noi bosniaci, eravamo stati condannati a morte in anticipo.

Slobodan MiloševićNiente di più vero: Croazia e Serbia, Tudjman e Milosevič, nonostante combattessero tra loro una guerra civile, decisero in segreto, già nel 1992, di spartirsi la Bosnia in parti uguali. Entrambi, in questo modo, avrebbero riunito a sé le rispettive minoranze che risiedevano in terra bosniaca.

Suljagić racconta tutto nei minimi dettagli, come se elencasse ognuna della tragicità a cui dovette assistere a Srebrenica. Da attento osservatore, descrive ogni singola azione quotidiana di chi, come lui, era costretto a lottare per sopravvivere. Racconta con tremenda lucidità della sua adolescenza bruciata, della corsa forzata verso l’età adulta in compagnia dell’alcool, delle sigarette e delle armi.
Ma la sua storia è quella di ogni ragazzo che ha vissuto in quei tragici anni, e che si trovava:

… in quell’età vulnerabile e, se volete, fragile, in cui ognuno si sta appena aprendo a se stesso e agli altri, in cui forse prendono forma i primi pensieri, si risvegliano i primi sentimenti.

Tutto ciò che quei ragazzi avevano imparato a scuola, dagli insegnamenti dei loro genitori andava perso dalla logica irrazionale della guerra. “Imparammo presto che la nostra educazione e intelligenza, i nostri valori non valevano più un fico secco, in una società primordiale, priva di leggi” afferma Suljagić nel volume.
La fame, la disperazione e il contrabbando hanno distrutto la società di una città che, prima della guerra, era un ridente centro di cure termali. E la dignità dei suoi abitanti è stata saccheggiata dall’ipocrisia del comando olandese delle Nazioni Unite, quel battaglione Dutchbat che era stato là inviato per difenderli, ma che, mentre venivano massacrati, era già in fuga verso una zona davvero protetta.

Il libro descrive come, soprattutto di fronte alla morte e alla violenza, la famiglia abbia rappresentato un’ancora di salvezza. Tutti, a Srebrenica, erano in qualche modo legati tra loro, e grazie a quei legami molti poterono trovare rifugio.

Avevamo vagato a piedi da un villaggio all’altro, dormendo ogni notte da parenti diversi che non avevamo mai visto prima e ottenendo un rifugio solo grazie alla parentela con mia madre.

Molti, però, erano rimasti fuori dall’enclave, e l’unico mezzo per contattarli era la radio. Parenti e amici facevano la coda fuori dalla stazione radio per potere avere notizie dei propri cari. La guerra aveva reciso anche i loro legami, ma – quasi per un sinistro gioco del destino – ne aveva creato altri.

Indipendentemente dal sesso e dall’età, dalla posizione sociale e dalla ricchezza, dalla cultura e dall’educazione, aspettavano ogni mattina, in lunghe code, e tremavano dal freddo. Se ne stavano là, chiacchierando con i vicini benché fossero quasi sempre degli estranei – anche se, a un certo punto, ci saremmo tutti conosciuti a vicenda.

Il giovane Emir era stato costretto ad andare in quell’inferno. Suo padre decise di abbandonare la loro casa per dirigersi verso Srebrenica. La città, la sua disperazione, i suoi morti e i suoi martiri sono divenuti la sua terra di provenienza:

… vengo da Srebrenica. In realtà vengo da un altro posto, ma ho scelto di essere di Srebrenica. Solo da lì sento di venire, come solo lì me la sono sentita di andare, in un momento in cui non potevo andare da nessun’altra parte.

Srebrenica

L’area protetta riassumeva la situazione di tutto un paese in guerra, dove regnavano incontrastati la fame e il mercato nero, legati da un terribile rapporto, che durante l’assedio decideva il prezzo della vita di ognuno. Si mangiava una volta al giorno, e solo chi era amico dei signori della guerra e dei profittatori della nuova società tribale che si era formata si poteva permettere il lusso di avere colazione, pranzo e cena. E si diventava deboli non solo nel fisico, ma anche nello spirito.
La guerra, in quel luogo dimenticato da Dio:

… è stata una cosa sporca, molto più sporca che in qualsiasi altra parte della Bosnia ed Erzegovina. I serbi ci trattavano come animali e noi, dopo un certo tempo, cominciammo a comportarci come animali.

Ma le pagine scorrono veloci tra le dita, senza mai accendersi d’ira o d’odio per chi si è reso colpevole di quel genocidio; si percepisce solo la voglia di avere giustizia per le anime di coloro che oggi non ci sono più. E Suljagić ha incontrato, nel pomeriggio del 12 luglio, l’ideatore materiale del massacro. Ratko Mladič, in arrivo al comando di Potocari, parla con il colonnello olandese gridandogli: “Tu sei una colomba. Io qui sono Dio!”. Poi, incontra il giovane Emir, al quale era stato preso il tesserino giallo di riconoscimento che, in quel momento, era nelle mani del generale.

Ero sopravvissuto perché quel giorno Mladič si sentiva Dio: aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte. Per mesi lo sognai di notte. Mi svegliavo davanti ai suoi occhi iniettati di sangue, mi veniva da vomitare per il fetore che gli alitava dalla bocca.

Per coloro che, come per chi scrive queste pagine, all’epoca delle guerre jugoslave degli anni Novanta, erano solo dei bambini, alla fine della lettura di questo libro si rende necessaria una piccola pausa, in cui si riflette su ciò che è accaduto a quelle migliaia di persone innocenti. Si guardano, con orrore, le immagini che chiudono il volume e che descrivono la realtà del massacro. La fossa comune dopo l’ultima pagina del racconto è un pugno nello stomaco. Non solo per il lettore, ma per tutti coloro che in quei tre anni hanno guardato Srebrenica e hanno voltato la testa altrove. Ci si chiede da che parte stessero i soldati olandesi del comando Dutchbat, dove fossero gli aerei della Nato che non si fecero mai vedere a Srebrenica, se non nel pomeriggio dell’11 luglio, quando ormai le truppe di Mladic avevano già svuotato la città e migliaia di persone stavano scappando in massa verso Potocari, sede del comando ONU.

Srebrenica

Srebrenica, oggi, è pressoché uguale a sedici anni fa, derubata di un’intera generazione di uomini che poteva e doveva essere il futuro di questa terra.
“La cosa peggiore del conflitto è che ha spazzato via una generazione, la mia. Il dramma di noi bosniaci è che nel momento cruciale della nostra storia ci siamo ritrovati una leadership rozza e incivile, incapace di guidare un popolo” ha detto Suljagić qualche mese fa, in un’intervista. Tuttavia per chi è sopravvissuto allora dall’arresto di Mladič  si è levato oggi l’incubo di saperlo ancora in vita. E per quanto il primo passo della giustizia sia avvenuto, ciò non di meno molta altra strada dovrà essere percorsa affinché possa in parte esser restituita, al mondo tutto cui è stata sottratta, la dignità che è morta assieme a quelle ottomila vite.

Nota biografica

Emir Suljagić, è nato nel 1975 a Ljubovija, in Serbia. Sopravvissuto al massacro di Srebrenica, dopo la guerra ha intrapreso gli studi di Scienze Politiche presso l’Università di Sarajevo. Lavora come corrispondente per il settimanale “Dani” di Sarajevo. Tra il 2002 e il 2004 si è occupato delle vicende del Tribunale Internazionale  Penale per l’ex Jugoslavia dell’Aja per “Dani” e per l’Institute for War and Peace Reporting.

Da pochi mesi, è ministro cantonale per l’Educazione della Federazione croata-musulmana, una delle due entità istituzionali in cui è divisa la Bosnia-Erzegovina.

Commenti

2 commenti a “Quel giorno in cui Ratko si sentì Dio”

  1. ho trovato il libro circa due mesi fa alla feltrinelli, per caso, e ne sono rimasta folgorata…

    Di Giovanna Frene | 21 Giugno 2011, 18:12
  2. L’importante è non dimenticare…

    Di Alessandro Ortis | 21 Giugno 2011, 21:46

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