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Musica

Cesare dell'Anna

Schegge di balkan jazz

Definito da alcuni come il Miles Davis del Salento[1], il polistrumentista Cesare dell’Anna rappresenta musicalmente l’esatto punto di incontro tra il vecchio e il nuovo musicale che avanza. Intorno a lui si sono aggregate alcune delle esperienze più interessanti degli ultimi anni. La commistione della musica world con le matrici tradizionali del Sud si è resa evidente in progetti come Zina o gli Opa Cupa (pr. òpa zùpa, esaltazione zingaresca e invito al ballo], coinvolgendo rispettivamente zone sonore come il Nordafrica e i Balcani. Prima di quest’esplosione interetnica ha furoreggiato con i Tax Free, fuoriusciti dal cruogiolo artistico e musicale del Fez dei primi anni ’90, sotto la direzione di Nicola Conte, ed ultimamente ha mandato in orbita un altro progetto – Giro di Banda – che riporta in auge la grande tradizione apula delle bande di paese (basti citare il famoso assolo di tromba di Per un pugno di dollari, opera di Michele Lacerenza, che si è formato proprio in questo ambiente).

Musicista ma anche animatore culturale, compositore ma anche assiduo e sregolato frequentatore delle notti pugliesi, promoter, organizzatore e uomo impegnato su tutti i fronti, Cesare dell’Anna è senza dubbio sinonimo di genio e sregolatezza, ma costituisce anche un motore innovativo aperto all’incontro musicale non meno che umano con il resto del mondo. Antagonista degli attuali standard di produzione musicale, ha gettato con la 11/8 Records – così come nella sua storia personale – le basi per un nuovo modo di intendere e realizzare musica. Fuori dagli schemi del carrozzone del music business, spinge da anni verso un nuovo modo di fare cultura, che sia aperto agli incontri e gli scontri con il mondo reale e non con la pallida e ostracizzata rappresentazione veicolata dai media.

Per noi in questa intervista ripercorre la sua carriera e racconta dell’ultimo album degli Opa Cupa Cpt (Centro di Permanenza Temporanea), del suo rapporto con i Balcani e delle esperienze consumate all’interno del leggendario Albania Hotel, una masseria abbandonata nelle campagne salentine, ora trasferitasi in un casello delle Ferrovie del Sud Est.

Cesare dell'Anna

Leonardo Vietri (LV): Dopo il Fez, il locale barese riferimento di tutta una scena musicale (nu jazz e nu bossa in primis) che si stava muovendo negli anni ’90, come si è evoluta la tua carriera artistica?

Cesare dell’Anna (CDA): In seguito ho partecipato ai primi due dischi dei Folkabbestia, e mi sono divertito nonostante per me sia stato un po’ limitante suonare il folk. Dopo un paio d’anni ne sono uscito, perché avevo tutt’altro per la testa. Avevo già creato Albania Hotel insieme ad alcuni amici: Antonio de Luca, pittore-scultore che fa delle istallazioni sonore allucinanti, tipo facendo suonare la ruggine con l’acqua, e Giuseppe Semeraro, che è un attore-scrittore e che tutt’oggi scrive con me i testi delle canzoni dei miei progetti musicali, sia di Zina che di Opa Cupa. Ristrutturammo insieme questa masseria, una casa abbandonata in mezzo alle campagne salentine, e nacque Albania Hotel: un posto praticamente senza recinto, senza porte, senza niente, dove la gente entrava ed usciva quando voleva, e che nel giro di pochissimi anni è diventato un luogo conosciuto in mezzo mondo. Capitava che andavo a dormire che c’erano dieci persone e mi svegliavo che ce n’erano quaranta, e viceversa. In Albania Hotel si sono consumate le orge sonore più succulente del Sud da quindici anni a questa parte. Nelle feste c’erano come ospiti fissi Rosalia de Souza, Paolo Achenza, Nicola Conte, i Negramaro prima che diventassero famosi e si suonava anche sul terrazzo. In seguito abbiamo creato una sala di registrazione all’interno  c’era una stanza grandissima dove gli artisti si allenavano per fare teatro, o delle istallazioni. Antonio de Luca aveva quest’altra stanza dove aveva permanentemente montato i suoi piatti arrugginiti fermati da alcuni cavi d’acciaio che venivano suonati dalle flebo e la gente arrivava e si flesciava sempre davanti quest’opera. Nel corso degli anni sono arrivati ragazzi dall’Argentina chiedendomi di dormire una notte e sono rimasti per otto mesi, hanno partorito anche una figlia, la prima figlia dell’Albania Hotel. Un altro ragazzo dell’Uruguay che era partito disperatamente alla ricerca del nonno bolzanino alla fine è finito in Puglia, a casa mia. Anche lui doveva stare per due notti e c’è rimasto per due anni. Una persona splendida.
All’inizio degli anni ’90, io ero ancora giovanissimo, e come tutti sanno iniziò questo passaggio dai Balcani all’Italia, soprattutto dall’Albania. Abbiamo ancora negli occhi quelle immagini con quei barconi, quelle navi intere che arrivavano dall’Albania. Il Salento fino a quel momento era rimasta una terra dove era difficile trovare occhi diversi e carnagioni più scure, se non per i magrebini che comunque erano visti in maniera ancora distante dal resto del popolo. Invece ora siamo arrivati alla seconda-terza generazione e ci sono ragazzi senegalesi, marocchini nati a Lecce, che parlano il dialetto leccese perfettamente e non diresti mai che non sono leccesi se non fosse per il colore della pelle. E quindi è nata tutta una mescolanza che è stato il pane quotidiano per chi, come me, è attento a questo genere di cose, e lo stimolo per tutti i progetti che ho creato, tra cui Zina, insieme ai ragazzi che arrivavano dal Nord Africa, dal Maghreb, dalla Palestina…

LV: Che tipo di accoglienza ha avuto il tuo progetto balcan-progressive, gli Opa Cupa?

CDA: Opa Cupa, come ti dicevo, è stato il primo progetto, quello che ancora oggi ci porta fortuna e con cui lavoriamo di più, adesso andremo anche in Spagna e al Festival di Paolo Fresu (a Berchidda, ndr) che ci ha scoperto ed è impazzito. Siamo stati a Milano, Roma, allo Sziget di Budapest e siamo tornati ora da una tournée in America, dove stiamo venendo molti dischi. Sembra incredibile, ma vendiamo molti più dischi in Giappone che in tutta Europa. Lì le cose stanno andando bene grazie a questa donna che si è innamorata dei miei progetti e ci distribuisce veramente in maniera capillare, si chiama Megumi ed è appuunto giapponese. Ci ha conosciuto casualmente durante un suo viaggio in Italia, è impazzita, si è caricata le valigie di dischi e adesso io gli mando 500-600 dischi al mese e lei ogni anno mi manda pacchi di materiale dove siamo sempre recensiti benissimo su tutte le riviste più importanti del Giappone.

Opa Cupa

LV: Nemo Profeta In Patria…

CDA: Ma va benissimo così. In Patria chi deve sapere sa, chi non vuol sapere non fa niente. L’Italia si sa, con la musica di nicchia, con la ricerca non ha niente a che fare, e non solo con quella musicale, con tutti i tipi di ricerca. Scusami se cito la tua categoria, ma la maggior parte della colpa la individuo nei media, nei giornalisti in particolar modo, perché chi dice di fare il critico musicale dovrebbe stare nelle cantine, nelle bettole a ricercare le cose nuove che nascono di anno in anno e non stare seduto dietro a una scrivania ad aspettare i vari manager che pagano per gli articoli e le recensioni. Quindi anche in relazione ai fan e la gente che si interessa alle tue cose, credo sia molto importante rimanere nel circuito di nicchia, perché è vero che queste persone sono poche, ma sono più acculturate, più preparate, quelle più predisposte ad accettare – e anzi, vogliono solo ed esclusivamente – cose nuove. Non si spaventano quando vedono un pazzo come me che mischia le carte in tavola ogni volta, trasformando i pezzi ogni concerto e che ti lascia a bocca aperta. Uno che invece di fare le canzoni di amore/cuore/dolore e le solite rime del cazzo, parla dell’Uranio nelle nostre spiagge dove la gente va a fare il bagnetto d’estate e a prendere il sole, senza rendersi conto che si stanno buttando in mezzo ai cadaveri. I nostri pescatori, i gallipolini, gli otrantini, ormai pescano cadaveri: prima li portavano a riva e gli bloccavano le barche per un mese, adesso li pescano e li ributtano in mare, perché chiaramente devono lavorare e quindi non si può neanche stimare quanta gente rimane a mare. Ne abbiamo un’idea molto vaga viste le informazioni che girano in Italia, e già quel poco che arriva ti dà l’idea della catastrofe umanitaria che stiamo vivendo, no? Vedi in Sicilia, o in Puglia. Ne abbiamo parlato in Allegria di Naufragi, che in realtà è una citazione di una raccolta di poesie di Ungaretti, ma nel testo c’è poco di essere allegri, dato che racconta lo schifo di questi preti pieni di ori e di collane che gestiscono i Cpt (Centri di Permanenza Temporanea), che poi dà il titolo al nostro ultimo album di Opa Cupa. I Cpt vanno chiusi perché sono a scopo di lucro e perché sono gestiti malamente. E poi c’è un’altra aggravante: nel Salento come in altre parti d’Italia, i Cpt sono costruiti sulle spiagge, quindi se tu vai a San Foca, a Lecce troverai il centro Regina Pacis, sulla costa adriatica praticamente sugli scogli dove arrivano i bambini con i braccioli, gli ombrelloni, le mamme, i centri turistici e le spiagge attrezzate… Ti giri dietro a cinque metri e trovi i bambini attaccati alle sbarre e alle finestre che sono anche quelle con le sbarre, con i carabinieri sulla porta pronti a sparare e con i preti dentro che li violentano, li sfruttano e li picchiano. Noi stiamo collaborando con Emergency e nel nostro piccolo cercando anche di dare una mano con molti dei nostri dischi.

LV: Musicalmente parlando, come sei arrivato al rapporto con i Balcani?

CDA: Come ti dicevo, agli inizi degli anni ’90 sono iniziati gli sbarchi. È ovvio che per strada quando andavi in un bar non trovavi più dieci italiani, ma trovavi cinque italiani, tre albanesi, un bosniaco, no? Quindi chi come me è nottambulo ovviamente non poteva fare altro che ritrovarmi con queste persone. Anche perché non sono arrivati solo esseri umani dall’Albania, sono arrivate anche tante altre cose buone, e quindi ci siamo come dire seduti subito a tavola insieme e siamo diventati amici: i pranzi, le cene, le uscite ma anche la musica. La maggior parte della gente che arrivava voleva suonare il jazz, aveva questa idea dell’Europa, dato che si erano fatti cinquant’anni di comunismo con Enver Hoxha, e quindi ovviamente arrivati qui, odiavano suonare la loro musica. Ho dovuto faticare molto per convincerli a risuonare la loro musica, con un’ottica moderna, mischiata al jazz, alla musica tradizionale della Puglia, alla musica bandistica che noi comunque continuiamo a portare avanti (tra l’altro, con il progetto GirodiBanda, ndr), e quindi miscelando tutto questo ecco il nostro sound molto progressive, molto jazz. Abbiamo coniato questo termine, balcan jazz, perché noi non siamo una band balcanica e non facciamo quasi mai cover, se non per motivi specifici, ma facciamo brani originali ispirati appunto alle melodie dei Balcani, delle bande, del giro, mischiati al jazz, all’improvvisazione, agli strumenti vintage come la farfisa che suona Mauro (Valenzano, ndr), quindi è un mix di cose estremo, che si allontana moltissimo dalla cultura balkan vera e propria. Balcanico è Ekland Hasa, il nostro pianista, balcanico è Fabrizio, Lelj, tutti i musicisti che lavorano con noi, ma li costringiamo a suonare altro. In Opa Cupa c’è questa componente balcanica che si avverte sempre, ma fusa insieme a quella europea, internazionale, jazz. È improvvisazione, l’improvvisazione che non deve mancare mai. Ci siamo insegnati delle cose a vicenda e quello che viene fuori è il nostro sound, riconoscibilissimo e unico nel bene e nel male: c’è a chi piace e chi lo odia profondamente, ma noi ci divertiamo così. E visto che ormai Opa Cupa esiste da circa tredici anni e siamo al quarto disco, evidentemente qualcuno a cui piace c’è, e noi lavoriamo per quel qualcuno, per quei pochi a cui piace. Ce ne fottiamo dei grossi business, ce ne fottiamo di scrivere i testi d’amore, abbiamo ben altro di cui parlare e quindi parliamo di questo.

Opa Cupa

LV: Quali sono le influenze musicali albanesi che ti sono rimaste impresse e hanno contribuito al tuo immaginario?

Hai mai sentito parlare dei Canti Polifonici di Lapardha? O dei clarinettisti dell’Epiro? Ascolti una sola nota, una sola corda vocale di questi cantanti vibrare e ti emozioni per forza se hai un minimo di sensibilità. Io sono piuttosto eclettico: devo andare in discoteca a ballare l’elettronica per suonare la musica classica, devo suonare bene nell’orchestra la musica classica per divertirmi a suonare il jazz, o il balkan. Devo uscire anzitutto fuori dalla noia, non so come faccia a non suicidarsi chi suona esclusivamente un unico genere. Per me è proprio complicato, è un mio grande difetto, e forse chi fa tanto probabilmente lo fa tutto male, ma questo è il mio male: prendere o lasciare, (ride, ndr).
La mia filosofia è quella di mischiare sempre le carte, non ho problemi di natura stilistica: ho problemi di natura umana, se una persona mi piace, se con una persona ci sto bene, può arrivare dalla Palestina, come i Dam, che sono stati ospiti sempre in Albania Hotel, può arrivare dal Senegal, come Idrissa Saar, dalla Tunisia come Marzuk Mejri, dall’Albania come Melj Hajderai, Admir Skurtaj,  Adrian, Ekland Hasa, dalla Bosnia come Adnan Hozic, che purtroppo è morto l’inverno scorso e quindi non sarà più nei nostri dischi con Opa Cupa. Non potremmo più sentire la sua voce meravigliosa, ecco un’altra cosa che mi ha fatto innamorare dei Balcani. Adnan Hozic, un personaggio fondamentale per la mia vita, per quella di Irene Lungo e di tutti i ragazzi che sono qui con me. La cosa più bella, l’insegnamento più grande che io ho usato e girato agli altri è stato l’incanto di quest’uomo di cui sapevi a che ora iniziava a suonare ma non potevi mai e poi mai prevedere quando finiva. Poteva anche suonare quarantotto ore di fila. Con lui ho riscoperto il piacere di suonare a occhi chiusi dormendo, come mi succedeva quando suonavo in banda a sette-otto anni, mi stancavo prestissimo e continuavo a suonare quasi in coma. Solo riscoprire questa cosa mi ha scatenato un’energia incredibile. Qui con i ragazzi per costringerli a suonare ci devi litigare, li devi andare a prendere, li devi supplicare. E poi vedevi questo signore di cinquantacinque anni che non ti parlava di soldi ma pensava solo ed esclusivamente a suonare ed era l’insegnamento a me e tutti quelli che stavano con me, di scrollarsi di dosso tutte le pippe della modernità, e della grande maleducazione che c’è in giro, perché molta gente prima ancora di imparare a suonare, di imparare cosa è un accordo di re maggiore o una terza, ti parlano di soldi. L’80% dei musicisti che stanno in giro, sono inascoltabili: con poca sensibilità, pochissime idee, e tutte le canzoni si copiano e si scopiazzano l’una con l’altra. Ti posso giurare senza stare lì a fare i nomi che la maggioranza dei musicisti lavora in questi termini, cioè non si prendono neanche la briga di costruire un pezzo nuovo.
Noi ci distacchiamo profondamente da tutta questa gentaglia, ma proprio lontano anni luce da tutto questo modo di fare musica, preferiamo fare le nostre cose di nicchia, vendere solo duemila-tremila dischi di ogni produzione ma andare in giro nelle piazze, nelle strade, senza seghe mentali. Suonare sulle navi, sopra gli aerei, in mezzo al mare, sott’acqua, in mezzo alle balere, nei grossi festival; ovunque, ma con dignità e onestà intellettuale. Perché purtroppo, ripeto: la più grande crisi culturale in Italia, in tutti i campi artistici, è proprio questa, perché ci sono quattro critici d’arte – questo accade per la pittura, la scultura, per la musica, la letteratura – non capiscono un beneamato e pubblicano, solo le cose sulle quali hanno un qualcosa da guadagnare, quindi non c’è più la meritocrazia vera, a parte quei rari talenti che riescono ad emergere. Molti altri invece non usciranno mai, che grazie alle politiche – di destra come di sinistra – che costringono una marea di validissimi artisti di tutta Italia a lavorare nelle officine, nelle fabbriche, nelle cave per mantenere le loro famiglie, e fra questi ci sono mio padre – che ha fatto quarantacinque anni di FIAT per prendere 900 euro di pensione al mese – o mio fratello, che non riesce a campare di musica e lavora in fabbrica anche lui, storie all’italiana. Noi sostanzialmente apriamo il giornale la mattina, e cogliamo l’ispirazione su chi apostrofare durante i concerti improvvisando tutto, non abbiamo mai fatto una scaletta definitiva, non abbiamo mai fatto due concerti consecutivi con la stessa scaletta. Non so cosa dirti di più.

Albania Hotel

LV: Cosa è successo una volta chiuso l’Albania Hotel, da quanto ne so ora avete occupato un altro spazio.

CDA: Da Albania Hotel ci hanno sfrattati perché non eravamo proprietari di nulla, in seguito sono riuscito a farci dare un casello delle Ferrovie del Sud Est a San Cesario, a un chilometro in linea d’aria da dove era prima la vecchia Albania Hotel. La nuova Albania Hotel adesso è un casello delle Ferrovie del Sud Est (quartiere generale della 11/8 Records). Siamo riusciti a smuovere una macchina da guerra incredibile per cui abbiamo messo in contatto una marea di artisti con le Ferrovie del sud est pugliesi, quindi già ci sono almeno una cinquantina-sessantina di caselli che sono stati occupati e ristrutturati da artisti – da Tricase fino a Bari – e io spero che tutti, ce ne sono almeno 500-600 abbandonati, vadano in mano a degli artisti per salvarli dall’abbandono e dal crollo. Interessante, no? L’idea che questa ferrovia quasi totalmente abbandonata ritorni a vivere almeno attraverso loro e chissà che, nel giro di due-tre anni, non diventi un altro tipo di “fermata”.

LV: Quale soluzione intravedi?

CDA: Abbiamo fatto anche un brano, che si chiama Vota Grillo, che è un omaggio a tutti gli iscritti al PD, non so se ricordi che lui era candidato e non lo hanno proprio fatto candidare. Questo dà la misura. Noi abbiamo un governo pieno di indagati e bisognerebbe che chiunque sia solo sospettato di un qualsiasi crimine si dimetta, e che siano i giovani ad iniziare a prendere i posti di potere, soprattutto le donne, e riportare la moralità, il senso della vergogna in primo piano. Ecco, potrei dirti questo: il male del nostro momento, della nostra generazione, è l’assoluta mancanza del senso della vergogna della classe politica e di conseguenza l’esempio che danno porta tutta la popolazione, compresi i più giovani, ad essere privi di senso della vergogna, e quindi a lamentarsi prima che a lavorare, a pretendere prima che a donare. Io sto cercando di prendere la cittadinanza albanese, perché mi vergogno di essere italiano.

Note

[1] Al musicista statunitense Dell’Anna ha dedicato addirittura un album, My Miles, nel quale rivisita in chiave assolutamente personale il repertorio di Miles Davis.

Link consigliati

Dalla stazione di San Cesario a Tricase al forsennato ritmo di trombe infuocate: youtube.com/watch?v=YPEZ-KnYROk

Virtuosismo eclettico che spazia dall’intrusione dei beat elettronici alla rivisitazione totalmente free jazz di un mostro sacro come Miles Davis: myspace.com/cesaredellanna

Progetto balkan jazz: www.myspace.com/opacupa

Il rispolvero della tradizione popolare delle bande di paese: myspace.com/girodibanda

Altro side project di world music basato sull’incontro con i musicisti africani presenti nel territorio pugliese: myspace.com/zinacesaredellanna

Contatti etichetta:

www.11-8records.com

11/8 Records s.a.s.

Corte dei Mesagnesi nr. 31
73100 Lecce

Skype: 11/8 Records

[email protected]

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