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Omnia

Non social, non network e scrittura

La lingua, la sintassi, la grammatica. A differenziarci, almeno in questo, da incommensurabile parte dei prodotti editoriali anche più nobili e costosi, pensati e allestiti per la rete. Questo certamente fin quando si deciderà di esprimere testo, fin quando si potrà (e avrà senso farlo) comunicare in rete tramite scritti.

FM 28Massimiliano SpanuUn consuntivo ed un manifesto

Codice di programmazioneLo avrete già visto in molti sotto alla testata, e tanti nostri redattori se ne sono accorti fin da subito, quando abbiamo partecipato gli esiti del nostro lavoro di riprogettazione delle nuove Fucine Mute a coloro che ne erano allora i primi fruitori e, forse loro malgrado, beta tester. Mi sto riferendo al payoff, come direbbero quanti che del marketing hanno fatto motivo di professione, “non social, non network e scrittura”.
Le prime impressioni che me ne derivarono furono quasi tutte espresse nella forma di un totale disorientamento, tanto più accresciuto quanto più considerando il fatto che anche queste nostre Fucine Mute sono figlie del loro tempo e quindi a loro volta, come per tanti se non ormai tutti gli altri siti Internet accade, strettamente integrate con i cosiddetti social network (una questione da più classica “di necessità virtù”: diramare un messaggio via Facebook è più efficace che farlo via tradizionale newsletter, e segnalare un articolo è “one click away” dal famoso ed onnipresente pulsante “mi piace”). A coloro che non capivano si sono poi aggiunti quelli più smaliziati che bacchettavano la doppia negazione nel claim; cosa – mi si riferiva, manuale di comunicazione alla mano – da evitare come la peste. Né sono mancati i detrattori della prima ora, quelli radical-chic che sbrigativamente etichettavano il tutto come troppo intellettualoide, senza addurre motivazioni plausibili (direbbe Elio in qualcuna delle sua storie tese), ovvero senza supportare l’obiezione con uno straccio di ragionamento.

Penso a questo punto che, considerata l’importanza della faccenda (con quella frase di fatto dichiariamo una mission, e descriviamo una vision – e prometto che con questi due ulteriori termini ho di fatto esaurito il mio vocabolario “marchettaro”) alcune spiegazioni siano dovute a quanti, tra i lettori e non solo, si fossero posti le stesse domande. Perché, oggettivamente, ancorché volutamente, quella frase è criptica da una parte e semanticamente ambigua dall’altra. Del resto, lo sapete: non ci piacciono i giochi facili. Men che meno quelli linguistici o metalinguistici.

* * *

"Sodomie in corpo 11" - Aldo BusiTutto trae origine, come forse a certi sarà risultato evidente anche a prescindere dalle operazioni di camouflage, da “Sodomie in corpo 11“, romanzo del 1988 a firma di Aldo Busi, il cui sottotitolo recita “non sesso, non viaggio e scrittura”, a proposito di una raccolta di reportage di viaggio (Marocco e Tunisia, Germania, Leningrado), primo protagonista, in cui il sesso è certamente il secondo.
La realtà dei fatti, quella che si intravede non appena si scalfisce giusto un po’ l’esoscheletro delle impressioni più immediate relative all’opera in questione, è un’altra davvero. La vera e più assoluta protagonista è proprio la scrittura, al cospetto della quale tutto il paesaggio narrativo circostante e da essa circoscritto scompare, come digerito dal corpo dello scrittore, che diventa puro ricettacolo sensoriale in cui il viaggio e il sesso sono solo pre-testi per scriverne.

Associare il sesso al social (se non è intimamente “social” proprio il sesso, cos’altro?) e il viaggio al network (se non di interrelazioni di cos’altro parla in modo altrettanto compiuto un viaggio?) è stato il vezzo linguistico che ci ha portato alla costruzione della prima parte del payoff; associare la scrittura a se stessa, come identità tautologica che non può rimandare a cosa altra da sé, è stata la seconda parte dell’operazione. Che, se fosse rimasta tale, altro non sarebbe stata se non un gioco di parole. Ma non di questo trattasi, non almeno nei miei intenti.

Sappiamo tutti cosa significhi social network e qual sia l’impatto dirompente nei paradigmi di comunicazione su web di realtà quali Facebook, Twitter, YouTube, MySpace (esiste ancora?) et alia. Non starò quindi qui a riproporre considerazioni, scotte o precotte che siano, sulle quali già tanti altri, e ben più titolati me, hanno scritto in lungo e largo a proposito delle direzioni che la Rete ha assunto da circa tre anni a questa parte.
Tuttavia una considerazione di massima mi permetto, e lo faccio perimetrandola all’interno di confini solo prettamente linguistici, a proposito delle trasformazioni che la nostra lingua (dico nostra, ma potrebbe valere – fatte le debite differenze – per qualsiasi altra) sta vieppiù subendo nei termini di un suo progressivo ed inesorabile impoverimento.

SMSTwitter, e ben prima di lui gli SMS, costringe ormai tutti a messaggi per l’appunto short, che in 160 caratteri devono poter veicolare un’informazione che non sempre è passibile di contrazioni semantiche di tal tipo, soprattutto se essa vuole, anche solo in parte, trasmettere contenuti giusto un po’ più densi del: “Marietta sto arrivando a casa, butta giù la pasta”. Analogamente Facebook, che ha decretato la morte dei forum, l’assottigliarsi delle partecipazioni ai newsgroup (la spina dorsale della prima Rete post-militare e post-universitaria), la flessione al ribasso dell’uso che gli utenti fanno degli stessi servizi di posta elettronica (definita, da un nostro cliente, Facebook enthusiast&addicted, come “tecnologia arcaica”).
A parte il fatto che in entrambi i casi sembra che il mondo tutto voglia comunicare a sé medesimo l’incedere minimalista della sua stessa esistenza, che diventa, per l’appunto, antiespressiva, impersonale, emozionalmente fredda, priva di un contesto altro da quello il cui unico scopo è definire un significato (mentre il significato dovrebbe poter vivere anche a prescindere dal contesto). Ed ecco quindi le bacheche, non più quelle delle BBS d’altri tempi, ma quelle di FB, riempirsi di messaggini sul querulo andante, gli stessi che girano su Twitter, tipo: “sto male…”, “che bella giornata!”, “cosa potrei fare nei prossimi tre minuti?”, ai quali verrebbe voglia di rispondere con un: “io sto bene, io sto male, io non so come stare / cosa fare; non studio non lavoro non guardo la tivvù, non vado al cinema non faccio sport” (Io sto bene – CCCP Fedeli alla Linea; e, dopo “lode a Mishima e a Majakovskij“, lode anche a Giovanni Lindo Ferretti, quello post-punk-rock prima della conversione, va da sé).

Ma anche al di là di questi protagonismi comunicazionali (una volta erano gli antagonismi generazionali), ciò cui i social network a mio modo di vedere inevitabilmente portano è la semplificazione coatta di idee da una parte e di parole dall’altra, tanto che la trasmissione immediata e in tempo reale di un messaggio corto (altro nostro cliente: “ché sennò chi mai te lo legge?”) non è solo conseguenza ma spesso causa di un pensiero che gli soggiace, “corto” a sua volta.

Mi si taccerà di confondere il mezzo con il messaggio, e poiché i social network sono ciascuno a suo modo “mass medium”, non differentemente dalla stampa prima e da radio e televisione poi, proprio per questo anche essi si avvalgono di paradigmi di comunicazione che sono specifici rispetto al contesto in cui si collocano e all’uso che di essi fanno le persone che ne fruiscono; ragione per la quale se non fa paura l’italiano giornalistico, con le sue anticipazioni enfatiche del termine o gli svarioni tutti che sono entrati ormai a far parte dell’uso ammesso, ma che per lor signori dell’Accademia della Crusca sarebbero erroracci da penna rossa, o se non intimoriscono termini quali format, share e spot, allora a maggior ragione timore alcuno non dovrebbe ingenerare il soliloquio vanesio su YouTube del pirla di turno o la fan page di quei “Bambini che vogliono soffiare le candeline al compleanno altrui” e ci riescono pure (9.141 fan), per non parlare di quelle 6.272 persone che trascorrono momenti di panico “sudando freddo per aver sbagliato due volte il PIN “, dei 20.849 fan di “Dante che scala il purgatorio cantando Stairway to Heaven” e dei 7.229 fan di Isaac Asimov (sì, magari…) che amano “parlare davanti al ventilatore per avere la voce robotica”.

Marshall McLuhanA chi in tal senso ritenesse che il mio ragionamento sia banalmente errato ab origine (non scrivo un libro su Twitter, uso FB per comunicare con gli amici, e YT per eventualmente prendermi e/o prenderli in giro), per il semplice fatto che una cosa è il mezzo e cosa altra è il messaggio, servita sul piatto d’argento potrebbe essere non tanto la mia (piccola) risposta quanto quella di tal Marshall McLuhan, che non a caso ha sostenuto e dimostrato la tesi secondo cui “il medium è il messaggio”: indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata, i caratteri strutturali della comunicazione, a loro volta determinati dal mezzo tecnologico (qualunque esso sia),  producono effetti pervasivi sull’immaginario collettivo.

Fra le sue tesi più illuminanti ha senso ricordare  quella per cui ogni nuova tecnologia (comprese la ruota, il parlato, la stampa) esercita su di noi una lusinga molto potente, che ci ipnotizza in uno stato di “narcisistico torpore”. In assenza di anticorpi intellettuali adatti, e non appena veniamo in contatto con la tecnologica che seduce ed incanta, siamo portati ad accettare come assiomi assoluti quelle che in ultima analisi sono le assunzioni, tutt’altro che  neutrali, intrinseche alla tecnologia medesima. Assunzioni dalle quali dovremmo ben evitare d’essere fagocitati, posando su di esse un nostro sguardo esterno e distaccato, sguardo indagatore che miri ad individuarne con chiarezza i principi sottostanti, oltre che le linee di forza che tal tecnologia esercita, ma anche i mutamenti che da essa derivano, in modo che tali fenomeni (James Graham Ballard una volta scrisse – e qual manifesto, signori miei! – “credo nel potere che ha l’immaginazione di cambiare il mondo”) siano intuibili in anticipo e quanto meno in parte controllabili.

Anche se radio e televisione sono cosa altra dai social, ciò non di meno i numeri coinvolti sono pressoché analoghi, ed anzi tali da far presagire scenari in cui sempre più emittenti radiofoniche e televisive trasleranno “over IP” i loro palinsesti, dismettendo definitivamente le trasmissioni su etere (satelliti inclusi), complice anche la diffusione sempre più capillare di smartphone che stanno diventando quello che erano ad un certo punto diventati gli orologi al quarzo all’inizio degli anni ottanta, e che, non differentemente da quelli, ci portiamo sempre addosso: tutto meno che orologi da una parte (cronometri multisuoneria, datari internazionali, scheduler e organizer, calcolatrici anche scientifiche, altimetri e barometri con fasi lunari, radio ricevitori multibanda; ogni tanto si controllava anche l’ora), e quindi tutto meno che telefonini dall’altra (si naviga, si ascolta musica, si guardano video, si scrivono mail, ci si connette ai social, ci si diletta con millemila apps; solo incidentalmente si fa o riceve una telefonata: “Marietta sto arrivando, butta giù la pasta”).
Per non parlare della stampa su carta e dell’editoria tradizionale tutta. Amazon Kindle dice qualcosa? Dice qualcos’altro iPad, Neofonie WePad, Touch Book, Android Tablet?

2001 Odissea nello Spazio

In tutto ciò (schermi che nella versione mobile continuano ad esser della dimensione di una vignetta di Topolino; tastierini ancor più piccoli e l’immancabile T9 che, ignorante qual è, vuol sempre correggerti con improbabili suggerimenti; necessità quasi spasmodica se non addirittura esiziale del real time; frenetica volontà di sapere tutto su tutti, di comunicare per esserci e non di essere per comunicare) cosa ne sarà della nostra cara lingua e della capacità che noi avremo di avvalercene d’ora in poi, come finora è accaduto (servircene innanzitutto perché necessaria alla nostra stessa esistenza), in saecula saeculorum?
Io, che pur sono ottimista per vocazione, la vedo piuttosto brutta: torneremo, come nella scena iniziale di una pellicola celeberrima, a scimmiottare qualche urlo gutturale, brandendo un’improbabile penna ottica al posto delle ormai dismesse mazze di osso, tutti quanti più o meno scimuniti (sinonimo di Scilipoti? sua semplice assonanza? sua più profonda corrispondenza?) difronte al nuovo monolito: un iPhone scala 100:1, versione vattelappesca, con uno Steve Jobs allora redivivo – eppur non messo tanto bene neanche in quel caso – che comparirà, come il vecchio David Bowman, nel letto della scena finale. Oppure non avrà più neanche senso combattere (abbiamo detto, vero, che la comunicazione è consustanziale alla stessa vita?), e ci ritroveremo tutti in una qualche batteria di capsule atte ad alimentare i nostri stessi matriciali sogni d’una qualche vita tanto parallela quanto virtuale.

* * *

In tutto questo come e dove si colloca Fucine Mute? Come risponde alle istanze di comunicazione sempre più caratterizzanti il web del terzo millennio? Quali statuti editoriali e informativi si dà per mantenere da una parte intatta la sua natura di prodotto editoriale di nicchia e dall’altra per proiettarsi in un futuro in cui essa possa essere ancora a suo modo protagonista?

FucinaVa fin da subito detto che queste Fucine Mute vogliono continuare ad essere quel laboratorio (le fucine, per l’appunto; quelle degli altiforni in cui si fondono metalli per forgiarne nuove leghe) che sono sempre state, mantenendo un giusto e delicatissimo equilibrio tra tradizione (scrittura, memoria storica, scienza e cultura) e avanguardia (tecnologia, accessibilità, innovazione). Laboratorio significa innanzitutto ricerca e sperimentazione – nuovamente avanguardia – ma poi anche luogo di contaminazione e germinazione nel quale ai giovani sia data non solo la possibilità di confrontarsi con il pensiero di certi altri “vecchi” (ad esempio i docenti che delle loro tesi di laurea sono stati relatori; i rappresentanti della cultura nazionale ed internazionale che gli stessi giovani hanno la possibilità d’intervistare; i grandi maestri della letteratura, delle scienze e delle arti su cui sempre i giovani vogliono poter scrivere un saggio, una retrospettiva monografica, un lavoro di analisi e ricerca), ma anche la possibilità di aver voce in capitolo prima ed ottenere, dopo, una qualifica professionale con tanto di retribuzione in corso d’opera, questo in un mondo in cui le parole chiave sempre più saranno: precariato, disoccupazione, incertezza ed instabilità.
Non mi stancherò mai di ripeterlo, e a più riprese nel corso di dodici anni di attività il concetto ha fatto capolino in più di qualche mio editoriale: Fucine Mute ha finora qualificato una trentina di giornalisti pubblicisti, ragazzi che con noi hanno percorso un lungo cammino, che assieme noi hanno scommesso su una loro ipotesi di futuro possibile (e non solo per una banale riga in più su loro CV) e che in tal senso hanno spesso vinto, ove le premesse si fondavano su presupposti d’impegno costante e sacrificio (scrivere continuativamente per due anni non è cosa da poco, né poche sono le svariate centinaia di euro necessarie per corrispondere all’Ordine dei Giornalisti quei dazi e balzelli volti all’ottenimento della qualifica di giornalista pubblicista).

Alcuni di loro sono diventati professionisti (anche radiofonici o televisivi e non solo della carta stampata). Altri ancora collaborano in pianta stabile con alcune tra le maggiori testate nazionali. Cert’altri a loro volta  sono diventati scrittori (e non mi riferisco solo alla letteratura in senso lato – saggistica e narrativa – ma anche a quella specialistica dei testi teatrali e delle sceneggiature di fumetti), oppure professionisti della comunicazione che lavorano a tempo pieno in agenzie presso cui prestano opera come copywriter, se non addirittura come creativi. E tutto ciò è avvenuto in una forma doppiamente virtuosa per i risultati raggiunti, che hanno fatto puntuale sponda ai desiderata attesi: materiali (libri, DVD, Cd-Audio, accrediti) ottenuti in corso di formazione per le recensioni che ne sono derivate e che sono state pubblicate in due anni di presenza costante, e poi la qualifica professionale infine guadagnata, che vale in sé e per sé – foss’anche solo per il fatto che essa rappresenta il primo passo possibile per l’ottenimento di qualifiche ulteriori che diano maggiori garanzie di accesso al mondo del lavoro – e che vale anche per le implicazioni che ne derivano immediate: entrata gratuita in tutti i musei del mondo, sconti per l’accesso alle sale cinematografiche, e agevolazioni varie, tra cui quelle mediche e di non poco conto, nel caso in cui sia aperta una posizione previdenziale INPGI.

Macchina da scrivere

Altri prodotti editoriali che, come noi, trovano nelle Rete l’unico e più efficace luogo di manifestazione non si sono mai costituiti come testata giornalistica iscritta nel Registro Stampa con autorizzazione di un qualche patrio Tribunale, né hanno quindi mai pagato un solo centesimo di euro a coloro che hanno partecipato alla loro costruzione. Ciò non significa – lungi da me criminalizzare chicchessia, o indicare come scorretto il comportamento di certi editori – che certi patti (mancata retribuzione, mancato ottenimento di una qualifica) possano esser stati chiari fin da subito e che quindi quanti hanno di buon grado accolto quelle condizioni iniziali abbiamo poi anche preso parte ad un progetto che non ha dato loro quello che realtà come la nostra garantiscono. Né ciò significa, per contro, che le opportunità da noi offerte siano di per sé necessarie o anche solo sufficienti ad acquisire collaborazioni di qualità solo perché a compimento del loro ciclo di esistenza ne derivino per i collaboratori vantaggi che altri escludono fin da subito.
È in tal senso evidente che l’entusiasmo di una partecipazione, e la libertà che chicchessia possiede di decidere con suo proprio libero arbitrio (libertà è partecipazione), sono entrambe situazioni a priori e che quindi possa essere ottima penna quella di chi, divertendosi a prescindere, partecipi ad un progetto che non dà alcunché in cambio a parte certa visibilità ed esposizione mediatica, e penna anche migliore di quella di chi prenda parte ad un progetto che, per contro, dà in cambio qualcosa in più rispetto a quanto offerto da altri. La questione è di per sé banale, ma forse ha avuto senso l’averla ribadita per evitare infingimenti di fondo.

Ciò non di meno continuo a ritenere che questo “qualcosa in più” che noi diamo sia un qualcosa che a sua volta vale a priori e in senso assoluto. Perché c’è valore nel riconoscere il lavoro altrui, c’è valore nel garantire a costui una possibilità di crescita professionale e non solo umana, c’è valore nel non far venir mai meno le condizioni che determinino la legittima pretesa che i diritti altrui siano garantiti prima e rispettati poi.

* * *

Tornando alle doppie negazioni e alla scrittura. Non ci piacciono le situazioni social dove la socialità tutta che ne caratterizzi manifestazione sia banalmente quella di tot centinaia di “amici” cui poter dire cosa abbiamo intenzione di fare nei prossimi tre minuti. Ci piacciono, per contro, le situazioni, forse meno social, in cui desideriamo comunicare a chicchessia, nostro amico o meno, cosa abbiamo intenzione di fare nei prossimi tre anni.
Non ci piacciono le situazioni da “network” che tutto fa meno che unire per partecipare o connettere per condividere. Ci piace, per contro, un lavoro che sia effettivamente testimoniato da un tessuto a più trame, da una stratificazione di desideri ed aspettative che porti, giorno per giorno, alla costruzione di un sogno, e di una speranza.

E ci piace il senso di una scrittura consapevole – e quindi di un segno che sappia ancor prima di significare, che porti in sé l’informazione che occhi responsabili sapranno cogliere – che tutto ciò comunichi.

Scrittura

È sulla base di queste prerogative (di questo sistema assiomatico, se mi si passa il termine) che Fucine Mute è sopravvissuta indenne a tutte le crisi, anche globali, che hanno a più riprese costellato questi suoi dodici anni di vita e penso di non sbagliare se mi permetto di dire che non solo non ho alcun rimpianto rispetto a quanto è stato fatto per garantire un tanto (una così lunga vita per una testata che non ha mai avuto entrate commerciali di alcun tipo), ma rivendico anzi con orgoglio il mio diritto di poterne scrivere, anche nei confronti di coloro che pensano tutto sia loro dovuto a prescindere, o che ritengono che il divertimento (anche quello, ad esempio, di fare assieme una webzine) debba venir prima del lavoro; questo, va da sé, quando son stati e tuttora sono altri a lavorare, scommettere e rischiare di proprio, per garantire il divertimento a qualcuno e le opportunità di crescita a tutti gli altri.

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  1. […] per una più generica scrittura che richiami tutti all’attenzione del nostro motto: “non social, non network e scrittura“. 40.000 immagini, 670 risorse video, 974 risorse audio, per qualcosa come 60 GB di […]

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