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Cinema

Diego Cenetiempo

Abdus Salam. The Dream of Symmetry

Diego CenetiempoDa anni lo si vede bazzicare in giro per festival cinematografici triestini. Spesse volte, da quando collabora in maniera continuativa con la bella famiglia di Cappella Underground, sta dietro una telecamera. Non è la prima volta che si fa notare con i suoi lavori, e dubitiamo sarà l’ultima. Fucine Mute ha incontrato Diego Cenetiempo, giovane regista e cofondatore della casa di produzione Pilgrim Film, che in occasione della Giornata Mondiale della Scienza, all’evento inaugurale di Trieste Science+Fiction, ha presentato il documentario Abdus Salam. The Dream of Symmetry, da lui diretto, e scritto da Giuseppe Mussardo. Il lavoro, realizzato in collaborazione con l’International Centre for Theoretical Physics, ripercorre la vita del grande scienziato fondatore dell’ICTP di Trieste e Premio Nobel per la Fisica nel 1979.

Cristina Favento (CF): Perché proprio Abdus Salam?

Diego Cenetiempo (DC): Perché è il soggetto ideale per un  progetto cinematografico. Nato in una famiglia di umili origini, in un paese asiatico molto povero e scosso da grandi tensioni politiche e religiose, Abdus Salam ha saputo superare tutti gli ostacoli, riuscendo a raggiungere l’apice della gloria nel mondo occidentale. È stato il simbolo della scienza in tutti i paesi in via di sviluppo e ha creato istituzioni importanti quali l’ICTP e la TWAS. Salam era inoltre dotato di una personalità estremamente sfaccettata, sia come scienziato che come uomo, con grandi interessi in ogni campo della cultura. La sua vita è stata estremamente ricca e caleidoscopica, vissuta sempre da protagonista sugli scenari della scienza, della politica internazionale e della cultura.

CF: Come sei venuto a conoscenza della sua storia e che cosa ti ha attratto a livello personale?

DC: Ho sentito parlare per la prima volta della storia di Abdus Salam un paio di anni fa, quando ho fatto un lavoro in cui era coinvolto anche l’ICTP. La mia prima impressione nell’entrare in contatto con questa realtà è stata subito molto positiva, vedere ragazzi provenienti da tutte la parti del mondo, di etnie, culture e religioni diverse (spesso anche in contrasto), stare insieme e condividere un tratto del proprio percorso personale insieme mi ha da subito emozionato. Così, quando il professor Giuseppe Mussardo mi ha proposto di collaborare con lui per la realizzazione di un film su Salam ci ho messo un attimo a dire di sì.

Abdus Salam

CF: Con riferimento al taglio classico e divulgativo, questo tuo lavoro mi pare in linea con alcune tue esperienze precedenti, confermi?

DC: In un certo senso sì. Anche gli altri lavori, compresi quelli in corso di realizzazione, hanno un taglio classico, ma soprattutto hanno come tema comune il legame del territorio in cui vivo con il contesto internazionale. Salam è stata un persona che, dopo aver viaggiato molto, ha trovato la sua dimensione a Trieste fondando uno dei centri di ricerca più importanti del mondo sia dal punto di vista scientifico che da quello umanitario.

CF: Come s’inserisce questo documentario nel tuo percorso personale?

DC: Questo lavoro s’inserisce in un percorso di crescita personale e professionale che sto cercando di portare avanti da anni. La sfida consiste nel cercare di restituire al pubblico dei lavori che siano sempre più accattivanti dal punto di vista tecnico, estetico e dei contenuti. Inutile dire che ogni lavoro che chiudo è un passo in avanti, l’importante è non sentirsi mai appagati e capire che bisogna sempre puntare a migliorarsi.

CF: Risponde alle tue aspirazioni oppure è “capitato” ma ti piacerebbe anche sperimentarti in qualche produzione totalmente differente?

DC: Diciamo che mai nella mia vita avrei pensato di fare un film che parlasse di neutrini, neutroni e particelle elementari. Ho fatto un percorso di studi di tipo umanistico proprio perché non appena entrano in gioco numeri e formule il mio cervello va in tilt. Così quando mi è stato proposto questo lavoro ho intravisto la possibilità di affrontare una sfida e soprattutto di imparare qualcosa di nuovo. Anche in occasione della presentazione del film, infatti, ho ringraziato pubblicamente il Professor Giuseppe Mussardo, sceneggiatore del film, per la pazienza con cui ha colmato le mie lacune in ambito scientifico. Non puoi visualizzare e quindi trasformare in immagini qualcosa che non capisci.
In generale la mia aspirazione è quella di raccontare delle storie che possano lasciare un segno. Che siano storie vere, episodi storici, biografie o storie inventate non fa differenza. Basta che funzionino, che mi emozionino e che soprattutto emozionino gli spettatori.

Spettatori presenti a S+F

CF: Perché avete deciso di presentare il documentario all’interno del S+F?

DC: Il film è uscito in due versioni: una in inglese e una in italiano. La prima è stata presentata nel mese di settembre all’ICTP durante un importante convegno internazionale. Bisognava trovare anche l’occasione in cui proporre la versione italiana del film. Da anni il S+F porta avanti un discorso legato al rapporto tra cinema e scienza. Del resto lo dice la stessa denominazione del festival: science-plus-fiction. Quest’anno, poi, la data inaugurale del festival coincideva con la Giornata Mondiale della Scienza e della Pace. Quale occasione migliore?

CF: Come hai messo su il team di lavoro e come vi siete organizzati per la sceneggiatura e la raccolta del materiale?

DC: L’ideatore, l’anima e il motore di questo progetto, come forse avrete già intuito, è stato Giuseppe Mussardo (professore ordinario di Fisica Teorica presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) che ha fortemente voluto questo film e che ne ha curato la sceneggiatura. Un altro tassello fondamentale è stata Luisa Bonolis, storica della fisica, che ha curato il soggetto e soprattutto le ricerche storiche.

Giuseppe MussardoIl lavoro principale, in fase pre-produttiva, è stato quello di ricostruire tutti i passaggi della vita avventurosa di Abdus Salam. Ad aiutarci nelle tappe fondamentali c’è stata la “Library” dell’ICTP che, oltre a fornirci numerosi testi, fotografie e filmati, ci ha supportato anche nell’organizzazione degli incontri diretti con i familiari, gli amici e quelli che sono stati allievi o colleghi dello scienziato. È stato come ricostruire un puzzle: ogni libro letto, ogni foto visionata, ogni testimonianza diretta ascoltata è stata una tessera nuova da aggiungere e incastrare nel quadro complessivo.
Per quanto riguarda il cast tecnico, ho ritenuto da subito fondamentale che fosse agile, leggero e affiatato, viste anche le numerose trasferte previste per la realizzazione del film (Regno Unito, Austria, Olanda e Stati Uniti). Tra tutti mi sento di citare Daniele Trani, che ha curato la fotografia e con cui collaboro fin dagli inizi.

CF: In che modo hai organizzato la struttura del documentario?

DC: Il documentario è diviso in otto capitoli che coincidono con i momenti fondamentali della vita di Abdus Salam. Mi è sembrato che una divisione chiara e netta della storia potesse fornire allo spettatore maggior chiarezza e ordine mentale.

CF: Quanto e come ci avete lavorato?

DC: Dopo quasi un anno di ricerche e decine di interviste abbiamo iniziato a visionare il materiale: decine di ore di riprese, più di trenta interviste, centinaia di gigabyte di materiale. Il lavoro principale è stato quello di selezione, taglio ed elisione. Con tutto il materiale che avevamo avremmo potuto fare altri tre film. O farne uno da cinque ore, ma non so poi chi l’avrebbe guardato! Naturalmente sulle tempistiche incide non poco anche la componente personale: la tentazione è quella di continuare a lavorare sul film ancora un po’ e poi un altro po’ ancora, con l’idea di poterlo sempre migliorare. Prima o poi, però, devi costringerti a mettere un punto, e non è facile. Ogni volta è così…

David GrossCF: Ci sono state delle variazioni in corso d’opera?

DC: Le variazioni in corso d’opera sono state mille e sono sostanzialmente terminate il giorno prima della presentazione ufficiale. Lì mi sono detto: “ok, adesso basta tagli, aggiunte, modifiche, va bene così”. La cosa più difficile è sempre soddisfare me stesso. Ancora adesso quando lo riguardo, ho la tentazione di metterci mano, ma poi mi impongo di lasciar perdere e di andare avanti!

CF: Come ti sei trovato ad aver a che fare con dei Premi Nobel come David Gross, Gerard ‘t Hooft e Steven Weinberg? Ci racconti qualche aneddoto?

DC: È sempre una grande emozione incontrare delle persone di questo calibro. In quei momenti pensi che sei una persona fortunata e che, nonostante tutte le difficoltà, fai il lavoro più bello che c’è. Condividere del tempo con uomini che hanno contribuito al progresso dell’umanità e che sono essi stessi Storia è un’emozione non da poco. Mentre aspetti di essere ricevuto le mani un po’ tremano e pensi: cosa posso dire per cercare di non apparire stupido?

CF: Che cosa significa fondare una casa di produzione? Come mai hai deciso di farlo e come ti sei mosso? Quali difficoltà hai incontrato?

DC: Fondare una casa di produzione significa mettersi in gioco, stabilire che questo è e sarà il tuo lavoro. Pilgrim è una realtà giovane, ma che, anno dopo anno, sta cercando di affermarsi anche a livello internazionale. La sfida è grande, ma grandi sono anche gli stimoli.

Copertina di Mattatoio N. 5CF: Perché avete scelto come nome proprio “Pilgrim”?

DC: Il nome è stato preso da un romanzo di Kurt Vonnegut che amo molto e che s’intitola “Mattatoio n. 5”. Il personaggio, che si chiama Billy Pilgrim appunto, viaggia nel tempo e nello spazio in maniera casuale e inaspettata, rifugiandosi nella fantasia per svincolarsi dalle difficoltà della vita quotidiana. Appena ho finito il libro non ho avuto più dubbi.

CF: Ambizioni future?

DC: La mia ambizione principale è quella di continuare a fare questo lavoro e di migliorarmi. Poi chissà che un giorno non arrivi la fiction…

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