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Fumetto

Moreno Burattini

L’eredità di Zagor

Moreno BurattiniScrivere le storie di Zagor, il personaggio a fumetti ideato nel 1961 da Sergio Bonelli: questo era il sogno di un bambino tenace che, crescendo, ha saputo trasformare la sua grande passione nel suo lavoro. Ha il sapore della favola la storia professionale di Moreno Burattini, ovvero del ragazzino che scriveva lettere su lettere ricche di precisi commenti agli albi di Zagor, alle quali Bonelli rispondeva puntualmente, anche attraverso il telefono. Nel tempo, con determinazione e talento, Burattini si è meritato il ruolo di curatore di Zagor, diventandone anche lo sceneggiatore con il maggior numero di storie all’attivo. Sotto questo aspetto, ha superato perfino il suo maestro Guido Nolitta, ovvero lo stesso Sergio Bonelli, che usava questo pseudonimo per firmare le storie dello Spirito con la Scure. Di quell’alchimia inarrivabile di stile e contenuti, chiamata “nolittianità”, Burattini è il severo e devoto sacerdote: compito che ha svolto con rispetto e disinvoltura nel corso di questi ultimi vent’anni, durante i quali ha scritto tante storie dello Spirito con la Scure. Oggi questa responsabilità, l’eredità stessa di Zagor, è ancora più grande, dopo la morte di Sergio Bonelli, avvenuta lo scorso 26 settembre.

Alessandro Olivo (AO): Il 2011 è stato un anno davvero particolare per te e per tutti gli appassionati italiani di fumetti. Da una parte c’è stato l’evento festoso del cinquantesimo anniversario della nascita di Zagor, la serie mensile della Bonelli di cui tu sei curatore e principale sceneggiatore. Dall’altra è avvenuta la tragica scomparsa di Sergio Bonelli, l’editore e sceneggiatore che, con lo pseudonimo di Guido Nolitta, aveva creato proprio Zagor. Nella tua nuova rubrica I tamburi di Darkwood che prende il posto sullo Zagor mensile della rubrica Postaaa!, curata dallo stesso Sergio Bonelli, parli di un «imperativo morale» che varrà da ora in poi per tutto lo staff di persone che, nella casa editrice milanese, lavorano alle avventure dell’eroe di Darkwood. Senza Sergio Bonelli, che insieme al pubblico era il tuo riferimento, e che ogni mese leggeva l’albo di prossima uscita dandoti, nel caso, gli ultimi suggerimenti, quanto pesa su di te e sull’intero staff la responsabilità di continuare la tradizione di Zagor?

Copertina dedicata a Guido Nolitta pseudonimo di Sergio BonelliMoreno Burattini (MB): Chiaramente, la responsabilità è enorme anche perché abbiamo a che fare con un personaggio che ha una tradizione ultracinquantennale da rispettare e con un pubblico molto esigente che ricorda con nostalgia le storie di Guido Nolitta. Scrivere e disegnare Zagor non è facile: c’è da tener conto di cinquant’anni di storie già scritte, ma anche da offrire ai lettori avventure sempre nuove, raccontate peraltro in una particolare maniera come soltanto chi ama e conosce bene il personaggio riesce a fare. Bonelli seguiva me e gli altri autori leggendo ogni storia e impartendo raccomandazioni e consigli. Adesso, di fronte a ogni scelta, a noi tutti capita di chiederci: “Sergio che cosa avrebbe detto? Che cosa avrebbe fatto?”.

AO: Al di là di quanto vi mancherà Sergio Bonelli per tutta la sua competenza, esperienza e conoscenza organizzativa e tecnica, immagino che, all’interno di una casa editrice che ha saputo mantenere ancora un carattere artigianale, la mancanza più profonda sarà soprattutto quella umana. Da questo punto di vista com’era il tuo rapporto con Sergio Bonelli?

MB: Ho letto una volta in un forum (non so più quale) il post di un tale convinto che soltanto i fumetti da lui letti fossero degni di considerazione e che quelli fatti in via Buonarroti invece non lo fossero. Il forumista scriveva che mai avrebbe letto una pubblicazione Bonelli perché era un tipo di produzione “industriale”. Quando si dice parlare a vanvera. Uno è libero di non leggere i fumetti Bonelli se non gli piacciono (magari però si dovrebbe giudicare a ragion veduta dopo un certo numero di letture), ma poche cose sono più artigianali dei nostri. Fatti a mano vignetta per vignetta: prima pensati e poi scritti con fatica, e poi disegnati con carta, matita, gomma, pennello, pennino, inchiostro, sudore, su ogni pagina. Balloon scritti a mano compresi. Ecco, Sergio Bonelli era il primo sostenitore del fatto che dietro al nostro lavoro ci dovesse essere prima di tutto la passione. Durante il suo ultimo incontro con il pubblico, a Riminicomix, gli era stato chiesto se davvero, come era stato ventilato più volte, aveva pensato di vendere la sua Casa editrice alla Mondadori o alla Rizzoli piuttosto che a qualche altro colosso editoriale. Sergio aveva risposto che, quando gli era capitato di rifletterci, aveva accantonato l’idea per un motivo semplicissimo: nessuno di quei potenziali acquirenti amava il fumetto come lui. Credo che il suo segreto fosse tutto qui: il sincero amore, la vera passione, per ciò che faceva e che sapeva fare. I fumetti, appunto.

Sergio Bonelli e Moreno Burattini

AO: Dopo la morte di Sergio Bonelli mi sono trovato a pensare a quanto abbiano influito nella mia crescita di persona le letture degli albi che la sua casa editrice ha pubblicato. In questa riflessione mi hanno sollecitato anche le parole che Giancarlo Berardi ha scritto sulla rubrica dell’ultimo numero di Julia. Berardi sottolinea «l’operazione culturale senza precedenti», grazie alla quale Tex, Zagor, Mister No, Ken Parker e tutti gli altri “eroi di carta” bonelliani hanno contribuito a formare la personalità di intere generazioni di ragazzi attraverso il fumetto, e quindi attraverso il divertimento. Penso che lo stesso sia avvenuto con me: il mio radicato senso di giustizia è sicuramente debitore alle divertenti avventure dei personaggi bonelliani. Cosa pensi a proposito?

MB: L’intento dei fumetti bonelliani non è mai didattico o pedagogico, ma inevitabilmente ogni lettura lo è. Anche se il primo scopo di ogni affabulatore è raccontare una storia e divertire, incantare chi lo ascolta, poi la narrazione veicola per forza di cose anche quella che in altri tempi si sarebbe definita la “morale della favola”. Il bello di Zagor è che ha una morale senza essere moralista. In più, la sua saga trasmette mille altre informazioni che arricchiscono chi legge, come la memoria o la consapevolezza di altri costumi, altri tempi, altre genti, altri luoghi.

Tavola di Zagor disegnata da Emanuele Barison

AO: Secondo me uno dei tanti pregi di Sergio Bonelli è stato quello di innovare continuamente la sua proposta editoriale per offrire al pubblico una rosa sempre più vasta e articolata di pubblicazioni di qualità. Alcuni dei valori più importanti che hanno caratterizzato questo suo sforzo sono stati serietà, onestà e rispetto per il lettore. Grazie ad essi, Sergio Bonelli ha traghettato una bottega artigianale di fumetto in una grande fabbrica di sogni senza mai trasformarsi, però, in un’industria perché ha saputo mantenere quel carattere artigianale che è stato il fondamento della qualità del lavoro prodotto dalla casa editrice. Questa ha raccolto l’eredità italiana di un genere, l’Avventura, il cui ultimo grande rappresentante è stato Emilio Salgari. Il caso ha voluto che nell’anno in cui si è celebrato il centenario della morte dello scrittore veronese, un altro grande creatore di storie d’Avventura ci lasciasse.
Secondo te qual è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano? E come cambierà il mondo delle nuvole parlanti dopo la sua scomparsa?

MB: Il più grande contributo dato da Sergio Bonelli al fumetto italiano è quello di aver fatto leggere fumetti agli italiani, inventando anche un formato e un linguaggio che tutti oggi riconoscono come “bonelliani”. Non sembri facile o banale dire “far leggere fumetti agli italiani”, perché si intende un coinvolgimento trasversale di lettori di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, offrendo piani di lettura differenti a seconda del livello culturale di ciascuno. Sergio ha anche rappresentato, però, la strenue difesa del prodotto cartaceo, dato che era e voleva essere un editore puro, che viveva soltanto delle sue pubblicazioni, senza pubblicità e merchandising di sostegno. È probabile che, con il tempo e con la necessità di adeguarsi ai nuovi linguaggi, il mondo delle nuvole parlanti scenderà prima a patti con le nuove tecnologie e poi cavalcherà le opportunità offerte dalla digitalizzazione e dalla comunicazione telematica, sfruttata magari anche per promuovere e far conoscere gli albi su carta.

Sergio Bonelli e Gallieno Ferri

AO: Scorrendo la tua biografia sono rimasto colpito da un aspetto: la strenue tenacia, alimentata da una sconfinata passione, che fin da bambino ti ha condotto a percorrere una strada che è diventata il tuo lavoro, scrivere fumetti. E, in particolare, scrivere le storie di quello che è stato da sempre il tuo fumetto preferito: Zagor. Ho detto tenacia perché come altro si può definire la costanza con la quale scrivevi fin da ragazzino lettere a Sergio Bonelli per commentare le storie di Zagor che leggevi? O l’impegno che hai profuso con i tuoi amici per scrivere e confezionare le fanzine Collezionare e Dime Press dedicate al mondo bonelliano che diffondevi in tutte le fiere del fumetto e distribuivi anche per posta? O la passione che ti portava fin da piccolo a scrivere racconti, storie e soggetti a fumetti che un giorno poi inviasti a Sergio Bonelli stesso? Non pensi che, spesso, alla base della realizzazione dei propri sogni ci sia, oltre ad una buona dose di talento, una forte caparbietà? Non è stato così nel tuo caso?

MB: Mi reputo molto fortunato (nonostante altre disgrazie) per aver potuto coronare un mio sogno di ragazzo, quello di lavorare nel mondo della carta stampata e di scrivere storie. Tutto si è svolto come se uno sceneggiatore avesse scritto per me un copione pianificando gli accadimenti, e ringrazio l’anonimo autore della commedia della mia vita. Non ho il merito del mio piccolo talento (i talenti si ricevono in dono), però credo di avere quello della tenacia nel perseguire i miei obiettivi. Immagino anche di aver avuto un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

AO: Lungo quest’anno di festeggiamenti zagoriani, fra incontri, presentazioni, mostre e fiere dedicate all’evento hai avuto modo di venire in diretto contatto con moltissimi appassionati dello Spirito con la Scure. Cosa ti resta dentro dopo ogni incontro e c’è qualcosa che caratterizza i lettori di Zagor differenziandoli da tutti gli altri?

MB: Io chiamo gli zagoriani gli “abitanti di Darkwood”, perché viviamo tutti là come una grande tribù unita dai medesimi sentimenti. Ci basta guardarci negli occhi per riconoscerci. Zagor, come ha scritto una volta Sergio Bonelli, crea uno spirito di squadra fra i suoi lettori, che saranno magari meno numerosi di quelli di Tex o di Dylan Dog, ma molto più uniti attorno agli autori, a loro volta tutti estremamente motivati nel loro lavoro.

Copertina di Lo scrigno di ManitoAO: Anche dal punto di vista editoriale diverse sono state le iniziative che hanno celebrato il cinquantennale di Zagor, dentro e fuori la Sergio Bonelli Editore. Per la casa editrice di via Buonarroti è uscito in giugno il numero a colori dello Zagor mensile, intitolato Lo scrigno di Manito e firmato dalla tua sceneggiatura e dagli splendidi disegni di Gallieno Ferri. Ferri è il creatore grafico di Zagor, l’autore di tutte le copertine e dei disegni di moltissime storie. Nel corso di questi cinquant’anni è stato l’inevitabile riferimento per tutti gli altri disegnatori che si sono avvicendati nella realizzazione grafica delle sceneggiature dello Spirito con la Scure. Penso che un attaccamento così longevo e costante ad un proprio personaggio sia un record o, se non lo è, poco ci manca. Ma cosa c’è di così speciale nel Ferri disegnatore e nel Ferri uomo che gli ha permesso di raggiungere questi risultati straordinari e per tutto questo tempo?

MB: Ferri è l’incarnazione di Zagor. Non conosco nessun disegnatore in grado di fare quel che fa il suo eroe, Ferri sì. Scia, va sott’acqua, fa canoa, esce in windsurf. Poi si siede al tavolo da lavoro e per primo si diverte con ciò che illustra, perché sente la bellezza, la forza, il mistero della natura. Una volta mi ha portato a fare rafting con lui e mi ha detto: «voglio che tu veda com’è davvero un fiume che scorre fra gli alberi, che potenza ha, il silenzio che c’è in certi punti e il rombo che c’è in certi altri, solo così potrai trasmettere queste sensazioni nelle storie che scrivi». Il suo talento è quello di rendere magico e affascinante quel che racconta con matita e pennello. Suscita il sense of wonder in ogni lettore.

Moreno Burattini e Gallieno Ferri

AO: Un altro evento con cui la Sergio Bonelli Editore ha festeggiato i cinquant’anni dello Spirito con la Scure è stato lo Zagorone, uscito anch’esso a giugno, intitolato Il castello nel cielo, che ti ha visto ancora nelle vesti di sceneggiatore e Marco Torricelli in quelli di disegnatore. L’albo gigante è stato un vero traguardo: erano anni che i fan di Zagor lo chiedevano a gran voce e, finalmente, sono stati accontentati, cogliendo in modo molto opportuno l’occasione importante del cinquantennale. Perché lo Zagorone ha avuto una gestazione così lunga (tanto che Sergio Bonelli ha intitolato la sua introduzione: Scusate il ritardo!), cosa ha significato per te cimentarti in quest’opera così attesa e quali sono state le reazioni dei lettori?

Copertina dello Zagor giganteMB: Lo Zagorone è stato richiesto per anni dai lettori. Bonelli ha aspettato l’occasione offerta dal cinquantennale per accontentarli. Si è rivelata una scelta vincente, visti i risultati. Probabilmente il suo timore era quello di deludere le aspettative o di non ottenere vendite sufficienti visto che il bacino zagoriano non è quello di Tex e i costi per un albo gigante sono molto alti. La sfida, insomma, era ardua su tutti e due i versanti, quello creativo e quello imprenditoriale. Quando mi ha chiesto di affrontare l’impresa, mi sono tremate le vene dei polsi ma ho anche pensato alla gioia del pubblico che aspettava la notizia da così tanto tempo. Ho pensato a una storia che rendesse omaggio al versante fantastico delle avventure dello Spirito con la Scure ma che fosse anche un omaggio all’arte di chi scrive storie creando mondi e mostri, castelli in aria come quello a cui allude appunto il titolo, e di cui Guido Nolitta stesso era uno straordinario rappresentante. Ai disegni ho chiamato quel fenomeno che è Marco Torricelli, il più “anziano” dello staff quanto ad anni di servizio, dopo Ferri.
In genere, valutando non solo le vendite e le recensioni sui giornali e sui siti specializzati ma anche il riscontro durante gli incontri con il pubblico, le richieste di autografi, gli incoraggiamenti e le pacche sulle spalle, le reazioni sono state più che positive. I lettori più tradizionalisti sono stati spiazzati dalla scelta di una trama “fantasy”, ma del resto un albo così speciale doveva essere sopra le righe, e differenziarsi dagli standard abituali. Il secondo Zagorone sarà, per riequilibrare le cose, più realistico (anche se non meno emozionante).

AO: Mi piace citare altre due iniziative editoriali di quest’anno, esterne alla Sergio Bonelli Editore, che ti vedono protagonista. Una è il tuo primo romanzo Le mura di Jericho, stampato dalla Cartoon Club, che è anche il primo romanzo che vede Zagor come protagonista. Per chi ti conosce solo come sceneggiatore di Zagor, potrebbe sembrare una sorpresa vederti maneggiare la penna del narratore. In realtà è un cappello che hai indossato ben prima di quello dello sceneggiatore, visto che fin da ragazzo scrivevi racconti. Ci racconti la genesi di questo romanzo?

Copertina di Le mura di JerichoMB: Il racconto uscì in cinque puntate, come un vero e proprio feuilleton o un romanzo d’appendice, verso la fine degli anni Novanta, su una rivista intitolata Darkwood Monitor. In occasione del cinquantennale zagoriano ho ripreso in mano il testo, correggendolo e revisionandolo, e Cartoon Club lo ha pubblicato in volume con l’aggiunta di una cover inedita di Ferri e dieci illustrazioni realizzate per l’occasione da altrettanti disegnatori. L’editore ha esaurito in sei mesi tutta la tiratura di mille copie e mi ha chiesto di scrivere un secondo romanzo. Cosa che penso di fare.

AO: La seconda iniziativa è un saggio scritto a quattro mani con il rocker ed esperto zagoriano Graziano Romani dedicato al creatore di Zagor e Mister No, intitolato Guido Nolitta: Sergio Bonelli sono io ed edito dalla Coniglio Editore. Anche in quest’opera si sentono gli echi del tuo passato prima di diventare sceneggiatore, ovvero quello relativo al tuo periodo di fanzinaro. Inoltre questo libro non è il primo saggio che scrivi insieme al cantautore emiliano. Come è nato e si è quindi sviluppato il rapporto con Graziano?

MB: Graziano Romani è venuto a Milano, in redazione, per parlare con me e con Sergio Bonelli del suo progetto per un disco di Zagor, che poi sarebbe uscito nel 2009 con il titolo di “Zagor King of Darkwood”. Mi sono accorto subito che, oltre a essere un grande musicista, aveva una incredibile cultura fumettistica. Da come parlava di Ferri, ho immediatamente deciso che lo avrei voluto accanto a me come coautore del saggio su Gallieno che avevo in mente di scrivere in occasione degli ottanta anni del disegnatore. Il libro fu effettivamente scritto a quattro mani e il risultato è stato tale da convincermi che io e Graziano avremmo dovuto scriverne altri insieme. Sono seguite quindi le biografie di Giovanni Ticci e Sergio Bonelli, a testimonianza di una grande amicizia e una comunanza di sentimenti fra me e il cantautore, lieti anche di aver unito i nostri rispettivi pubblici.

Moreno Burattini e Graziano RomaniAO: Sergio Bonelli, per spiegare il longevo successo di Zagor, un eroe in costume con un marchio giallo sul petto e che vola di ramo in ramo (tutte caratteristiche che potrebbero datarlo come un personaggio sorpassato) ha detto, nel corso di una recente intervista, che fra l’autore di Zagor e il lettore c’è un’intesa sotterranea e misteriosa per cui il secondo fa finta di credere che sia possibile ciò che il primo racconta. La definiva la complicità totale, grazie alla quale l’autore non deve mettere limiti alla propria fantasia perché sa che il lettore non protesterà mai, come succede invece nei fumetti di tipo più realistico. Le imprese di Zagor infatti sono sempre a cavallo fra fantasia e realtà e avvengono, per lo più, nell’immaginaria foresta di Darkwood, un luogo dove le avventure più incredibili e i personaggi più stravaganti non stonano per niente. È quindi il mondo fantastico della foresta di Darkwood il perno del patto suggellato fra autore e lettore?

MB: Darkwood consente magicamente la suspension of disbilief, la sospensione dell’incredulità, il meccanismo per cui il lettore si immedesima nella storia. È una sorta di stargate che porta chi legge nel mondo parallelo.

AO: Un’altra caratteristica di Zagor è quella di mescolare armoniosamente generi diversi quali il Western (o sarebbe meglio dire Eastern vista la collocazione geografica della foresta di Darkwood a sud dei Grandi Laghi americani), il fantasy, l’horror, il giallo, la fantascienza, ovvero, per meglio dire, l’Avventura tout court. Sembra quasi che Bonelli abbia creato Zagor per dare libero sfogo a tutto il suo background culturale che si era nutrito di cinema, letteratura e fumetti degli anni Quaranta e Cinquanta. Più precisamente quali erano le “fonti” di Guido Nolitta?

MB: Sergio era un grande consumatore di cinema, di libri, di musica e di fumetti. Tutto ciò che vedeva, sentiva, leggeva, finiva nelle sue storie. Soprattutto ciò che lo aveva colpito, divertito, spaventato negli anni della sua giovinezza, com’è inevitabile. Quindi ecco che dai B-movies del cinema di genere americano degli anni Quaranta e Cinquanta, come Il mostro della laguna nera, La meteora infernale, L’Uomo Lupo, ma anche dai tanti film con i risvegli delle mummie o Dracula o Tarzan, nascevano le sue storie più belle.

Copertina del primo albo dedicato al personaggio di CicoAO: Un tratto peculiare della “nolittianità” è anche la capacità di mescolare nelle storie il registro drammatico a quello comico. Il mezzo principe attraverso cui ciò avviene è la figura di Cico, il messicano pancione compagno di avventure dello Spirito con la Scure. Il suo ruolo è quello di un vero co-protagonista, più che di una spalla, tanto da essersi meritato una serie speciale tutta per sé che si è prolungata per quasi trent’anni lungo 27 albi. Accanto a Cico altre figure divertenti animano le storie di Zagor, costituendo un vero e proprio teatrino spassoso. Anche tu hai dimostrato di trovarti a tuo agio nel dosare sapientemente questo mix di comicità e avventura. Il fatto che il registro comico sia una freccia per il tuo arco di sceneggiatore lo si deve anche alle esperienze precedenti di commediografo teatrale e alle storie che hai scritto per Cattivik e Lupo Alberto?

MB: Secondo me il mio piccolo talento di umorista deriva, oltre dalla genetica (ho avuto in famiglia alcuni comici assolutamente spontanei), dalla mia passione per le comiche di Stanlio e Ollio, i cartoni animati di Tex Avery, le commedie brillanti al cinema e le gag di Cico e dunque dalla frequentazione dell’humour nolittiano. Tutto il resto, Lupo Alberto e Cattivik compresi, è conseguente.

AO: Riferendoti a Zagor in un saggio contenuto nel volume L’Audace Bonelli – L’Avventura del fumetto italiano hai scritto che «il ruolo del personaggio è quello di mediatore fra la cultura bianca e quella rossa: in un’epoca come la nostra, segnata dalle tensioni fra il nord e il sud del mondo, la foresta di Darkwood sembra una metafora della società multietnica, e un personaggio che cerca di smussare i punti di attrito è oggi più attuale di cinquant’anni fa». Infatti, oggi, chiusure e paure dettate dall’ignoranza e fomentate da una certa politica creano muri anziché ponti e il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero militarizzato. Con quali strumenti pensi che si possa invertire questa tendenza? Anche con la cultura e quindi con un fumetto?

MB: L’integrazione è sempre un fatto culturale. Come lo è il fumetto. Il problema è che il fumetto non ha il peso che hanno oggi, ormai, altre forme di comunicazione di massa.

Una delle prime copertine di Zagor

AO: Personalmente ho ripreso a leggere Zagor dal 2010, dopo una pausa di diversi anni, ricominciando con il Maxi Zagor estivo intitolato L’uomo nel mirino in cui lo Spirito con la scure incontra il Presidente degli Stati Uniti Andrew Jackson e dove viene citato una precedente storia vissuta insieme ad Alexis de Tocqueville. Apprezzo quando un protagonista di fantasia di un fumetto si imbatte in personaggi storicamente esistiti, perché viene data una certa veridicità al protagonista stesso e alle sue avventure (anche se questo non è un requisito essenziale). Nel tuo più assoluto rispetto alle caratteristiche che Nolitta ha attribuito a Zagor e al suo mondo, uno dei tratti distintivi che comunque ti si può attribuire è quello di aver inserito di più la Storia nelle vicende dello Spirito con la Scure. Ciò contribuisce ad aumentare lo spettro di generi in cui Zagor vive le sue avventure. Sei d’accordo? E, comunque, questa caratteristica è figlia di una tua passione personale per la Storia o è solo un caso?

MB: Ogni scrittore mette un po’ di sé nelle storie che scrive, ed è innegabile che la mia passione per gli avvenimenti, le dinamiche e i personaggi storici abbia finito per ispirarmi. Ma ho scelto di far incontrare Zagor con figure quali Tocqueville, Sequoya, Lafitte o Jackson perché la serie si prestava a questo tipo di operazione essendo stata impostata dallo stesso Nolitta come luogo ideale per ogni possibile contaminazione tra i generi e dunque anche per i contatti con la Storia. Bonelli stesso aveva fatto dato vita a un capo seminole chiamato Manetola che era la chiara controfigura di un condottiero realmente vissuto, Osceola. Seguendo il suo esempio, ho semplicemente evitato di usare nomi fittizi, dato che ho giudicato i lettori pronti per apprezzare la novità. Sergio ha approvato l’iniziativa, pur raccomandandomi di mantenere Zagor nel regno della fantasia.

Copertina di Odissea AmericanaAO: Gli albi in edicola in questi mesi vedono Zagor e Cico all’inizio di un lungo viaggio che li porterà nel 2012 in Sud America. Questa è solo una delle lunghe trasferte che, negli ultimi vent’anni di pubblicazioni, hanno visto la coppia allontanarsi dalla foresta di Darkwood, dopo il viaggio in Islanda, Africa, Groenlandia, Scozia, Nord America e, andando più indietro nel tempo all’epoca di Guido Nolitta, l’indimenticabile Odissea Americana. Personalmente mi piacciono gli excursus dello Spirito con la Scure fuori da Darkwood, anche perché poi è più bello farvi ritorno con una nuova storia ambientata a “casa”. Tra l’altro i viaggi di Zagor hanno contribuito al cosiddetto rinascimento zagoriano degli anni Novanta, del quale tu e Mauro Boselli siete considerati i principali responsabili, dopo il periodo degli anni Ottanta ritenuto meno felice dagli appassionati. Qual è il tuo parere a proposito delle storie lunghe ambientate fuori da Darkwood e che peso narrativo attribuisci loro all’interno della serie?

MB: Le trasferte le ha inventate Sergio Bonelli e gli altri autori le hanno periodicamente riproposte in ossequio a una tradizione che ha una sua ben precisa ragione di essere: il confronto di Zagor con la realtà storica e geografica extra darkwoodiana. Se Darkwood è il regno della fantasia, fuori c’è la Storia con cui è interessante farlo confrontare. Senza mai indulgere in didascalismi, ovviamente. Inoltre i vari viaggi arricchiscono la serie con nuovi scenari, e intrigano con la continuity serrata.

AO: Nel porti al servizio del personaggio Zagor così come lo ha creato Guido Nolitta, immagino che il tuo modo di sceneggiare fumetti si trovi perfettamente a proprio agio nella cosiddetta griglia della pagina bonelliana. Ma non ti viene mai voglia di ideare scene che implichino realizzazioni grafiche più ardite?

MB: Secondo me, si può disegnare qualunque cosa all’interno della gabbia bonelliana e non c’è bisogno di scardinarla. Gabbia che è uno strumento e non un limite, nel senso che se imbriglia le estrosità e le tendenze centrifughe, consente di guadagnare in chiarezza narrativa e mantiene il disegno al servizio della storia. La gabbia è anche un elemento che distingue il prodotto bonelliano da altri (non a caso più caotici e non certo più premiati dai lettori) e rassicura il lettore sul fatto che, qualunque cosa gli stiamo raccontando, lo facciamo nell’ambito di una tradizione.

Moreno Burattini fotografato con le tavole di Zagor

AO: Nel 2010 hai deciso di aprire un tuo blog personale che oggi, a giudicare dal numero di commenti ai tuoi post, risulta essere molto seguito, diventando subito un punto di riferimento per gli appassionati zagoriani e di fumetto in generale. Ma che peso dai alle opinioni che i lettori telematici ti danno attraverso un medium che, accanto a molti pregi, presenta anche inevitabili difetti (per esempio la facilità con cui lasciare un commento in rete rispetto alla preparazione che si deve impiegare per scrivere una lettera avvantaggia coloro che vogliono solo mettersi in mostra)? E qual è il bilancio generale che fai del tuo blog ad un anno e mezzo circa dalla sua apertura?

MB: Il bilancio è molto positivo, almeno per quanto riguarda i giudizi positivo che ricevo e la soddisfazione che ricavo nel potermi esprimere anche in un contesto diverso e con un diverso linguaggio rispetto a quello della sceneggiatura di fumetti. Non credo che raggiungerò mai le vette dell’audience di altri blogger perché il mio è un blog decisamente sui generis, con articoli talvolta molto lunghi che forse scoraggiano il fruitore mordi-e-fuggi. Ma il mio scopo non è quello di fare ascolto quanto quello di lasciare un segno. Inoltre, “Freddo cane in questa palude” mi ha aiutato a superare l’ansia da prestazione tipica degli autori che guardano troppo i commenti dei forum, da cui si ricava un feedback immediato ma in cui è facile trovare pareri eccessivi, sia in positivo che in negativo (con la differenza che chi vuole infierire in negativo si accanisce con decine di post e chi si sbilancia in positivo lo fa una volta sola).

Una foto recente di Sergio Bonelli

AO: Zagor è una fra le serie a fumetti più longeva e, per le sue caratteristiche, le storie più belle sono quelle che si dipanano da due albi in su. Negli ultimi anni la Bonelli ha sfornato diverse mini-serie di successo (penso a Volto Nascosto, Caravan, Cassidy e allo Shangai Devil tuttora in corso per citare solo quelle che mi son piaciute particolarmente) che probabilmente corrispondono di più alle esigenze attuali. Tuttavia l’autore di una mini-serie inevitabilmente perde il rapporto intimo coi lettori e intrecciato alla loro vita che invece quello di una serie lunga può instaurare (immagino tutte le lettere che quest’ultimo riceve nel corso degli anni, a maggior ragione se la serie ha una rubrica della posta). Il punto è che mi dispiace che i nuovi lettori siano spaventati dalle opere lunghe. Ho “solo” quarant’anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex, Zagor o Mister No senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di trenta giorni rendeva più bello il momento dell’acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati?

MB: Sono cambiasti i ritmi della fruizione massmediale. Tutto è più “mordi e fuggi”.

Ken Parker Lungo fucileAO: So che Ken Parker è uno dei fumetti che ami di più, così come fra gli sceneggiatori che apprezzi maggiormente figura, a parte ovviamente Guido Nolitta, Giancarlo Berardi. Che cosa del personaggio e del mondo di Lungo Fucile ti ha affascinato di più e quali caratteristiche del Berardi sceneggiatore ammiri particolarmente?

MB: Il talento nel creare e caratterizzare personaggi credibili, umani, diversi l’uno dall’altro.

AO: Orient Express, Comic Art, Pilot, L’Eternauta, Corto Maltese: sono i nomi di alcune fra le più note riviste a fumetti uscite in Italia negli anni Ottanta, nel cui mondo anche Sergio Bonelli si buttò. Cosa pensi di quell’esperienza editoriale e di quel modo di presentare e godere i fumetti? Ne eri appassionato?

MB: Sinceramente, all’epoca, no. Me ne sono appassionato in un secondo momento. Oggi ne ho una grande nostalgia.

AO: Diversi fumettisti di casa nostra sono più famosi in Francia che in Italia; di Manuele Fior e della sua vittoria all’ultimo festival del fumetto di Angouleme si è più parlato nei mass media d’Oltralpe che qui da noi, nel viaggio in Turchia del 2010, da te vissuto insieme ad alcuni autori e disegnatori della Bonelli ma non solo, hai potuto constatare come Gallieno Ferri sia stato considerato alla stregua di una star, ospite di talk show in prime time di due reti nazionali. Detto questo, cosa pensi della situazione del fumetto e della considerazione che se ne ha oggi in Italia? Guardando anche la tua esperienza, pensi che sia difficile per un buon fumettista emergere nel nostro paese?

MB: Il successo francese di Gipi o Manuele Fior è impensabile, purtroppo, in Italia. Persino Ferri e gli altri autori bonelliani, accolti in Turchia o in Serbia o in Croazia come delle personalità da invitare in TV, sono ignorati dal mondo della cultura di casa nostra. È un retaggio della considerazione negativa del fumetto nel Bel Paese.

AO: Vorrei finire con una domanda che riguarda un tuo sogno che, se non sbaglio, è ancora chiuso nel cassetto: sceneggiare un fumetto erotico, genere di cui tu sei cultore. Ci riuscirai un giorno?

MB: Il problema non è sceneggiare, ma trovare un editore. Il fumetto erotico è praticamente in andropausa. Speriamo nel viagra.

Moreno Burattini nasce il 7 settembre 1962 in un piccolo paese dell’Appennino, a San Marcello Pistoiese, ma dopo due anni la famiglia si trasferisce vicino a Firenze. Fin da bambino legge fumetti e libri e scrive racconti e favole: la passione della scrittura lo accompagnerà per tutta la vita. Si laurea in lettere a Firenze con una tesi sulla sceneggiatura dei fumetti, la sua grande passione. Fonda nel 1985 la fanzine Collezionare dove pubblica le storie del suo primo personaggio Battista il Collezionista e nel 1992 Dime Press ma collabora contemporaneamente a molte altre. Negli anni Ottanta scrive commedie e monologhi di cabaret per spettacoli rappresentati in piazza, in Tv e a teatro. L’esordio come sceneggiatore professionista è del 1990 per la rivista Mostri della casa editrice Acme, per la quale scrive una miniserie di racconti ambientati nel medioevo. Tra il 1990 e il 1994 lavora per Intrepido, Lupo Alberto e Cattivik, curando anche i redazionali della testata dedicata a quest’ultimo personaggio. Nel 1991 escono le sue prime storie per la Bonelli: “Pericolo mortale” prima sua sceneggiatura di Zagor e lo special dedicato a Cico “Cico trapper”. Da allora non smette più di scrivere per lo Spirito con la Scure, superando per numero di storie anche il suo maestro Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, creatore dello stesso Zagor. Sceneggia negli anni Novanta  anche alcuni episodi de Il Comandante Mark. Nel 1995 gli sono attribuiti due premi prestigiosi: il Premio ANAFI come miglior soggettista e il Premio FUMO DI CHINA come miglior sceneggiatore umoristico. Nel corso del Salone di Lucca del 2003 vince ex-equo con Mauro Boselli, un altro grande scrittore della scuderia Bonelli, il Premio Gran Guinigi come miglior sceneggiatore, categoria per la quale gli viene assegnato nel 2006 anche il Premio Cartoomics. Dal gennaio 2007 è curatore di Zagor. Alla sua attività di sceneggiatore va aggiunta quella di critico (l’ultimo libro scritto a quattro mani con Graziano Romani è intitolato Guido Nolitta: Sergio Bonelli sono io), quella di romanziere (è del 2011 il suo primo romanzo Le mura di Jericho, con protagonista Zagor) e quella di infaticabile conferenziere su linguaggio e storia del fumetto.

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