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Palcoscenico

Nabucco in Arena: lezione di stile, eleganza e sobrietà

Domenica 21 agosto, in una torrida e afosa serata veronese, è andata in scena all’Arena l’ottava recita di Nabucco, dramma lirico in quattro parti di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera. In origine Nabucodonosor, ma da sempre ricordata con il titolo abbreviato, la terza opera verdiana rappresentò il primo di una lunga serie di trionfi per il genio bussetano. La fortuna di Nabucco è certamente connessa al clamoroso successo di una delle pagine più celebri di tutta la produzione operistica, nota ad appassionati e non: il coro del Va’ pensiero che chiude la terza parte dell’opera. L’intensità e l’orecchiabile linea melodica di questo manifesto restituiscono la fermezza del popolo ebraico di fronte alla persecuzione babilonese.

Nabucco a Verona 2011

Non è un caso se già all’interno della sinfonia, nella quale, come di consueto, si sintetizza il fulcro drammatico dell’opera, il tema su cui si insiste maggiormente è proprio quello della ricerca della libertà. Un’opera eminentemente corale, dunque, dove il melodismo popolare la fa da padrone e che dal 1842, anno della prima messinscena, caratterizzerà tutti i cosiddetti cori patriottici verdiani, a partire da O Signore, dal tetto natìo (I Lombardi alla prima crociata, 1843) per arrivare a Viva Italia! Un sacro patto… (Battaglia di Legnano, 1849). Se nel Nabucco le scene di insieme hanno, come s’è visto, un ruolo centrale, non viene per questo trascurato l’approfondimento psicologico dei personaggi, elemento tanto caro a Verdi che verrà poi sviluppato nelle sue opere successive. Ne troviamo in Macbeth (1847) i primi accenni, che fioriranno appieno nei titoli che compongono la cosiddetta “trilogia popolare”: Rigoletto (1851), Il Trovatore e La Traviata (1853). Anche nell’opera che stiamo analizzando, dunque, l’intento è già quello di portare in scena, oltre al tema patriottico, toccanti drammi psicologici di cui la follia di Nabucco può essere un palese esempio, ma che vengono particolarmente sviluppati nel personaggio chiave di Abigaille: l’intensità del sentimento amoroso non corrisposto per Ismaele, l’accecante sete di potere e il suo spirare chiedendo perdono nella scena patetica che chiude l’opera.

Veniamo al nostro Nabucco areniano di questo 89° Festival Lirico. Stiamo parlando dell’allestimento storico di Gianfranco de Bosio, risalente al 1991, riproposto nel 1998 e nuovamente riportato oggi sulla scena veronese. Un allestimento di qualità, semplice e tradizionale, senza la pretesa di suggerire significati ulteriori con trovate stravaganti e fuori luogo che tanto sembrano andare di moda in quest’epoca. Un elogio a de Bosio, dunque, per l’eleganza e la sobrietà che hanno dominato l’intero spettacolo, con una piccola nota di biasimo per alcuni effetti a sorpresa gratuiti sparsi qua e là, che sembrano però essere stati graditi dal pubblico, lasciatosi andare a ovazioni e grida alla comparsa di fumogeni e fiaccole. Gente che urla per un petardo in scena e rimane impassibile di fronte a un duetto ben fatto: reazioni imbarazzanti che a Verona sono all’ordine del giorno. Un elogio anche a Rinaldo Oliveri, che ha firmato una scenografia dignitosissima e gradevole, costituita da enormi blocchi dalle tonalità aranciate che richiamavano in modo vagamente stilizzato le tradizionali architetture assiro-babilonesi. Un impianto scenico mastodontico come si addice ad un grande anfiteatro come l’Arena, eppure abilmente congegnato così da risultare anche decisamente agile ai cambi.

Nabucco, Arena di Verona 2011

Passando all’analisi musicale, sul podio la bacchetta di Julian Kovatchev, che ha dato una lettura misurata della partitura, con una certa personalità ma senza stravolgimenti, mantenendo per tutta la durata dell’opera una linea musicale contenuta e delicata. Su insistente e prevedibile richiesta del pubblico, il direttore bulgaro ha concesso un gradito bis del Va’ pensiero, magistralmente eseguito dall’orchestra dell’Arena.

Nel ruolo principale s’è cimentato l’argentino Leonardo Lopez Linares, la cui voce chiara, quasi tenorile, sembrava avere poco o nulla del registro baritonale che dovrebbe essere proprio del re d’Assiria verdiano. Linares è tuttavia efficacemente riuscito a farci dimenticare questa – se vogliamo – pecca di vocalità, dimostrandosi un artista validissimo per la grande personalità scenica, l’incisività del fraseggio e l’ammirevole dizione. Un’ottima performance, la sua, giunta al culmine con l’esecuzione di Dio di Giuda!, toccante aria contenuta nell’ultima delle quattro parti dell’opera.

Nei panni della controversa Abigaille si è invece calata Maria Billeri, che ha debuttato in questo ruolo  proprio nel Festival in corso. L’inesperienza che spesso si fa sentire in questi casi, non si è potuta minimamente percepire, dal momento che, nonostante la complessità del suo personaggio, il soprano di Pisa ha dimostrato di conoscerlo già molto bene, sapendone cogliere perfettamente tutte le minime sfumature psicologiche, evidenziando ciascuna di esse con stupefacente capacità espressiva e preziosa musicalità. Ha saputo regalarci piani e pianissimi lodevoli, con una delicatezza fuori dal comune che è venuta a emergere specialmente nelle arie più marcatamente liriche come Anch’io dischiuso un giorno, per arrivare al commovente finale Su me… morente… esanime…, che vede l’eroina spegnersi cullata dalla languida espressività del dialogo tra arpa e violoncello. Sublime in queste pagine sentimentali, la Billeri non si è risparmiata nemmeno nei momenti che richiedono maggiore polso, rivelandosi incisiva ed energica quando necessario, come nella cabaletta Salgo già del trono aurato, dimostrando di possedere acuti squillanti e una voce dotata di grande volume.

Nabucco in Arena 2011

Splendida prova anche per Vitalij Kowaljow. Un physique du role adeguato, abbinato ad una voce cavernosa dal timbro gradevole, hanno fatto di lui uno Zaccaria credibile nella sua solennità e risolutezza. Il basso ucraino ha saputo gestire questo ruolo così complesso con omogeneità e correttezza, a partire dalla cavatina D’Egitto là sui lidi per arrivare infine alla profezia Del futuro nel buio discerno, al cui termine si sono levati diversi applausi.

Buono anche l’Ismaele di Enrique Ferrer, tenore dalle indubbie qualità, disinvolto sugli acuti e dotato di una voce particolarmente squillante in grado di avere la meglio anche sulla disomogenea acustica che caratterizza l’anfiteatro veronese. Una potenza non sempre controllata a dovere dal giovane madrileno, che in alcune scene di insieme tendeva a restare forse troppo in primo piano, oscurando talvolta le altre voci, come purtroppo si è potuto constatare durante il terzettino Io t’amava.

Infine, senza infamia e senza lode la Fenena di Eufemia Tufano, che pur non dimostrando una particolare personalità ha comunque portato a termine il proprio compito con correttezza e una certa pulizia di suono.

Valida la prestazione di Maria Letizia Grosselli nel ruolo di Anna, criticabile la prestazione dei comprimari: uno sguaiato Abdallo (Giorgio Trucco) e un Gran Sacerdote di Belo (Manrico Signorini) piuttosto insicuro e non sempre impeccabile nell’intonazione.

Piccoli difetti che, vista la minuscola entità, non hanno certo potuto danneggiare questo memorabile spettacolo di alta qualità sotto tutti i punti di vista, una qualità complessiva che ci piacerebbe ritrovare più spesso negli allestimenti nei quali ci imbattiamo al giorno d’oggi.

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