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Musica

Dente

Dove il Dente duole

Il mio primo incontro con Dente è stato un paio di anni fa grazie ai soliti che captano le novità sommerse, scaricano la discografia e poi la diffondono a ritmo di giga da un disco rigido all’altro. Così il mio tunes ha guadagnato Non c’è due senza te e L’amore non è bello, rispettivamente il terzo e quarto album dell’artista emiliano.
Mi aspettavo il disagio tormentato a cui ci avevano abituato i giovani cantautori della nostra generazione, i fiori del male degli anni zero, come Le luci della centrale elettrica e i suoi testi meccanici. Invece Dente non urla la lacerazione dello spleen decadente, preferisce cantare la scomodità tranquillizzante della saudade. Questa scelta antieroica è più che altro la risposta al suo carattere trattenuto, quasi impaurito, che poi però riflette testi sagaci e persino ironici, sebbene la qualità più tangibile sia una specie di superstizioso e tenero vittimismo.

Dente alla Fnac di Verona

Il secondo incontro con Dente è stato un incrocio di sguardi fuori dalla Fnac di Verona qualche giorno fa, luogo scelto dalla sua etichetta per presentare il quarto album Io tra di noi, un titolo sottile che rimanda ad una sorta di triangolo bipolare. Dente stava uscendo dal negozio per rispondere ad un’intervista alla radio e ho notato subito lo schermo rotto del suo iphone, la giacca di lino spiegazzata, il tabacco che spuntava dalla tasca dei jeans, la barba folta e l’energica agente al suo fianco, che, affabile e grintosa, ha stemperato con semplicità le innumerevoli inefficienze della Fnac e mi ha promesso di lasciarmi Dente per un po’, una volta finita la presentazione dell’album.

Di risposta al giornalista locale che sciorina informazioni ricavate da wikipedia, Dente parlerà con molta parsimonia di quest’ultimo album, dodici canzoni nate in due anni di tour e rimaneggiate all’isola d’Elba, dove il cantante si è ritirato lo scorso inverno per riordinare i taccuini e godere del mare svuotato del suo vociare estivo.
In fila per entrare all’evento ci sono per lo più liceali, due accanto a me si lamentano di Parmenide, quando poi si mettono in fila per farsi autografare il cd, arrossiscono e si fanno fotografare mentre baciano la guancia del cantante.
Ed è forse questa tenerezza naif che fa presa sulle giovani incantate: Dente sembra non aver ancora superato il pudore di certi sentimenti e si confida con le canzoni, quando suona non guarda mai un punto imprecisato in mezzo al pubblico, ma in basso, oppure verso la chitarra che dice di aver imparato a suonare tardi, dopo i vent’anni.

Io tra di noi - DenteIo tra di noi è la variante made in Dente di Io tra di voi, di Aznavour; mi sono sentita come il giornalista locale ma all’inverso, una volta a casa ho dovuto consultare wikipedia e fare la conoscenza del cantante parigino.
Le canzoni di Dente, però, non sono nostalgici melodrammi, anzi, i suoi testi sono un apotropaico sistema di difesa, come per esorcizzare un passato, suggellarlo, inscatolarlo e riaprirlo come un baule di ricordi svuotati del dolore, depurato dalla forza semplice e sintetica delle parole.
Ed è parco anche quando cerco con disinvoltura di scucirgli qualche dettaglio, una volta finita la processione degli autografi.

Valentina Avoledo (VA): Cosa è cambiato in Dente all’uscita del quarto album?
Dente (D):
Non mi sento di dire di essere cambiato interiormente, negli ultimi cinque anni la mia vita è diventata quello che non avrei mai immaginato, sia in senso positivo che l’opposto. Nonostante questi ultimi cinque anni siano stati molto intensi, non c’è stata una rivoluzione repentina, anche all’indomani della menzione al premio Tenco nel 2007, da allora c’è stato un movimento graduale, non brusco. Per Io tra di noi ho deciso per un miglioramento di tipo tecnico che desse un’impronta più professionale al mio lavoro, mi sono affidato ad un produttore a cui ho consegnato gli abbozzi delle canzoni sulle quali stavo lavorando. Temevo che le stravolgesse e invece mi ha rassicurato dicendomi che le canzoni sarebbero comunque rimaste le stesse. È stato sicuramente un lavoro collaborativo, ho lavorato per la prima volta con la band che con me ha curato le canzoni e gli arrangiamenti.

VA: In Io tra di noi emerge la tua peculiare ironia malinconica. Da cosa nasce la tua esigenza di comporre? Ci sono degli artisti da cui ti senti di trarre ispirazione?

D: Me lo chiedono spesso e tutte le volte sono spiazzato. Per me scrivere e cantare è mettere in musica delle cose che pesano nel cuore, ho sempre affrontato il mio lavoro con tranquillità, fare solo se se ne sente l’urgenza, pensare ad un album solo se c’è il materiale e la motivazione. Sono cresciuto con il cantautorato italiano ed è tutt’ora la mia fonte, sono sicuramente riconoscente ad Endrigo, Gaber, Gaetano, però nessuno di loro è propriamente un’ispirazione, mi piace giocare con le parole ripensando a ciò che mi è accaduto, non c’è una rianalisi di ciò che hanno scritto gli altri, una riflessione su qualcosa che ho letto o sentito, comporre è un po’ come mettere in ordine il miscuglio che ho vissuto. Per me è importante pensare che non ci sia niente di obbligatorio nelle canzoni, non è necessario il ritornello o l’introduzione. Per questo a me piace molto comporre anche canzoni molto corte.

Dente

VA: Come vivi il momento dell’esibizione?

D: Quando ho cominciato a suonare dovevo esibirmi molto spesso per potermi mantenere, anche ora, che le cose sono molto cambiate, il live mi impegna molto, anche cinque sere a settimana, se fosse per me mi limiterei a incidere album, scrivere le canzoni è un bisogno interiore, esibirsi è più collegato alla necessità di mantenersi suonando. Quando salgo sul palco poi mi diverto, ma tendenzialmente sto bene in solitudine.

VA: Quali cantanti o gruppi sono per te fondamentali?

D: Più che delle persone c’è un mondo che mi piace, tutto il cantautorato italiano degli anni ’70-’80, ci sono tanti nomi e difficilmente ho trovato qualcosa che non mi piacesse. Ma anche gli anni Sessanta, fosse anche la canzonetta estiva. Poi mi appassionano anche autori che non c’entrano niente con la musica che faccio, Tom Waits, il blues tormentato dall’America. “La musica contemporanea mi butta giù” come dice Battiato, ci sono molti gruppi attuali che ascolto con piacere, ma non posso dire che rientrino nei miei preferiti.

VA: Non hai mai pensato che la tua musica possa essere tramite di un impegno sociale?

D: No, anche questo rientra nella sfera delle necessità. Non ne ho bisogno perché credo che ci sia chi sa farlo meglio di me, ciò non significa che io non possa trovare altre strade per una coscienza civile, ma la visibilità pubblica per me non significa diffondere un messaggio, si limita al fatto che sono un personaggio pubblico perché pubblico dischi. Questo significa che tutto quello che voglio far sapere di me si limita a quello che scrivo nelle canzoni.

DenteDai tempi degli esordi, sembra che l’unica cosa diversa in Dente sia quella barba folta che apre il sipario ad un sorriso buono, che lascia intravedere un animo rassegnato alla scomodità della sua posizione, tanto precaria da doversi mettere al riparo dai prepotenti, un’anima che cerca di sistemare nel mondo maneggiandola con delicatezza, ma col coraggio di aprire lo strappo per ricucirlo con giochi di parole.
Mi sono dunque rassegnata a trovare pezzi di Dente nei suoi stessi pezzi, senza farmi domande sciocche su chi sia quell’Irene che compare da sempre nei suoi album e che questa volta non è degna di un titolo, ma del ritornello ricorrente e irriverente de La settimana enigmatica “I Re ne vogliono di più semplici”.
Le sue canzoni hanno l’amarezza sconsolata dell’abbandono, ma senza il pesante vittimismo, è come se reagire, per Dente, fosse trovare il lato malinconico delle vicende e trasformarlo in un ironico messaggio di conforto, con la verve rassegnata di uno che pare sia sempre stato lasciato. Ci sono dei versi in Io tra di noi che confermano l’abilità di Dente a giocare con le parole senza trascurare una riflessione profonda, come il ritornello di Piccolo destino ridicolo “Se lui l’ama a lei, e non ama me/a me non mi ama più nessuno” o Puntino sulla i “Il futuro è semplice/ presente è indicativo/ tutto relativo/ quanto passato sotto i ponti/ è passato/ è finito l’infinito.”, o i doppi sensi nella brevissima canzone Cuore di pietra: “Cuore di pietra preziosa/ fa che non ti rubino la luce/ fa che non si parli mai di amanti/ già da tempo non ci penso più. Per la tua gonna turchese/ per i fogli e le matite/ il sodalite/ non ti muovi anche se/ io ho palesemente voglia di te.”

Dente parla sempre con la voce posata dei ben educati, e quando canta si rivolge ad un tu imprecisato, ma senza lo strazio del solipsismo, come in Giudizio universatile aggiustato da una base ariosa e retrò. Dodici canzoni per trentotto minuti di musica di cui sette occupati dalla traccia finale, Rette parallele, che a suon di “se” su base brasiliana, scrive il periodo ipotetico dell’amore, come dovrebbe essere se fosse perfetto come ce lo immaginiamo, e difettoso come è di fatto, necessario e complementare proprio nell’elogio dell’imperfezione: “Se noi fossimo occhi strabici/ io sarei di fianco a te:/ quello che guardo io/ non vedi tu/ quello che non vedo io/ lo guardi tu.”

Dente (Giuseppe Peveri, Fidenza, 1976). Dopo aver trascorso l’adolescenza ad ascoltare cantautori italiani, impara a suonare la chitarra e comincia a scrivere dei testi cortesi e ironici che hanno come tema l’amore, le gite, il bere, le scelte, le rinunce e le solite questioni irrisolte che ci attanagliano la vita e lo faranno per sempre. Ha all’attivo quattro album, Anice in bocca (2006), Non c’ due senza te (2007), L’amore non è bello (2009) Io tra di noi (2011). Ha partecipato al progetto degli Afterhours Il paese è reale con la canzone Beato me, per l’incipit “Comprati un mazzo di fiori che poi ti do i soldi” potrebbe candidarsi ai migliori premi di poesia giocosa  ma nessuno ha mai pensato di candidarlo, piuttosto, nel 2007 si piazza tra i finalisti del PIMI -premio italiano musica indipendente-. Deve fare i conti con un’irresistibile timidezza, ma questo non gli impedisce di continuare a suonare musiche vagamente esotiche e mai stucchevoli, anche grazie ai testi balordi come: “Ti prego torna/ ti prego torna/ ti prego torna/ da dove sei venuta” o “Sei preziosa come una finestra/ quando ti vuoi buttare giù”. Forse qualche stronza ha contribuito a ferirlo ma non è detto che ciò non si ripeta, è quello che a malincuore si aspettano ormai i fan, e per altre ragioni la sua etichetta Ghost Records.

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