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Omnia

Aristotele: dal parlare al dimostrare

La fondazione teorica della scienza e la funzione del linguaggio

Disegno di AristoteleAncora non può dirsi sciolto il nodo problematico circa la possibilità di definire il pensiero di Aristotele come un sistema filosofico completo e unitario con una sua coerente continuità e progressione. Sicuramente il filosofo greco fu un ordinatore e classificatore delle diverse branche della scienza e della conoscenza, da lui distinte e affrontate separatamente negli scritti a noi pervenuti, tutti da lui utilizzati presumibilmente  come appunti di riferimento per le sue lezioni davanti a un pubblico di uditori filosoficamente interessati e partecipi. Le diverse scienze trattate una ad una da Aristotele, anche per chiarezza didattica, sono però da considerarsi come delle parti che, interagendo tra loro, costituiscono il tutto della conoscenza umana, pertanto ci sono continui rimandi da un testo all’altro e strutture argomentative ricorrenti all’interno dell’opera completa del filosofo.

Alla luce di questo legame profondo che connette i testi aristotelici e, di conseguenza, i diversi ambiti della realtà presi in esame, nel ricercare i principi della sua indagine occorre seguire metodicamente lo stesso Aristotele, che per prima cosa si pone come obiettivo la fondazione di una scienza della natura, attraverso la quale strutturare tutto il suo lavoro. Tale fondazione è compiuta nella Fisica, e più precisamente nei primi due libri della Fisica: Α e Β. Fondare una nuova scienza, in questo caso la scienza della natura, consiste, oggi come nel mondo greco, nel cercare delle basi universalmente valide e dimostrate sulle quali costruire un sistema che sia coerente e riconosciuto. Proprio nello svolgere questa ricerca, il pensiero di Aristotele si discosta evidentemente dalla modernità; infatti, egli si serve, per le sue dimostrazioni, di un appoggio di conoscenza comune, condiviso e utilizzato da tutti, cioè il linguaggio parlato, che nella scienza moderna difficilmente viene investito di connotati universali e validi da cui cominciare.
L’uso comune del linguaggio, considerato come premessa per le dimostrazioni aristoteliche, richiede una riconsiderazione e ridefinizione dei concetti di universalità ed evidenza che dovrebbero caratterizzare le fondamenta di una scienza.

L’uso comune del linguaggio come punto di partenza per le dimostrazioni aristoteliche in Fisica Β

I primi due libri della Fisica pongono le fondamenta per la possibilità di parlare di una scienza della natura, la fisica appunto. Possibilità che era stata negata dalla concezione platonica della fisica, espressa nel Timeo come un είκώς μύθος, un discorso verosimile, e mai come επισθήμη, una scienza, cioè, nel senso pieno del termine,  che invece Aristotele riafferma. Dopo il primo libro, Fisica Α, in cui argomenta circa i principi, le cause e gli elementi degli enti naturali, in Fisica B (collocato successivamente al libro Α solo nella versione di Andronico di Rodi del I secolo a. C.) Aristotele si pone un nuovo possibile inizio per la scienza che si sta qui fondando. Nonostante espliciti richiami tematici e testuali al libro precedente,  egli si concentra su un nuovo punto di vista, quello della teleologia che caratterizza tutti i processi naturali.

Il libro Α apre la trattazione circa la ricerca dei principi della natura, partendo esplicitamente dal linguaggio e improntando, proprio attraverso di esso, una critica alla concezione unitaria dell’essere di Parmenide e della scuola eleatica. Ma il linguaggio sottende a tutto il primo libro come orizzonte di conoscenza comune agli uomini, da cui partire per le dimostrazioni della scienza della natura. A una prima lettura di Fisica Β, saltano agli occhi alcune costanti terminologiche nel modo con cui il filosofo greco inizia, quasi sempre, le proposizioni che nella sua trattazione svolgono la funzione di premesse per una definizione o per una dimostrazione. Gli incipit di queste proposizioni presentano etimologicamente sempre riferimenti ai verbi greci λεγω e φημί: dire, parlare, affermare.
Già in Fisica Β 1, nella prima definizione data da Aristotele della natura, si legge: “Perciò gli uni dicono che la natura delle cose che sono è fuoco (…) In effetti, quello (…) è detto essere tutta la sostanza, mentre le altre cose sono tutte dette essere sue modificazioni” [1].

E ancora in Fisica Β 3, esponendo la dottrina delle quattro cause concomitanti in natura, si legge dalle parole di Aristotele: “In un modo è detto causa ciò da cui, come costituente interno una cosa viene ad essere” [2] e ancora “Tanti dunque, direi, sono i modi in cui le cose sono dette cause. Ma dato che le cause sono dette in molti modi, si ha anche che della stessa cosa ci sono molte cause – e ciò non per concomitanza” [3]. Si potrebbero citare altri numerosi esempi nel testo che ricalcano questo schema argomentativo, tipico della lingua greca, costituita dal verbo λεγω o φημί, principalmente alla terza persona singolare, quindi in forma impersonale, seguito dalla proposizione che Aristotele vuole in quel passaggio trattare (si dice, si afferma + proposizione). La scelta costante di questo schema di ragionamento non può essere casuale, ma è invece il chiaro segnale del valore scientifico che il linguaggio parlato ha nelle argomentazioni aristoteliche. Mentre le scienze moderne della natura — la fisica e la biologia — tendono a rigettare le opinioni di profane prendendo le mosse per le nuove ricerche sempre da “prove provate” in laboratorio o da teorie autorevoli e riconosciute, Aristotele concentra la sua attenzione su cosa è più chiaro per tutti, su come tutti parlano, senza infatti specificare il soggetto che afferma una determinata tesi o teoria: “In queste diverse forme linguistiche diviene per lui possibile cogliere la pre-conoscenza irriflessa che noi già possediamo e presupponiamo prima di ogni ricerca tematica” [4]. Dal modo di scrivere di Aristotele e dalle scelte linguistiche e terminologiche, si può cogliere che il suo metodo di ricerca sulla natura, ma anche sugli altri ambiti della realtà, non parte mai da zero, ma è sempre una chiarificazione e una definizione di quella conoscenza confusa e indefinita che è il linguaggio comune, di cui la scienza non può fare a meno per avere solide fondamenta [5]:

Inoltre: la natura, intesa come processo generativo, è la via verso la natura. Infatti la natura così intesa non è come la cura medica, la quale è un percorso indirizzato non verso la capacità medica, ma verso la salute. Infatti mentre la cura medica necessariamente proviene dalla capacità medica, ma non è indirizzata verso la capacità medica, la natura,com’è intesa qui, non sta in questo rapporto rispetto alla natura; invece, ciò che è in corso di nascita, in quanto è in corso di nascita, va da qualcosa verso qualcosa. E dunque cosa sta nascendo? Non ciò da cui, ma ciò verso cui è il processo. La forma quindi è natura.

Aristotele fa riferimento alla radice etimologica del termine natura, φύσις, che deriva dal verbo φύεσθαι (crescere, generarsi), utilizzato anche in una delle frasi successive. D’altronde è convinto dell’esistenza del caso e della fortuna, ma, per fondare questa idea scientificamente, deve fare i conti con quello che sull’argomento “dicono tutti” e partire proprio da questo: “Anche la fortuna e la spontaneità sono annoverate tra le cause; di molte cose si dice sia che sono sia che vengono ad essere a causa della fortuna e a causa della spontaneità” [6], e ancora “ Tutti dicono pur sempre che tra le cose che vengono ad essere le une provengono dalla fortuna, le altre non dalla fortuna. Ciò prova che essi non possono fare a meno di menzionare in qualche modo la fortuna” [7].

Busto di Aristotele

Non si può infatti tralasciare che, anche se è possibile rintracciare una causa per i fenomeni che vengono comunemente ricondotti al caso e alla fortuna, i termini caso e fortuna vengono utilizzati nel linguaggio comune per spiegare una classe di fenomeni che si vuole evidentemente differenziare da un’altra, per la quale le cause sono più precisamente rintracciabili. Quindi se è rintracciabile una causa anche per la classe dei fenomeni spiegati attraverso il caso e la fortuna, ma tali fenomeni sono evidentemente differenti dai fenomeni con una causa propria e determinata, sembra ci si debba appellare ad un diverso tipo di causa, quella che sarà definita “causa accidentale” di un fenomeno o di un evento. Questa dimostrazione segue lo schema argomentativo, ricorrente in Aristotele, che parte da una tesi da sostenere per poi operare un confronto con le opinioni diffuse sull’argomento e le opinioni eccellenti, in questo caso quelle dei sapienti che l’hanno preceduto e che hanno affrontato nei loro scritti quei fenomeni della natura non regolari, per i quali è spesso difficile rintracciare una causa propria . Nello specifico, qui Aristotele si riferisce alla tesi di Empedocle sulla separazione dell’aria nelle regioni superiori, che non avviene sempre o la maggior parte delle volte, ma solo in alcuni casi. E, ancora, si riferisce all’opinione diffusa che non vede regolarità nei processi del cielo, mondo sovralunare, differenziato dai processi naturali del mondo sublunare e all’opinione che vede il ricorso alla fortuna come una dichiarazione di ignoranza e incomprensibilità umana di alcune cause che sono interne alla natura. Dopo aver esposto le teorie dei predecessori, Aristotele passa a confutarle potendo raggiungere il suo obiettivo scientifico.

L’uso comune del linguaggio come punto di partenza nella ricerca dei principi aristotelica

L’obiettivo dichiarato da Aristotele dalle prime righe di Fisica Α è la necessità primaria, per fondare una scienza o una conoscenza riguardo un oggetto, di ricercare i principi dell’oggetto da indagare. Nel caso della fisica, quindi, occorre primariamente indagare sui principi della natura, oggetto della scienza. Questa indagine sui principi non segue però un metodo rigoroso e prestabilito in partenza, perché l’argomento stesso non permette una base di partenza che sia univoca. Il motivo di questa impossibilità è insito nella natura dei principi aristotelici, che non sono mai fini a se stessi, bensì sempre in relazione alla cosa di cui sono principi, sempre principi di qualcos’altro. Nella filosofia aristotelica, quindi, i principi hanno una natura sempre relazionale e mai autonoma rispetto all’oggetto di cui sono principi; essendo molti gli oggetti, e articolata la molteplicità del mondo, è evidente che non si possa negare una pluralità di principi. L’unica possibilità per l’uomo di avanzare nella ricerca dei principi è cominciare da ciò che lui ha di noto davanti agli occhi, la molteplicità della cose che compongono il mondo e che quindi sono già date.

La ricerca dei principi aristotelici richiederebbe un’analisi più dettagliata e approfondita: qui occorre limitarsi a tracciare alcune linee guida che sono funzionali a capire il ruolo del linguaggio all’interno della ricerca. È necessario in questo contesto sapere che i principi aristotelici sono principi che non possono essere dimostrati, perché mancano, di essi, premesse univoche che non necessitino di dimostrazione. Si esclude, quindi, in Aristotele, una conoscenza deduttiva e dimostrativa dei principi ricercati, ma anche una conoscenza intuitiva di questi. Aristotele, in altri scritti — principalmente nei Topici — riconosce all’arte dialettica una specifica utilità nella ricerca dei principi, in quanto essa indaga il fondamento di un pensiero partendo dall’analisi dei risultati e delle conseguenze per giudicare la validità delle premesse.
In analogia con l’arte dialettica nella ricerca dei principi, si possono indagare questi ultimi dalle cose di cui sono inevitabilmente principi fondativi. Un principio, infatti, inteso in senso aristotelico, può essere conosciuto per se stesso, seguendo la riflessione di Wieland, “solo indicando il modo in cui esso può essere principio di qualcosa realizzando in tal modo la sua funzione fondativa” [8].

Aristotele, nella prima parte di Fisica Α, fornisce un’ulteriore fondamentale indicazione per procedere nell’indagine: “si proceda da quello che è più conoscibile e chiaro per noi verso quello che è più chiaro e conoscibile per natura” [9]. Nella esperienza pratica di conoscenza di una cosa occorre contemporaneamente interrogarsi sui principi e sulla cosa in sé di cui sono principi, presupponendo che ci sia qualcosa di più conosciuto per noi, quindi qualcosa di già noto, una “determinata pre-conoscenza” [10] non del tutto scientificamente rigorosa da cui procedere nel conoscere una cosa.
Questa pre-conoscenza è da intendersi come la capacità preliminare a ogni indagine di sapere cosa si cerca di conoscere; infatti la conoscenza, come la intende Aristotele, sempre seguendo l’interpretazione di Wieland, non parte mai dal nulla, da zero, bensì deve intendersi piuttosto come una chiarificazione, codificazione di un insieme caotico di indistinta pre-conoscenza. Detto in altri termini conoscere può voler dire esplicitare con difficoltà le condizioni presupposte che possediamo approssimativamente da sempre come base per ogni discussione.

Hayez: AristoteleIl procedimento che porta alla conoscenza, qui sommariamente ripercorso, risulta essere analogo al procedimento dell’uso del linguaggio: nell’uso di una parola si parte facendo riferimento a un dato fatto concreto al quale applichiamo una determinata parola della quale non abbiamo piena conoscenza del significato. Sono proprio le parole della lingua, si legge in Wieland, usate e comprese in modo indefinito, che costituiscono una premessa e un punto di partenza imprescindibile per ogni conoscenza precisa.
In Aristotele in linguaggio comune, l’uso comune delle parole, costituisce un esempio di quella pre-conoscenza indifferenziata e non esplicitata che è la base di ogni conoscenza e quindi di ogni scienza che è sempre una operazione di “differenziazione” [11] di questa conoscenza indistinta. Riportando le conclusioni dello stesso Wieland [12]:

Aristotele ha sfregato l’uno contro l’altro alcuni enunciati tratti dal linguaggio corrente, finché si sono potuti differenziare pochi concetti fondamentali che hanno consentito di immettere in determinate prospettive ciò che nel parlare è presente in modo irriflesso. Si deve in ciò considerare che i principi costituiscono il risultato dell’analisi linguistica e in senso più ampio dal confronto con i predecessori.

Aristotele si confronta in maniera critica con le opinioni di cui dispone e ne tiene conto nelle sue posizioni scientifiche, pertanto la concezione teleologica della storia della filosofia, che si attribuisce al pensiero aristotelico, è una caratteristica che viene fuori solo a posteriori dal momento del confronto con i predecessori e dall’emergere di un’esigenza comune di indagine sui principi all’interno della quale la filosofia di Aristotele stesso è l’apice massimo. Nel momento dell’analisi delle opinioni precedenti la ricerca di Aristotele è già nel pieno della sua complessità, in quanto solo con delle premesse valide si può parlare di ricerca scientifica.
Come sostenuto fino a questo punto, il linguaggio è tema centrale per la filosofia aristotelica, nei termini in cui le strutture del linguaggio sono fondative per la scienza e la filosofia, ma non si tratta sicuramente un tema nuovo per la tradizione filosofica greca. Il linguaggio è infatti centrale anche nel pensiero del maestro rinnegato da Aristotele, Platone, anche se sul tema le loro visioni sono contrastanti, soprattutto rispetto all’importanza che nei due “sistemi” ricoprono la scrittura e le opinioni. Il pensiero platonico si concentra su temi morali legati al problema del bene, che trovano la loro naturale espressione letteraria nei dialoghi maieutici. Ma questi dialoghi risultano inadeguati nell’affrontare un tema come la filosofia della natura, che infatti nel Timeo trova espressione attraverso una narrazione verosimile, είκώς μύθος, ma mai una reale definizione scientifica. Ecco palesato lo scarto con Aristotele: egli pensa, infatti, che nel momento in cui si può parlare, in qualche modo, delle cose della natura, si presuppone il possesso di alcune strutture predeterminate che sono alla base della fondazione della fisica in quanto scienza.

Anche sull’importanza scientifica dell’opinione comune (la δόξα) si rende evidente lo scarto di Aristotele rispetto al maestro accademico, che rifiutava ogni possibile contenuto di verità attribuibile all’opinione. Aristotele sostiene che le opinioni sono il punto di partenza ineliminabile nella ricerca dei principi in ambito fisico, un ambito intrinsecamente caratterizzato dal movimento, che Platone escludeva in partenza dall’essere autentico per lui, il mondo delle idee. Mentre in Platone considerare la δόξα come l’unico modo di parlare della natura, sfera dell’essere inferiore, rispetto al mondo delle idee, implica la negazione della possibilità che la fisica sia una scienza, in Aristotele la questione è posta in modo esattamente contrario. Egli, infatti, ammettendo la possibilità di opinioni sul mondo naturale ammette la possibilità stessa di fondare una fisica in quanto scienza. Si legge infatti nelle conclusioni su questo tema di Wieland: “ La filosofia di Platone culmina in ciò di cui non è più possibile parlare. Aristotele si occupa invece espressamente di ciò di cui si parla. Per questo motivo la filosofia teoretica è in Aristotele una fisica” [14] e in quanto tale parte necessariamente dalla δόξα e dall’uso comune del linguaggio.

Note

[1] Aristotele, Fisica I e II, a cura di F. Franco Repellini, Mondadori, Milano 1996., 193 a, pp. 21 ss.

[2] Ivi, 193 a, pp. 23 ss.

[3] Ivi, 195 a, 3 ss.

[4] W. Wieland, La fisica di Aristotele, Il Mulino, Bologna 1993, p. 179.

[5] Aristotele, Fisica I e II, cit., 193 b, pp. 13 ss.

[6] Ivi, pp. 195 b, 30 ss.

[7] Ivi, pp. 196 a, 6 ss.

[8] W. Wieland, La fisica di Aristotele, cit., p.78.

[9] Aristotele, Fisica I e II, cit., 184 a, pp. 16-18.

[10] W. Wieland, La fisica di Aristotele, cit., p.88.

[11] Ivi, p. 117.

[12] Ivi, p. 175.

[13] Cfr. Top. A 1,100 a 30-b 23.

[14] W. Wieland, La fisica di Aristotele, cit., p. 282.

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