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Scrittura

Mitja Juren, Paolo Pizzamus, Nicola Persegati

Pozabljeni Kras: alla scoperta del Carso dimenticato

Copertina di Pozabljeni Kras – Ofensive v jeseni 1916Alla fine dello scorso mese ho ricevuto l’invito alla presentazione di un libro che si sarebbe tenuta lunedì 3 ottobre presso la Locanda Devetak di San Michele del Carso. Il perché di questo luogo è subito chiaro: il volume è Pozabljeni Kras – Ofensive v jeseni 1916 (Mladika), traduzione in Sloveno dei volumi “uno” e “due” de Il Carso dimenticato, le spallate dell’autunno 1916 (Gasperi). La particolarità più evidente dell’opera di Mitja Juren, Nicola Persegati e Paolo Pizzamus, infatti, è quella di non essere un libro in Sloveno di autori sloveni su un aspetto molto circoscritto — sia dal punto di vista spaziale che cronologico — della prima guerra mondiale, bensì di essere l’opera di autori italiani, stesa originariamente in Italiano e solo successivamente tradotta per essere destinata anche ai lettori sloveni, ai quali la presentazione del 3 ottobre si rivolgeva. Questo volume di neanche duecentotrenta pagine, a firma di autori appassionati e scrupolosi, ma non propriamente di grido, uscito per una piccola casa editrice fortemente connotata territorialmente, rischia di diventare — se non un caso — un nient’affatto trascurabile primato editoriale: è la prima ricerca italiana sull’argomento tradotta e pubblicata in sloveno, segno che, a quasi cent’anni dallo svolgersi dei fatti, la diffidenza nei confronti della storiografia di opposta fazione è pronta per essere accantonata.
L’interesse per l’argomento, al contrario, sembra ancora decisamente vivo, a giudicare dalle persone intervenute, che stimo aggirarsi sul centinaio.

Proprio la traduzione dell’opera nella più arcaicizzante delle lingue slave meridionali è l’occasione di questa presentazione, che si svolge, coerentemente, quasi completamente in Sloveno.
Non capendo una parola — sebbene dopo una quarantina di minuti avesse pur cominciato a farsi largo in me il sospetto che tak knjiga significasse “questo libro” — chiedo il soccorso degli autori, che prego di raccontarmi nuovamente la storia delle loro ricerche e scoperte.

Lorenza Pravato (LP): Il titolo del libro dà subito l’idea di una trattazione nettamente circoscritta. Di cosa parla, esattamente?

Nicola Persegati (NP): Ricostruisce il ciclo di battaglie combattute tra l’agosto ed il novembre 1916 tra il Regio Esercito italiano e l’Imperiale e Regio Esercito di Vienna nell’area tra il Vallone di Gorizia ed il Carso di Comeno. Il seme di quest’opera nasce a seguito delle ricerche avviate alla fine degli anni Novanta con Antonio Scrimali per la stesura del volume Il Carso dimenticato. Con il tempo, il materiale raccolto era tale da giustificare uno studio specifico su quel periodo. Mancava sull’argomento uno studio organico che tenesse conto di uno dei protagonisti principali di quelle offensive: il terreno del Carso con le sue quote e doline.

Mitja Juren (MJ): In tanti anni di ricerca abbiamo accumulato moltissimo materiale, sia archivistico che diaristico, e svolto innumerevoli escursioni sul Carso. Il materiale era così tanto che era quasi impossibile unirlo in un unico lavoro e per non tralasciare niente si è dovuto circoscrivere sia la zona che il periodo trattati, ovvero la fascia del vecchio confine che parte dall’ansa del fiume Vipacco (Vipava) al solco della Brestovica presso Jamiano.

Paolo Pizzamus (PP): Per essere più specifici, il libro parla delle operazioni che la terza Armata ha condotto nell’autunno del 1916 contro le forze austro-ungariche dispiegate sul Carso. Il territorio in cui i combattimenti si sono svolti è una fascia di circa cinque o sei chilometri che corre parallela all’odierna statale del vallone di Doberdò. Oggi questo territorio appartiene quasi interamente alla Slovenia, anche se una piccola parte, quella proprio prospiciente al vallone, appartiene all’Italia; dunque, è attraversato dalla linea di confine. Lo dico perché grazie a ciò si capisce il titolo del nostro libro: bisogna pensare, infatti, che fino al 1991 questa stessa linea di confine era la linea di demarcazione fra l’Italia e la Jugoslavia, perciò la zona era altamente militarizzata e interdetta a qualsiasi ricerca di archivio. Non era possibile accedere ad alcun archivio italiano che fornisse notizie o mappe della zona, tantomeno era possibile fare fotografie. Per quanto riguarda la parte jugoslava, la situazione era addirittura peggiore: il sentiero che passava vicino ai cippi di confine era pattugliato giorno e notte, e tutta l’area era altamente presidiata. Sempre in questa zona i militari jugoslavi si addestravano e vi sorgevano diverse caserme, pertanto frequentare i siti di cui ora parliamo nel nostro libro era addirittura pericoloso. Per questo dal 1947 — quando è stata stabilita la linea di confine fra Italia e Jugoslavia — al 1991 — quando la Slovenia si è resa indipendente — questa zona è stata praticamente dimenticata: quella che fino agli anni Trenta era una zona frequentata dai reduci della Grande Guerra è divenuta interdetta e si è perso il ricordo di quanto vi fosse accaduto. Dopo l’indipendenza della Slovenia, gli archivi hanno aperto le loro porte permettendo di svolgere ricerche, la polizia di confine ha allentato la sua morsa, perciò è divenuto possibile fare le ricerche senza incontrare militari che ti puntassero l’arma o ti facessero inseguire dai cani lupo, e così si è finalmente potuta scrivere una parte di Storia dimenticata da tanti anni. Una colonna di soldati lungo la strada che diverrà l'odierna statale

È importante ricordare come si arrivò a combattere in questa zona. Dal 1915, cioè dall’entrata in guerra dell’Italia, fino all’agosto del 1916, le prime linee passavano, sul Carso, nella zona di Doberdò, ovvero sul monte San Michele, presso Castelnuovo, Redipuglia, attraversando l’odierna autostrada per arrivare alle colline di Monfalcone. Nell’agosto del 1916 fu combattuta la sesta battaglia dell’Isonzo, quella in cui gli Italiani riuscirono a far sgomberare gli Austriaci da quella che era detta la testa di ponte di Gorizia; Gorizia diventa italiana tutta la cintura collinare fortificata — compreso il monte Sabotino — viene conquistata dagli Italiani e gli Austriaci si ritirano sulla sponda sinistra dell’Isonzo e si collegano — idealmente — alle trincee che erano stata predisposte nella fascia di territorio che oggi noi trattiamo nel libro, abbandonando alle truppe italiane il Carso di Doberdò. Il solco del vallone dove oggi passa la statale, da grande retrovia austro-ungarica, che riforniva le truppe imperiali, diventa italiano. Per questo, durante la presentazione, mostriamo le fotografie di tanti graffiti, sia di soldati austriaci che italiani, perché il vallone è una fucina di testimonianze, essendo i soldati di entrambi gli schieramenti passati di lì per ventinove mesi di guerra. La parte di Carso dove si è combattuto dall’agosto del 1916 all’autunno del 1917 è la zona nota come Carso di Comeno. Comeno all’epoca era un comune di una certa rilevanza, che aveva giurisdizione sia su quello che oggi è il Carso di Doberdò, in Italia, che su quello dall’altra parte del vallone, il Carso di Comeno, appunto, in Slovenia.
Diciamo ancora che le battaglie che hanno avuto luogo dall’agosto del 1916 sono la continuazione della sesta battaglia dell’Isonzo, poi continuate fino alla nona nel novembre del 1916.

LP: Come si articola il lavoro di ricerca per realizzare quest’opera?

MJ: È una ricerca storica camuffata da guida.

NP: È come creare un caleidoscopio. A seconda dell’inclinazione cambiano la prospettiva di ricostruzione di una battaglia e il ruolo giocato sul terreno dai suoi protagonisti. Le fonti che contribuiscono a questa visuale possono avere le provenienze più diverse: archivi pubblici e privati, biblioteche, raccolte giornalistiche, documenti forniti da famiglie discendenti di combattenti, segnalazioni di altri appassionati. A volte possono pure fornire spunti le vecchie lapidi nei cimiteri della campagna: trasmettono il ricordo struggente dei familiari dei caduti, oltre a notizie interessanti sulla loro sorte fatale in guerra.

PP: L’escursione sul terreno è fondamentale. Esiste un’opera — che si chiama Relazione ufficiale italiana — composta da una ventina abbondante di volumi, in cui viene narrata tutta la storia dell’esercito italiano durante la Grande Guerra, e grazie alla quale è possibile risalire a chi in un determinato periodo ha combattuto in un determinato territorio. Scoperti le divisioni, brigate e reggimenti che hanno combattuto in una data zona del Carso in un certo periodo, è il momento di effettuare le ricerche negli archivi. Noi siamo andati per diversi anni nell’Archivio dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, a Roma, dove è possibile trovare la più grande documentazione sull’esercito italiano a partire dal 1850 circa fino ai giorni nostri. Relativamente alla prima guerra mondiale, vi si possono trovare ancora vecchi faldoni con gli scritti, le mappe, gli schizzi raccolti all’epoca del conflitto e conservate fino ai giorni nostri. Sapendo, dunque, cosa ricercare — ovvero quale anno e che reparti e reggimenti — è possibile scoprire nel dettaglio chi si muovesse su quel terreno a quei tempi. Questo tipo di ricerca è durata anni e abbiamo raccolto tre archivi cospicui contenenti riproduzioni digitali di mappe, relazioni, appunti… Con tutte queste notizie, poi, siamo finalmente usciti sul terreno.

Paolo Pizzamus durante i rilevamenti

Siamo usciti con le mappe storiche e gli schizzi, ma non solo: siamo usciti anche con tanta “manualistica” proveniente da diari scritti negli anni Venti e Trenta dai reduci. Mai come da chi ha combattuto sul Carso — parliamo di chi avesse la cultura per scrivere — sono state lasciate tante testimonianze scritte, proprio per trasmettere ai posteri la grande tragedia che si è consumata su queste terre. In questi diari sono descritte minuziosamente le doline, le zone, i paesini poi distrutti. Grazie ad essi è possibile ottenere notizie poi riscontrabili con il confronto con le mappe storiche e le uscite sul terreno. Anche durante le escursioni storiche che facciamo siamo in grado di addentrarci in determinate doline — in quasi tutti i posti! — e raccontare la storia come è stata vista mentre accadeva al tempo della guerra, grazie agli occhi e alla penna di questi reduci. Abbiamo la certezza di trovarci in un determinato luogo, e che il nome di quella dolina o di quella trincea siano esatti, grazie alla consultazione e alla comparazione delle mappe storiche con l’escursione sul terreno e con i rilevamenti sulle mappe odierne. Personalmente mi sono recato due volte a Lubiana per procurarmi le mappe tecniche in scala 1:5000 della zona trattata nel libro proprio per avere la possibilità di recarmi poi sul terreno e raffrontarle con la cartografia e i reperti dell’epoca, decifrando i simboli cartografici e scoprendone le corrispondenze. È un po’ come fare orienteering. Oggi siamo in grado di uscire su questo territorio e descriverlo palmo a palmo, sapendo i nomi delle singole trincee, i combattimenti che vi furono, se fossero prima austriache e successivamente diventate italiane o se fossero linee difensive costruite dopo una determinata conquista, dove conducessero i camminamenti… insomma abbiamo spiegato praticamente tutto il sistema di trincee austriache e italiane della zona.

Dettaglio di una mappa della zona
LP: È la vostra prima volta alle prese con questo tipo di studi?

NP: No, la mia prima pubblicazione legata alla Grande Guerra, insieme ad Antonio Scrimali — forse il più autorevole studioso e ricercatore storico-militare del fronte isontino — risale al 2001 ed è stata dedicata all’amato Carso.

PP: Il volume Pozabljeni Kras è la “versione slovena” del lavoro, redatto in Italiano, che abbiamo svolto per la realizzazione di Carso dimenticato. È uscito per le edizioni Gaspari di Udine in due volumi, uno nel 2009, l’altro nel 2010, perché l’opera, considerata troppo cospicua nel suo insieme, è stata divisa in due volumetti più agili, usciti come guida storico-escursionistica, mentre la traduzione in Sloveno è un volume unico. Sotto questo titolo — occorre ricordare — negli anni Novanta è uscito un libro a firma di Nicola, come accennato, e di Antonio Scrimali. Antonio Scrimali è un signore che per primo si è avventurato in quelle zone del Carso, ancora quando esisteva la Jugoslavia, rischiando molto, per poter fare le prime ricerche, le prime escursioni, e poter scrivere e studiare una parte di Storia che era stata dimenticata nel tempo. Questo suo pur importante lavoro non uscì mai tramite una casa editrice e lo si poteva ottenere solo conoscendone l’autore, e si differenzia dal nostro sia perché comprendeva anche vicende svoltesi nel 1917, sia perché presentava una struttura più frammentata fra nozioni storiche e proposte di itinerari. Il nostro lavoro ha ripreso in mano quest’opera, in un certo senso primordiale, stravolgendola e inserendovi maggiori notizie storiche e memorie, completandola soprattutto relativamente ai fatti del 1916, circa i quali la prima stesura era più carente; per questo ne è nata un’opera quasi completamente diversa, anche se al suo interno sono presenti e riconoscibili le parti provenienti da quel primo lavoro. Si tratta, per quanto mi riguarda, del primo libro realizzato con Nicola.
Personalmente in precedenza ho curato un libro (piuttosto tecnico) proprio sui tracciati delle trincee, di Enrico Cernigoi, in cui compare anche un mio saggio, sempre sulle trincee del Carso di Comeno. Un altro mio saggio è comparso su un libro di Tumiati, dal titolo Zaino di sanità, ed è la riedizione del vecchio diario di un combattente di queste zone, in cui si fa riferimento ad una precisa dolina, che io ho individuato, studiato e su cui ho scritto, appunto, questo saggio; era, oltretutto, una dolina che conoscevo bene perché vi avevamo trovato sul fondo una vecchia lapide, scoprendo che era adibita a cimitero. Anche Mitja non è nuovo a questi lavori. Ha al suo attivo già Nad Logem e Debela griz’a , presentato pochi mesi fa, mentre questo è il primo lavoro fatto assieme, a mio avviso molto esauriente sia sotto l’aspetto storico, che memorialistico, che escursionistico.

LP: Qual è la vostra formazione? Come nasce l’interesse per l’argomento e per un aspetto tanto specifico di esso?

Un graffito dei soldati italianiNP: Non sono uno storico professionista, ma solo un appassionato. La radici di questa passione risalgono alle letture dei volumi di Mario Silvestri, Walther Schaumann e Antonio Scrimali. Uno scavo di trincea sul Carso o sul Vodice può apparire una testimonianza umile, ma in essa si riflette non solo la grande storia, ma anche l’epopea di popoli in uniforme come quelli impegnati nelle terribili battaglie d’assedio combattute tra il Rombon e Flondar.

MJ: Nella vita svolgo tutt’altro lavoro. Quello che mi spinge a queste ricerche è l’amore che mi lega al Carso e al territorio del fiume Isonzo (alto, medio e basso) e ovviamente la grande passione per la Storia in generale.

PP: Per quanto mi riguarda, l’interesse verso la prima guerra mondiale nasce quando ancora andavo a scuola, quando mi hanno fatto leggere alcuni libri, come — ad esempio — Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu e le poesie di Ungaretti, e leggevo i libri di Mursia che avevo a casa sulla Grande Guerra nella zona delle Dolomiti e sull’altopiano di Asiago. Più tardi la passione si è sfogata, quando ho saputo che a Trieste esisteva un gruppo di ricerca e studi sulla prima guerra mondiale, fatto di gente come me che, appassionata all’argomento, andava sul terreno a fare ricerche; mi sono associato a questo gruppo, il cui motore trainante è proprio l’attività di ricerca sul campo di graffiti e iscrizioni che ancora si trovano sulle pietre, sulle targhe davanti alle caverne e nelle trincee, che riportano le epigrafi dei soldati di ormai più di novanta anni fa durante i combattimenti. Oggi questi graffiti sono protetti oggi da una legge che li riconosce come patrimonio storico e sono la prova sul terreno del passaggio di reparti e di uomini, e sono un ulteriore elemento a favore dello storico per scrivere un libro e coinvolgere il lettore non solo con la parte storico-tecnica, che si trova anche nelle relazioni sui movimenti e le azioni dei soldati, ma anche facendogli percorrere un tragitto reale, durante il quale trova riscontro tangibile dei fatti ricostruiti.

LP: Al di fuori di questa passione, che cosa fate?

NP: Io sono cancelliere al tribunale di Padova.

MJ: Sono impiegato nel mondo creditizio. Come “hobby”, oltre alla storia, ho la fotografia; e mi piace tanto leggere.

PP: Eh, cosa faccio? (ride). Orienteering e lavoro! Noi lo diciamo sempre, non è il nostro lavoro, è una passione, come per altri può essere un hobby o uno sport.

LP: A questo punto non potete sottrarvi alla domanda di rito: avete altri progetti in comune per il futuro? A cosa state lavorando al momento (anche individualmente).

MJ: Di progetti e idee ne abbiamo molti anzi forse anche troppi, nel senso che questo non è per noi un lavoro, bensì una passione, che richiede tempo e dedizione. Per quello che mi riguarda devo mediare il tempo che rimane a disposizione dalla giornata lavorativa, tra famiglia e, appunto, la storia. Comunque, finché la voglia mi spingerà avanti in questa avventura  spero di realizzare insieme a Paole e Nicola altri simili lavori, abbiamo in corso il Flondar, la prosecuzione del Carso Dimenticato, ovvero l’anno 1917, e tante altre idee ancora in fase embrionale, come il Vallone dei cimiteri, i Paesini abbandonati lungo il fronte della Grande Guerra… Questi sono alcuni progetti altri sarebbero da sviluppare… più si va avanti nelle ricerche e più ci si accorge che c’è ancora tanto da scrivere e divulgare. Nonostante siano usciti, anche ultimamente, tantissimi lavori sulle vicende belliche dal 1914 al 1918, non si è ancora detto e scritto tutto sui quei tragici anni. Spesso agli storici manca la voglia di approfondire certi argomenti, e quindi si danno in pasto ai lettori storie superficiali e magari fonti già pubblicate. Il nostro intento è, invece, l’uso di materiale proveniente direttamente da fonti archivistiche.

È inutile stare accortiPP: Per il futuro, al momento, non abbiamo progetti veri e propri, anche se abbiamo già tracciato un piano di lavoro per le prossime eventuali pubblicazioni.
Sai, per fare libri devi trovare anche l’editore disposto a finanziarli e oggi l’editoria, specie quella locale e di nicchia, non attraversa certo momenti favorevoli. Bisogna, dunque, lasciare un certo lasso di tempo tra un lavoro e l’altro, per non bruciare troppa carne sul fuoco. Come dice Mitja, siamo comunque orientati verso due libri: uno, in fieri già da un paio d’anni, che tratta delle battaglie del 1917 sui campi di battaglia del Flondar, zona poco ad ovest del paese di Medeazza, ai piedi dell’Ermada, e per una buona parte in provincia di Trieste; l’altro che costituirebbe la continuazione del Carso Dimenticato, con la narrazione degli eventi dell’anno 1917, ma ancora nei territori trattati nei primi due volumi.
Personalmente, invece, al momento, contribuisco con un mio lavoro di ricerca su una linea trincerata italiana del Carso di Doberdò, che verrà inserito in una pubblicazione per le scuole dell’area isontina e a cui partecipa anche Mitja.

NP: Di certo le idee ed i progetti non mancano. Speriamo di riuscire ad offrire ai lettori nuovi testi che li incuriosiscano e li spingano ad approfondire non solo la conoscenza delle vicende storiche ma anche l’esplorazione di quelle vecchie zone di guerra.

TitoloPozabljeni Kras – Ofensive v jeseni 1916
Autori: Mitja Juren, Nicola Persegati, Paolo Pizzamus
Editore: Mladika, Trieste
Anno di pubblicazione: 2011
Lingua: Sloveno
Pagine: 228
Prezzo: € 28,00
ISBN: 978-88-7342-162-7

Commenti

Un commento a “Pozabljeni Kras: alla scoperta del Carso dimenticato”

  1. I tre autori sono autentici eroi benemeriti degli appassionati di Grande Guerra nel settore carsico.
    Di libri e libretti se ne fanno tanti,persino in qualche ottima collana si trova ciarpame riciclato da mille altre pubblicazioni o addirittura da internet,i libri del terzetto di studiosi invece,sia in collaborazione fra di loro che in proprio sono sempre fra i più documentati,sempre inediti frutto di proprie ricerche mai apparsi su altro e persino scritti bene specialmente lo Juren.

    Di cesare | 23 Marzo 2012, 00:51

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