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Cinema

Monaco, Italia

Locandina di Monaco, ItaliaNell’ambito della rassegna organizzata dal Goethe Institut di Trieste Reciproche visioni. Kino in italiano, Cinema auf Deustch, Lunedì 17 ottobre è stato proiettato al cinema Ariston di Trieste il lungometraggio di Alessandro Melazzini Monaco, Italia.

Prodotto nel 2010 dalla casa che lo stesso Melazzini ha fondato, il documentario è una testimonianza attuale sulla condizione, ma soprattutto sullo status sociale, degli italiani emigrati in Germania, e per molti aspetti non fa che confermare la preoccupante tendenza dei cervelli a fuggire dal paese.
Accanto alle storie della famiglia Lando, simbolo dell’emigrazione disperata degli anni Cinquanta, e di Laura (che ha lasciato Trieste per amore ed è bello immaginare che si sarebbe trasferita ovunque) il film racconta, infatti, anche quelle di chi è partito dall’Italia per cogliere opportunità professionali che il proprio paese non gli offriva.

La prima testimonianza presentata è quella di Claudio Cumani, astrofisico che racconta di aver incontrato non poche difficoltà ad inserirsi in quello che gli è sembrato un universo non apertamente ostile, ma talmente differente e avulso dalla realtà a lui nota da dargli l’impressione di non riuscire a trovarne la chiave, di non comprenderlo fino in fondo. Racconta di aver evitato di proposito di parlare italiano per non essere etichettato come straniero e la frustrazione nel ricevere quello che comprendeva voler essere un complimento, ma che pur sempre gli ricordava la sua appartenenza a un gruppo diverso e reiterava il cliché sulla sua nazionalità: la constatazione che, nonostante fosse italiano, era puntuale. Cumani partecipa attivamente alle riprese
Principale collaboratore di Melazzini alla realizzazione del documentario, Cumani ha decisamente superato l’iniziale sensazione di esclusione dalla vita sociale bavarese, ed è oggi presidente del Comites bavarese. Presente in sala, dopo la proiezione dimostrerà di avere particolarmente a cuore il sistema scolastico del proprio Land, che ha fama di essere molto selettivo e per questo conferisce diplomi prestigiosi apprezzati in tutta la Germania, ma che, proprio per via di tale selettività, è causa di un elevato e preoccupante tasso di abbandono prematuro degli studi.

Attivamente partecipe della società di cui fa parte è anche Venera Rende, assessore alle politiche giovanili di Karlsfeld, che a questo impegno affianca la collaborazione, con il marito Mauro, alle attività della parrocchia, nell’ottica di favorire l’intervento collettivo degli abitanti agli eventi – pur minuscoli, come una festa di carnevale – del territorio, che diventano occasione di affratellamento e inserimento culturale, anche con il semplice espediente di preparare e servire, in tali occasioni, piatti bavaresi, a simboleggiare e favorire la familiarità con la tradizione della “nuova patria”.

Laurea in Scienze Strategiche a Torino, laurea in Scienze Internazionali e diplomatiche all’ateneo di Trieste e master in Scienze Strategiche, ancora a Torino: questi gli ultimi passi del percorso formativo del colonnello Franscesco Lo Mancino, che dopo le operazioni a Pristina e Kabul ha assunto il ruolo di istruttore nella scuola NATO di Oberammergau. La sua testimonianza ci consegna uno spaccato molto vivido della Germania, che conosce dagli anni Ottanta (“C’è reticenza a parlare dell’olocausto”, ci riferisce), eppure egli è un Italiano in Germania sui generis, poiché la sua carriera militare lo ha portato lontano dai luoghi natali assai prima di farlo stabilire in Baviera, dotandolo di un’eccezionale capacità di adattamento, che lo rende senza dubbio il testimone meno traumatizzato dal trasferimento. La sua storia, sebbene dal punto di vista del contributo che porta vada considerata di indubbio interesse, è, insieme a quella di Laura Krainz, quella che meno strettamente contribuisce al ritratto del nuovo emigrante, poiché risponde più immediatamente alla figura di chi si ritrova in un nuovo paese a causa di scelte fatte a priori, in un caso la carriera militare, nell’altro quella di seguire l’amore della vita, che non contemplano considerazioni sull’opportunità della destinazione.

È stata, invece, una scelta fatta molto presto e caparbiamente perseguita quella di Roberto Gusmini, che da bambino sognava di diventare un ingegnere tedesco. Anche per lui non sono mancate difficoltà di inserimento e iniziali diffidenze, ma ora che, anche grazie alla capacità di adattamento e all’energia della sua giovane età, le ha superate e si è inserito nel suo nuovo ambiente, non nasconde soddisfazione e orgoglio per la vita che conduce.

Il contributo della famiglia Lando

Più vicini all’immagine degli italiani che portano gioioso, latino scompiglio nell’ordinata vita tedesca, tanto da trasmettere – a loro dire – ai compassati bavaresi l’abitudine di salutarsi con affettuosi baci, sono l’istrionica ristoratrice campana Maria de Sena e l’irresistibile famiglia Lando, giunta dalla Sicilia negli anni Sessanta, che a proposito delle difficoltà di inserimento nella nuova comunità, spiega con disarmante pragmatismo “qui stavamo male, ma giù stavamo peggio”. La loro è la testimonianza più completa e approfondita sul piano narrativo, e, per la schiettezza dei loro caratteri, quella più capace di captare l’attenzione dello spettatore, coinvolgendolo più di ogni altra. Giuseppina, che parla abbastanza tedesco per interagire nella quotidianità, ma ammette di non scriverlo correttamente, e Giacomo hanno tredici nipoti da quattro figli, uno dei quali è “talmente tedesco” da far parte del partito conservatore – senza peraltro percepirne il controsenso o, almeno, l’eccezionalità, racconterà Melazzini – e da aver convinto persino il padre, un tempo comunista, a tesserarsi. L’Italia è diventata il bellissimo luogo dove trascorrere le vacanze, ma trasferirvisi nuovamente sembra impensabile poiché mancano le condizioni per lavorare e condurre la stessa vita.

Nel loro complesso, tutte le testimonianze raccolte sono utili allo spettatore per costruirsi un’immagine veritiera dell’attuale situazione degli Italiani in Germania, che è, per ovvie ragioni di economia del film, inevitabilmente parziale, ma che sostanzialmente soddisfa l’intento di multiformità dell’opera, restituendo frammenti disparati di questa composita realtà, e se è vero che considerandole singolarmente non hanno pari peso, il film ha il merito di contestualizzarle, creando un nuovo livello di significato reciproco.

Stimolati dalle domande del pubblico, che ha recepito con interesse e partecipazione il documentario, Melazzini e Cumani raccontano più approfonditamente il film e la realtà che porta sullo schermo.
Storicamente, la realizzazione del film prende le mosse dalla richiesta che un’associazione di Siracusa rivolge al regista – che nasce bocconiano, ma è poi stato folgorato dalla filosofia sulla via di Heidelberg – di tenere una conferenza sul tema “Hitler e il Protestantesimo”, alla quale Melazzini ha risposto con Monaco, Italia. Costato meno di una Panda, il film ha permesso allo stesso regista di approfondire sia la condizione dei propri connazionali, sia l’atteggiamento della Germania, che, accettato che non si tratta più di Gastarbeiter destinati a far ritorno in Italia, ha dato il via a una seria politica di integrazione stanziando centosettanta milioni di euro allo scopo.

Alessandro Melazzini

Gli Italiani – apprendiamo – sono un gruppo che anche nella quotidianità è visto con minor sospetto, non solamente in confronto con gli Italiani che si insediavano in Germania negli scorsi decenni, ma, soprattutto, rispetto ad immigrati di altri gruppi etnici, in particolare i Turchi e i le popolazioni medio-orientali in generale, che popolano oggi lo stesso territorio. L’impressione è che ad ogni ondata di immigrazione che il paese subisce, il gruppo etnico giunto per ultimo venga – per così dire – “spinto” da quello in arrivo nel tessuto sociale dello stato e da esso inglobato a forza, diventando, così, man mano “meno straniero” e cessando quasi magicamente di costituire un problema.
Quanto ai rapporti fra immigrati in Germania, c’è simpatia fra coloro che condividono la medesima origine, ma non c’è solidarietà fra immigrati di gruppi etnici diversi, forse perché negli anni recenti le ragioni che spingono all’emigrazione e le condizioni nelle quali si emigra sono profondamente diverse e non si può parlare di esperienza condivisa.

Il dialogo fra il pubblico e gli autori non riesce ad assestarsi sul binario della curiosità sui retroscena e resta saldo su quello dell’approfondimento dei temi toccati dal documentario, tanto che c’è chi, in procinto di trasferirsi proprio a Monaco, approfitta della presenza di conoscitori esperti della realtà della vita degli italiani in Germania per chiedere consigli utili, o chi, avendo vissuto un’esperienza analoga in passato, vuole aggiungere la propria testimonianza a quelle esposte nel documentario.
L’interesse, però, verte prevalentemente sulla condizione attuale di questi connazionali con i quali così poco abbiamo in comune.
L’immagine dei nuovi emigranti italiani che emerge è quella di figure qualificate che vedono nel trasferimento all’estero la sola via praticabile per la propria realizzazione, e che non vogliono far crescere i propri figli in Italia, temendo, in questo modo, di negare loro un futuro. Certo, non sono tutti emigranti di lusso gli Italiani che hanno tentato la via della “fortuna” in Germania, ma volendo generalizzare si può affermare, senza discostarsi troppo dalla realtà, che coloro che oggi vi risiedono hanno trovato una loro stabilità e una condizione migliore – o comunque per loro preferibile – di quella che hanno lasciato.

Il contributo di Maria de Sena

Il malessere maggiore degli Italiani in Germania sembra ora provenire non tanto dalle difficoltà di integrazione nel nuovo territorio (che non mancano, ma che grazie alla volontà di superamento da entrambe le parti possono essere minimizzate), quanto dal sentimento di abbandono del paese di origine. Gli Italiani in Germania, denuncia Cumani, sono una risorsa che l’Italia non sfrutta nonostante le venga messa a disposizione una preziosa rete di contatti e scambi, che potrebbe favorire lo sviluppo di entrambe le parti.

In Germania, il documentario è stato accolto con favore e curiosità, poiché ha permesso al pubblico tedesco di conoscere le storie che hanno trasformato degli stranieri in concittadini, rivelando qualcosa di più su questo gruppo, oggi così numeroso, con la leggerezza di storie “a lieto fine” di grandi o piccole realizzazioni personali.

È proprio l’assenza di figure che non hanno raggiunto una propria realizzazione a costituire il sostanziale limite del film. Esso restituisce un’immagine reale, ma inevitabilmente incompleta, della condizione degli Italiani in Germania; l’affermazione del regista di non aver inteso, con questo lavoro, sostenere una tesi o lanciare uno specifico messaggio, ma semplicemente rendere noti aspetti di una realtà molto ampia e sfaccettata, stride con la scelta, dichiarata, di non aver voluto inserire angoscianti testimonianze strappalacrime, e lascia il lungometraggio sospeso tra il realismo documentaristico, cui dichiaratamente aspira e di cui ricalca i codici espressivi essendo, di fatto, un dinamico collage di interviste, e la mimesi poetica della realtà, in cui gli individui diventano interpreti di se stessi, facendoci giungere un’immagine di loro sincera, ma non immediata.

Alcuni dei protagonisti alla presentazione in Germania

La produzione è, comunque, istruttiva e godibile, e lascia nello spettatore un’impressione nettamente positiva.
Il prossimo progetto di Melazzini e della sua Alpenway è un altro documentario, questa volta sulla città di Trieste. L’intento è quello di raccontarla in maniera nuova (anche se – parlo ora da “immigrata”, che quotidianamente si confronta con la percezione a dir poco nebulosa che di Trieste hanno coloro che stanno a ovest del Piave, riferendomi ad esempio all’incredibile numero di persone, per giunta istruite, che la ritengono vicina a Trento – anche raccontarla in maniera tradizionale conserverebbe una certa utilità), e il taglio di Monaco, Italia e il potenziale in esso rivelato fanno ben sperare per questa nuova avventura.

Titolo: Monaco, Italia. Storie di arrivi in Germania.
Genere: documentario 
Paese: Germania
Durata: 55′
Lingua: italiano
Regia: Alessandro Melazzini
Sceneggiatura: Alessandro Melazzini
Riprese: Alessandro Melazzini, Claudio Cumani
Montaggio: Paolo Turla
Musiche: Sebastiano Forte
Missaggio: Giovanni Provenzale 
Produzione: Alpenway media production GmbH
Sito ufficiale: www.monacoitalia.com
Trailer del film (You Tube)

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