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Musica

Vinicio Capossela

Vinocolo: Vinicio da vicino

Ama i quarto d’ora di ritardo ma non quelli di celebrità. Timido o forse solo umile, ha la verve istrionica dell’immersione nel ruolo ma rinuncia al cicalare del successo, non partecipa ai baccanali dei festival, compare in televisione in quei programmi a tarda sera sul Tre, preferisce la radio, ma è difficile trovare una banconiera canticchiare i suoi testi per assuefazione alle hit diffuse a frequenze unificate.

Vinicio Capossela - foto di Elettra Dallimore Mallaby

I suoi album sono armi a doppio taglio: la grancassa delle canzoni festanti e le ballate turbate dalla nostalgia. Assoli al pianoforte, swing, jazz, blues, polke, mambo, canzoni popolari, tango, folk e persino gli insopportabili cori russi. Ogni storia una visione e dunque un’immagine diversa da musicare. E la musica è flessibile come ferro caldo, rinfrescata dalla voce roca che lo fa un po’ seduttore e un po’ gangster, e questo spiega perché ami le storie americane di Tom Waits ma non nasconda l’ammirazione per Adriano Celentano. Sul palco si agita con i suoi costumi ingombranti, gli elmetti, le coriste-coreute ma soprattutto accompagnato da una band dalle prestazioni impeccabili.

Dopo il concerto di domenica sera in Piazza Castello a Udine, Vinicio Capossela dà appuntamento alla cittadinanza al giardino di Palazzo Antonini, sede dell’Università di Udine, piccolo ateneo di provincia senza gloria che ha però un parco degno di Cambridge. Siamo meno di un centinaio, seduti in coloratissime panche da kindergarten o fiera campionaria. Ognuno può chiedere ciò che crede, anche se Capossela preferisce parlare a braccio, vagare nelle camere a sud dei suoi capolavori. Mi sono avvicinata a lui con la raccolta L’indispensabile un’estate in cui attraversammo i Balcani in furgone, poi lo incontrai scrivendo la tesi: accompagnò Rumiz per un tratto di Appennini in quel viaggio folle sulla spina dorsale dell’Italia che lo scrittore percorse in Topolino. Fra tutti gli interventi volutamente complicati ad opera degli studenti presenti, il più significativo è stato quello di Sandra da Pordenone, over sessanta che ha detto solo “grazie, io manco sapevo chi fossi fino a due mesi fa”. Lui si alza e le stringe la mano, perché lo stupro più grave alle sue canzoni è proprio tentare di lambiccarsi nell’esegesi.

L’ultimo album, Marinai, profeti e balene, canta il fascino dell’ignoto per eccellenza: il mare, il territorio inconoscibile del vago, un tema sorretto da testi come sempre ispirati alla più autorevole letteratura: dal viaggiatore primordiale, l’errabondo Ulisse genio ed eroe, fino al capitano Achab, o il tremendo Leviatano. Negli abissi di un mondo che tra leggenda e mitologia non ha ancora esaurito il suo ammaliante mistero, Vinicio ci racconta le storie che noi tutti conosciamo, ma arrangiate e riscritte come ci ha divinamente abituato. Dio, il fato, il destino, il karma, quello che vuole trasmetterci Vinicio con la sensibilità del poeta e l’abilità dell’aedo è la nostra impotenza di fronte alla supremazia della natura, quella che ci circonda, ma anche quella di uomini che hanno bisogno della storia e delle storie per riconoscersi e affrancarsi.

Vinicio Capossela - foto di Elettra Dallimore Mallaby

Domanda (D): Vinicio che cos’è per te il racconto?

Vinicio Capossela (VC): Direi che sarebbe bene partire dall’inizio: sono nato e ho trascorso l’infanzia in Germania, i miei genitori sono emigrati ad Hannover dall’Irpinia, e il primo approccio con la narrazione proveniva proprio da loro, che tornando dal lavoro si raccontavano la giornata e inevitabilmente portavano con sé quella zolla di terra che avevano lasciato: la cultura contadina, le famiglie matriarcali, le vecchie e le loro antiche storie tra superstizioni, folklore e leggende popolari. Per me erano personaggi mitologici non solo i protagonisti delle storie, ma anche chi le raccontava.

D: Cosa non deve mancare nell’officina delle storie?

VC: Raccontando una storia ognuno si impadronisce di un eloquio personale. Senza i mezzi di comunicazione odierni, che hanno accelerato i contatti, la contaminazione tra le storie ruoterebbe intorno agli stessi precetti: l’onore, la guerra, il ritorno, l’appartenenza, la vergogna, l’amore, il senso di comunità. Quello che fa la differenza è il linguaggio. È tramite le relazioni, il contatto, che si edifica un linguaggio che fa grandi le narrazioni e i narratori. La rivelazione delle storie esemplari è la cosmogonia: dare un senso a ciò che non si capisce, e questo senso è il ricordo.

D: La tua indiscussa capacità di cantastorie sta nella giusta armonia tra musica e parole. Il linguaggio è spesso dialettale, decontestualizzato, ma anche trattenuto, a volte criptico. Tu sei il creatore e anche l’interprete delle tue poesie, è come se volessi rimanere a tratti inespresso.

VC: Nella cucina del racconto l’ingrediente fondamentale è il linguaggio, e direi che paragonerei le mie canzoni al maiale: nell’abbondanza, ognuno trova qualcosa da mangiare. Mi piace modificare le parole, sbagliarle. Per fare una ricetta ci vuole estro ma bisogna combinare bene gli ingredienti: mentre la storia ha bisogno di una quantità precisa di componenti poiché coinvolge la sfera del ragionamento, la musica è del tutto emozionale. Mettere insieme i suoni è emozione, la ricerca dei timbri è emozione, mettere la musica al servizio del testo è emozione. Per questo mi servo di tutti i generi. Quando mi chiedono “che musica fai?”, rispondo che è quella che mi serve per raccontare una storia. Dai canti protestanti al cha cha cha, poi scelgo le parole anche per come suonano. La storia ci può colpire, la musica dà un tono epico e la riporta ad una dimensione che la sottrae all’abitudine. Diffido da chi pensa al lettore quando compone, ma la canzone non si completa senza l’esperienza dell’ascoltatore, il lettore è esso stesso un ingrediente. Tuttavia non mi interessa l’ermetismo, non c’è energia nell’io, il fine non è farsi capire, ma suscitare l’emozione di preparare un buon piatto per chi ti presta attenzione. Raccontare per me è, come dice Céline, “trasferire nel cielo a rovescio” o, come nel Viaggio al termine della notte: “chiudi gli occhi, è dall’altra parte della vita”.

D: E cosa c’è dunque, al di là del mare?

VC: Mi viene sempre in mente quella piccola magia che è il cambiamento della materia dallo stato solido a quello gassoso. Diventare gas richiede energia, ma una volta mutata la forma, e non la sostanza, il trasporto è più agevole, diventa spirituale, etereo, eterno. Una delle etimologie di Eden è recinto, una cosa chiusa, non contaminata. Il confine che ci diamo nella vita è importante e prezioso, è lì che ci si deve esercitare quotidianamente, non per trincerarsi, ma per imparare la condivisione. Esattamente come la teoria degli insiemi: prima un insieme è isolato, ma poi è necessario riempire il vuoto nel quale siamo stati generati, e da qui c’è il co-insieme, le intersezioni, gli incroci. La vita si alimenta con l’illusione che debba essere compresa, decifrata, ma non è il suo fine. L’uomo è al cospetto del suo destino, lo dice Melville: il fato, come la balena, si capisce dalla coda, ossia dalla fine. Ma troppo spesso siamo così coinvolti dalla narrazione da perderci i dettagli solo per la foga di vedere come va a finire, la trama delle storie è spesso d’intralcio perché pur di arrivare a conoscere la fine ci si perde le cose attorno. Ecco, credo che capire cosa c’è al di là del mare sia un po’ come i giochi della Settimana Enigmistica in cui bisogna unire i puntini, uscire dal recinto e allungarsi verso gli altri, altrimenti non si può completare la figura finale.

Vinicio Capossela - foto di Elettra Dallimore Mallaby

D: Sebbene la rottura della distanza cantata nei tuoi testi sia spesso incolmabile.

VC: Ci sono testi come Modì o Ovunque proteggi in cui si avverte proprio la propensione alla nostalgia – ma intesa come termine medico – che fu studiata per la prima volta da uno svizzero che si occupava dei malori di soldati e marinai quando erano lontani da casa. Componendo cerco di guarire l’infiammazione del ritorno o del ricordo, la ferita della vita per definizione: la nostalgia di aver perso qualcosa, colmare lo squarcio lasciato con la fine dell’infanzia. Ecco perché i racconti migliori della mia vita erano quelli dei miei genitori al rientro dalle ceramiche.

D: Quali sono stati i libri della tua infanzia?

VC: Sicuramente Moby Dick, Dickens, ma su tutti credo I ragazzi della via Pàl. L’infanzia è violenta, gli istinti sono al massimo nella bontà e nella cattiveria. Se sono solo in una stanza con un bambino non so cosa dirgli, non mi viene altro da fare che spaventarlo, perché è l’ignoto, proprio come Ulisse, che muove l’aspetto più inconscio, è il grottesco, il pauroso, è la sede gigantesca della fantasia e la dimensione sconfinata dello sconosciuto che si rimpicciolisce nell’età adulta. È per questo motivo che le storie esemplari ci stupiscono anche da grandi: ci appartengono già, sono destinate a ravvivare il nostro aspetto oscuro. Lucignolo, per esempio, non è altro che Pinocchio senza la fatina, mi fa compassione, è una figura struggente, la pena e il dolore di essere trasformato in somaro perché abbandonato, uno dei timori ricorrenti dell’età adulta. Per contro, certe mie canzoni sono delle hit per under-dieci, penso a Marajà e la conta Astanblanfemininkutan, melingheli stik e stuk, malingut!

Valentina Avoledo (VA): Ulisse è l’esempio perfetto dell’insaziabile ricerca, la curiosità che si spinge oltre i confini comunemente accettati.

VC: Marinai, profeti e balene prende senz’altro spunto da Odisseo, io che non ho fatto il classico ci ho ritrovato il linguaggio dell’infanzia, delle nonne. Ulisse è visto come l’eroe coraggioso che sfida l’ignoto, l’incognito, e si spinge dove nessuno aveva mai osato. Nonostante tutte le peripezie che vive, il senso più puro del racconto omerico è l’arrivo alla conoscenza, che ha come prezzo la separazione, la solitudine. Raccontare, dunque, è proprio ricucire questa separazione. Quando Circe ridà la dignità di uomini ai compagni di Ulisse, quest’ultimo avverte la distanza tra lui e gli uomini del suo equipaggio, che essendo stati bestie non ricordano ciò che hanno vissuto, mentre Ulisse ha il lascito di un’esperienza vera, che non può condividere. L’importanza del racconto è proprio ristabilire il tempo mitico della memoria, far vivere la storia per sempre. Prima della scrittura gli aedi avevano un ruolo fondante, erano loro stessi il testo sacro della religione, delle credenze, di qualunque uso si potesse fare della storia. Quando Ulisse prevale sui Proci, decide di risparmiare l’aedo perché altrimenti le sue gesta non verrebbero ricordate: è un ruolo quasi politico quello dell’aedo, raccontare le storie e tramandarle permette di non farle perire nel tempo per assicurare la memoria imperitura.

D: Oltre la mitologia, c’è anche un’altra storia che potremmo definire epica e che ti sta molto a cuore: la Bibbia.

VC: Si capisce che non ho il dono della fede, ma il linguaggio della Bibbia è potente, le visioni sono mastodontiche: due versetti e si spalanca il paradiso. La Bibbia non è la storia di Dio, ma quella degli uomini. Gesù, per esempio, è prima di tutto un uomo e mi sembra di avergli reso degna memoria ne L’uomo vivo. Quali versi migliori per rendere la gioia di tornare alla vita quando dico: “Di spalla in spalla, di botta in botta, le sbandate gli fanno la rotta”. Nessun segno divino, Cristo spadroneggia e barcolla tra le folla perché è un giovane a cui è capitata una vicenda incredibile, e nell’immaginare questa storia la fede passa decisamente in secondo piano. Ciò che forse tralascia la Bibbia è che sbagliamo, tutti ciascuno a modo nostro, ma nel bene, nel giusto, nella gioia appunto, siamo tutti uguali.

Vinicio Capossela è nato ad Hannover il 14 dicembre 1965. Vive a Milano. Suona un po’ tutti gli strumenti e un po’ tutti generi. Alle musiche affianca dei testi che sarebbe più giusto definire poesie. Umorale, impetuoso, porta spesso cappelli vistosi, forse per deviare lo sguardo da una sorta di timidezza malinconica che annienta sedendosi al pianoforte. Ha pubblicato sette album in studio e due live. Marinai, profeti e balene è il diario di bordo del viaggio appena concluso, registrato nelle isole di Capri e Creta, nella terraferma berlinese e milanese e oltreconfine a Capodistria. La traversata ha prodotto un doppio disco, che è uscito a fine aprile 2011.

Commenti

Un commento a “Vinocolo: Vinicio da vicino”

  1. Bell’articolo. mi sei piaciuta… 🙂

    Di BRIGITTE BB | 9 Agosto 2011, 12:55

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