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Palcoscenico

Il paese sotto anestesia totale di Marco Travaglio

Anestesia totalePur registrando essi un eccellente successo di pubblico, non sono molte le recensioni degli spettacoli teatrali di Marco Travaglio che si possono leggere sui giornali.
Dietro, forse, la scelta editoriale di non dare particolare rilievo a uno spettacolo “di opposizione”, o, più semplicemente e probabilmente, l’oggettiva difficoltà a rendere conto questa forma di messa in scena senza scadere nella sintesi, peraltro non semplice, della rappresentazione.

In precedenza, il giornalista torinese aveva portato nei teatri Promemoria, un recital in cui ripercorreva la storia recente d’Italia, mettendo in luce i punti oscuri del passato di chi oggi ci governa, proponendo, in forma più snella e discorsiva, gli argomenti a tratti già affrontati nei suoi articoli e istant-book. In questi giorni il vice direttore de Il fatto quotidiano calca le scene insieme a Isabella Ferrari con lo spettacolo Anestesia totale.
L’impostazione è senza dubbio più disinvolta, ma non così rivoluzionaria (e rivoluzionata) come l’inserimento di un contraltare femminile potrebbe far presagire. Nonostante la presenza dell’attrice di Due partite – perfetta per il “ruolo” perché appassionata, ma non istrionica – sul palco, il pubblico è tutto per Travaglio, che è oggetto dell’interesse femminile più o meno come Robert Pattinson, solo che il suo vivaio di fan spazia dai sedici ai settantasei anni (ecco, dunque, svelato il vero motivo di tanta ostilità da parte del capo del governo).

Dopo un momento introduttivo in cui l’autore identifica la causa dell’attuale situazione del paese nel lassismo degli elettori, che hanno permesso questa sorta di golpe al rallentatore, mutuando un’espressione di Luttazzi, e si interroga sulla natura del virus che, come nel romanzo di Saramago Cecità, ha contaminato tutta la popolazione per quasi vent’anni, lo spettacolo propone subito lo scambio di battute collaudato da Fazio e Saviano nella fortunata trasmissione Vieni via con me, ma è la sola concessione a questa formula già popolarissima; da qui in poi i protagonisti interagiranno solo marginalmente, per non dire per nulla, se non quel tanto che basta per lasciarsi i rispettivi spazi.
Al contrario di Promemoria, che altro non era che la divulgazione dalla spiccata impronta giornalistica degli avvenimenti-chiave del nostro passato recente, Anestesia totale potrebbe essere definito metagiornalismo; uno spettacolo, cioè, che parla del giornalismo come mestiere e attività, che non si limita a spiegarne i “segreti” al pubblico, ma che fa giornalismo analizzandone le trasformazioni in funzione dei rapporti con l’attualità e con il potere; non a caso gli “atti” in cui la rappresentazione è idealmente divisa si chiamano “lezioni”.

Ne La scomparsa dei fatti, la prima lezione, Travaglio cita Longanesi – non sarà l’unica volta – per sintetizzare l’insegnamento (“Quando i problemi si fanno grossi, parliamo dell’elefante allo zoo”) e ricorda quali argomenti – decisamente poco attuali – sono stati in diversi casi sottoposti all’attenzione degli spettatori di Porta a Porta mentre gli scandali investivano il presidente del consiglio. Non possono mancare le considerazioni sulla direzione del TG1, affidata a giornalisti sempre più vicini al premier e inclini a tralasciare di riferirne le vicessitudini. Secondo la firma de L’espresso, il TG1 è il solo telegiornale a non aver mai proferito testualmente il termine bunga-bunga in tutti questi mesi, ma che in compenso si è occupato di allarme obesità a Mosca e lezioni per camminare sui tacchi alti. Quando la Ferrari legge i titoli di alcuni servizi realmente andati in onda nel principale telegiornale nazionale, Travaglio la osserva soddisfatto, per non dire orgoglioso, e tamburella con le dita sulla caviglia (è seduto su una panca e assume spesso la posa di “Adamo che riceve da Dio la scintilla della vita” nell’affresco della Cappella Sistina), sogghignando mentre anche il pubblico ride alla performance dell’attrice che, con il suo tono ascendente e pieno di immotivato entusiasmo, strizza l’occhio a Maurizio Crozza e ai suoi sketch della serie Kazzenger. In effetti, rispetto al comico genovese, la Ferrari fa ridere un po’ meno, perché nel suo caso è tutto vero e i testi sono a carico degli abbonati.

La sorpresa dello spettacolo è la vis comica che lo stesso Travaglio rivela. Non che i suoi lettori non siano abituati all’ironia tagliente e puntuale con cui chiosa i propri editoriali o gli interventi ad Annozero, o stempera i più lunghi contributi su Passaparola, tuttavia stupisce ancora vederlo così disinvolto nel dipingere ridicole scenette di inviati appostati ai caselli autostradali in attesa di leggendarie Bianchine di fantozziana memoria (delle quali temo un quarto del pubblico non abbia idea), stipate di canotti, secchielli, salvagenti e vari ammennicoli Da spiaggia, pronti porre al guidatore l’annoso quesito “mare o montagna?” pur di realizzare un servizio-riempitivo per l’edizione delle Venti, e sembra avere assorbito molto dei modi e dei tempi del pluricitato Luttazzi. Il pubblico del teatro, non del tutto avvezzo a queste spiritose divagazioni, si adegua subito e manifesta pieno gradimento.

Indro Montanelli al Corriere della Sera

Il personaggio cui viene fatto maggiormente riferimento, vero e proprio secondo autore dello spettacolo, è Indro Montanelli, che portò il giovane Travaglio con sé nella redazione del suo nuovo quotidiano La Voce, fondato proprio per non “diventare il megafono di qualcuno” all’indomani della fuoriuscita da Il Giornale. Suoi i contributi audio che introducono ogni lezione, suoi gli articoli – per lo più reperibili nel volume Senza Voce (BUR) – che la protagonista femminile di Caos Calmo legge con trasporto a completamento del pensiero del giornalista toscano.

“La scomparsa del metro” si riferisce a quello “di giudizio”, per via della quale i fatti più rilevanti vengono affossati da altri meno importanti. L’esempio portato è il caso dello scandalo per la casa a Montecarlo di GianfrancoFini – terza carica dello Stato – che ha monopolizzato l’attenzione delle testate nell’estate del 2010, quando la prima e la seconda carica dello Stato erano oggetto di indagini passate in sordina. La ribalta concessa a fatti in realtà meno rilevanti è anche la causa di una sorta di straniamento che molti italiani vivono, essendo cittadini di un paese che non esiste, in cui tutti sono intercettati e l’immigrazione ha raggiunto livelli allarmanti. Non mancano le osservazioni sul paradosso della par condicio, principio giusto e animato dalle migliori intenzioni, snaturato dalla smania del contraddittorio a tutti i costi, per cui anche i dati oggettivi sono diversi a seconda di chi li riporta; si sorride nuovamente quando Travaglio tratteggia la situazione di un talk show – del quale, osserva, veri padroni di casa non sono i giornalisti, ma gli ospiti che ne determinano la presenza in studio e in onda – in cui gli esponenti di governo e opposizione riferiscono diversi dati del PIL, e al conduttore non conviene neppure sapere, figuriamoci riferire, quale sia il dato reale.
“La scomparsa della verità” è sintetizzata dalla frase di Goebbels (scelta emblematica), secondo il quale ripetendo dieci volte una bugia, essa diventa vera. Il caso giornalistico preso ad esempio è quello delle armi di distruzione di massa attribuite all’Iraq di Saddam Hussein, poi rivelatesi inesistenti, e delle opposte reazione dei governanti: Bush e Blair che si scusano con i rispettivi cittadini ed elettori, e Berlusconi che può permettersi di glissare perché la notizia, in Italia, semplicemente, non viene data; ma gli episodi possono essere diversi e un altro è quello del “caso influenza suina”, un affaire, al contrario, montato mediaticamente in relazione ad un pericolo sanitario inferiore a come è stato fatto percepire, con imbarazzanti coinvolgimenti di interessi di determinate case farmaceutiche, come viene diffusamente spiegato durante il recital.

Travaglio in Anestesia totaleLa lezione più interessante, forse perché la più sofisticata, produttiva e meno sviscerata altrove, è quella che ha per titolo “La scomparsa delle parole”, cioè quella riferita alla pratica di mettere in atto una sorta di riforma linguistica drammaticamente simile alla neolingua orwelliana: Craxi che, da latitante, diventa “esule”, ricalcando così il percorso di un patriota come Mazzini, o l’inceneritore di rifiuti che, con il nuovo nome di “termovalorizzatore”, non evoca più il pericolo dell’esposizione a un’atmosfera malsana, ma un più vago e rassicurante concetto di convenienza. Gli esempi di questa pratica potrebbero davvero essere protagonisti di una rappresentazione a parte e la soluzione registica è quella di affidare alla Ferrari l’elenco dei più evocativi, che sembrano così riprendere tutta la loro dimensione ossimorica e surreale che – è amaro ammettere – anche nel pubblico di Travaglio (presumibilmente almeno scettico verso le linee del governo, se non proprio critico) stavano cominciando a perdere, segno che il processo di cloroformizzazione dei cittadini non risparmia neppure coloro che lo riconoscono.

Quasi conseguentemente assistiamo a “La scomparsa della logica”: la pratica diffusa fra i politici di non prendersi neppure più la briga di smentire le accuse, ma di limitarsi a contro-accusare attribuendo anche ad altri le proprio colpe, come se ciò le mondasse, secondo un principio che ricorda quello dello “specchio riflesso” che si usava all’asilo; o a quella di usare slogan come “manette facili” o “scontro tra politica e magistratura”, ossia espressioni che non significano nulla, ma di cui i potenti si riempiono la bocca per fare sensazione e che i media di regime diffondono e rendono familiari, come fanno con le strampalate giustificazioni fornite alle vicende più vergognose, quali la frequentazione di Bertolaso del Salaria Sport Village “per trattare la cervicale”, o Scajola la cui abitazione è stata acquistata “a sua insaputa”. Il pubblico si sganascia quando Travaglio chiude l’atto con un riferimento a quello che Massimo Fini ha chiamato il giorno dell’impermeabile (cioè quello in cui Berlusconi spalancherà il soprabito davanti a un asilo nido o accoltellerà alla schiena un passante) e divertendosi a immaginare le reazioni dei vari uomini del presidente: Ghedini, che sosterrà che fosse un pugnale-giocattolo, Sallusti, che rammenterà che anche Vendola, sulla spiaggia per nudisti dove si è recato vent’anni fa stranamente svestito, accoltellava la gente, e Belpietro, che si domanderà cosa ci facesse la schiena del passante puntata contro il coltello del premier, e chi ne fosse il mandante.

È, dunque, uno spettacolo assai più leggero e godibile del precedente, in cui l’autore si è concesso diverse divagazioni di spirito, dietro cui potrebbe trovarsi una doppia motivazione: da un lato la consapevolezza di un pubblico informato sulle vicende affrontate, al quale non è più necessario proporre un quadro storico, ma con il quale si possono condividere considerazioni, dall’altro l’ironia e la soddisfazione di ripagare questo regime mediatico con la stessa moneta, quella, cioè, di offrire una forma di intrattenimento più accattivante e facilmente fruibile, che faccia passare il messaggio di una situazione intollerabile senza grosso impegno da parte del ricevente, così come l’intrattenimento spensierato delle televisioni private ha creato, gradatamente e senza traumi, l’elettorato anestetizzato di oggi.

Anestesia Totale è il secondo spettacolo teatrale di Marco Travaglio e, grazie agli interventi del giornalista e dell’attrice Isabella Ferrari, porta in scena i residui di berlusconismo di cui l’Italia rischia di non riuscire a liberarsi.
Fucine vi ha assistito a Udine l’11 luglio, ma la tourneé prosegue a Marina di Pietrasanta (21 luglio), Firenze (22 luglio), La Spezia (23 luglio), e poi in autunno a Pescara (14 e 15 ottobre) e Padova (25 novembre), mentre sono in continua programmazione ulteriori spettacoli.

Marco Travaglio è torinese e laureato in Storia;  giornalista e scrittore, è vice-direttore de Il fatto quotidiano, autore di numerosi istant-book (editi per lo più da Chiarelettere), e di due spettacoli teatrali: Promemoria e Anestesia totale. Ha una rubrica fissa su L’espresso, sul blog di Beppe Grillo e  nella trasmissione di RAI2 Annozero. Pubblica anche con regolarità, fra l’altro, su A e Micromega.

Isabella Ferrari è emiliana e attrice cinematografica e teatrale; notata ancora minorenne, è divenuta popolare giovanissima negli anni Ottanta grazie a ruoli in numerose commedie e ha convinto il pubblico, in anni più recenti, con parti più impegnate sul palcoscenico e in film d’autore. Ha detto (a Travaglio) di aver accettato Anestesia totale perché lui la fa “ridere anche quando non c’è niente da ridere”.

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