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Percorsi

Luca Gianotti

Cresciuti, sereni, rappacificati: l’arte del camminare

Luca Gianotti

Si possono intervistare quelli che Rimbaud chiama erranti, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, ansiosi di trovare il luogo e la formula? I viandanti, i vagabondi, quelli che mettono gli occhi sulle punte dei piedi, i camminatori incalliti, che nella sosta già prefigurano il prossimo viaggio, quella gente lì, quella bella gente lì, che non si vede così spesso in giro, ha un senso fermarla, costringerla a raccontarsi, a raccontarci? Credo di sì, anzi, ne sono sicuro, perciò mettetevi comodi, non troppo comodi, e mettetevi in quello stato d’animo che precede il sonno, fantasticate, proiettatevi in vasti spazi, rimanete con le palpebre socchiuse e leggere…

***

Luigi Nacci (LN): Allora Luca, prima di tutto una questione di forma: nelle interviste ci si dà, canonicamente, del “lei”, anche se il giornalista conosce l’intervistato (e questo è il caso), ma io vorrei tenere un tono colloquiale, da viandanti che si incrociano sul sentiero…

Luca Gianotti (LG): Diamoci del tu, come sempre si fa tra viandanti e camminatori. Perché il camminare mette tutti sullo stesso piano, non ci sono gerarchie o differenze. Il camminare avvicina le persone, le rende uguali.

LN: In un passo del bel Malato di montagna (Corbaccio, 2000), Hans Kammerlander narra della sua prima scalata, a 8 anni, e ne descrive la grande eccitazione provata, aumentata dall’impossibilità di condividere quelle sensazione con qualcuno, come se avesse sancito il suo primo patto segreto con la montagna. Ecco, mi piacerebbe che raccontassi il tuo primo lungo cammino, quello che ti ha, se si può dire, svezzato…

Corsica

LG: Avevo 20 anni, e partii con Nicoletta, la mia ragazza, per la Corsica. Trenta anni fa fare il GR20 in Corsica era un’avventura. Non si trovavano notizie in giro, almeno qui in Italia. Però arrivati a Bastia scoprimmo che c’era un libretto con la descrizione del percorso. Fu un viaggio di scoperta, iniziatico, pieno di avventure e contrattempi; la prima tappa arrivammo al rifugio (non custodito) nella nebbia, imparavamo a orientarci, poi l’anno seguente ripetemmo l’esperienza di un cammino di una settimana in Pollino, e lì fu ancora più difficile, non c’erano sentieri segnati, ci perdemmo, non trovavamo l’acqua da bere, incontravamo pastori per noi strani, gente che non avevamo mai visto, ci facevano anche un po’ paura… tutto in tenda, da soli, senza altri escursionisti in giro, assaltati da insetti vari: il perfetto banco scuola per due ragazzi quali eravamo. Ma l’emozione della scoperta, del contatto con la natura, della capacità di fare da soli, del guardare il mondo con occhi bambini, fu impagabile.

LN: Ti sei laureato in filosofia e per alcuni anni hai lavorato nell’amministrazione pubblica. Poi però hai deciso di mettere il camminare al centro della tua vita, anche dal punto di vista lavorativo. Qual è stata la molla che ha fatto scattare in te l’esigenza di cambiamento, e come hai fatto nella pratica? È stata dura?

LG: Il difficile è sempre tuffarsi, lasciare che i piedi si sollevino nel vuoto, e che il corpo si predisponga a cadere lasciandosi andare alla gravità. Poi, il corpo entra in acqua, ed è fatta. Non è stato difficile, perché quella era la mia direzione. Anche se tutti intorno dicevano: il posto fisso non si lascia mai. Quello che avevo chiaro fin dall’inizio è che avrei potuto fallire, per cui mi dissi: ok, ora investo tutto il tempo che posso, e i pochi soldi che ho, ma se entro due o tre anni non vedo qualche risultato positivo, tornerò indietro, non al posto fisso che ormai avevo perso, ma a un lavoro diverso. La convinzione forte era che amavo camminare e che potevo essere una buona guida, ma il dubbio era se ci sarebbe stato interesse per quello che proponevo. Mi ci dedicai con passione, facendo le cose con semplicità, con l’aiuto delle persone che avevo vicino, e la prima cosa che feci fu fondare l’associazione La Boscaglia; uscendo dall’ufficio del registro di Reggio Emilia già sentivo che il sogno poteva diventare realtà.

Impronte sul deserto

LN: Hai fatto delle spedizioni alpinistiche e delle traversate nel deserto. Perché? Che cosa hai imparato in quei viaggi? Quali immagini, quali parole, quali suoni ti sono rimasti, a distanza di anni? E cosa di te, invece, è rimasto in quei luoghi, senza fare ritorno?

LG: A venticinque o trent’anni è utile conoscersi, conoscere i propri limiti. Per alcune persone è una necessità. Da qui credo nasca l’alpinismo. Da bambino e poi ragazzo mi è sempre stata rimandata dagli altri un’immagine di me come persona un po’ fragile, poco virile, il contrario dello sportivo puro. Anche se ho fatto tanto sport da giovane, senza mai eccellere. Ma dentro di me sentivo che ero forte, che dovevo confrontarmi con me stesso.

Da qui credo sia nato il bisogno di passare per esempio dallo sci di pista allo scialpinismo, per entrare in contatto con il mio vero sé, e con la Natura intorno. A ventisette anni partire per una spedizione verso l’ignoto del più grande ghiacciaio del mondo, da attraversare con gli sci, era vera esplorazione a quei tempi, nessun italiano l’aveva mai fatto. Ora non più, fatto e rifatto, con motoslitte e Gps, è tutt’altro. Ma allora, era davvero raggiungere i propri limiti. Psicologici, innanzitutto. E poi fisici. Viaggiare a 20 gradi sotto zero. Viaggiare tra crepacci e seracchi con uno zaino di 30 chili per 23 ore consecutive… Dopo, tornati a casa, diventa una droga.  Ti vien voglia di vederti in azione su terreni sempre più difficili. E allora vuoi provare a scalare un settemila. E allora vuoi attraversare in bicicletta il deserto in una gara assurda di “iron man”. Ma qui, a trentadue anni, mentre stavo pedalando nel deserto, stupito di come i miei sei mesi di allenamento mi avessero dato una condizione fisica che mai avrei pensato in vita mia, e senza far uso di aiuti chimici di nessun tipo, mentre pedalavo passai in un villaggio di fango, tra le case abitate da bambini che urlavano stupefatti, e mi chiesi “sto correndo dove? perché non mi posso fermare a conoscere questa gente? che senso ha che io sia qui a rincorrere la bicicletta davanti a me, mentre il deserto è così bello, io vorrei fermarmi!”. Non mi sono fermato, sono arrivato allo stremo delle forze alla fine della mia esperienza. L’ho chiusa. Ma ormai ero diverso, i miei limiti li avevo scoperti, ero forte, potevo rallentare.

Islanda

LN: Parliamo della Boscaglia e della Compagnia dei Cammini, due associazioni che hai fondato, finalizzate in special modo all’organizzazione di viaggi di gruppo a piedi. Come è nata l’idea, qual è la filosofia di fondo, e in che cosa si differenziano questi viaggi da quelli organizzati, per esempio, dal CAI?

LG: Tutto è nato dalla mia esperienza diretta. Accorgersi che camminare per alcuni giorni consecutivi fa bene, è terapeutico, consente di vivere bene il presente. E mi resi conto che non c’erano organizzazioni che proponevano un modo di camminare come questo, esperienziale, interiore, profondo. Facevo parte sia del CAI, dove ero istruttore di scialpinismo, sia di un’associazione di escursionismo, dove ero direttore della scuola di trekking. Ma in entrambi gli ambienti non si era pronti ad accogliere il nuovo modo di camminare, e per questo fui costretto a ripartire da solo e fondai La Boscaglia. Poi La Boscaglia si è evoluta nella Compagnia dei Cammini, alzando il livello culturale della proposta, sono viaggi a piedi, accompagnati da guide professioniste, ma non è solo divertimento, è una proposta culturale per la diffusione del camminare in Italia, proposta che passa dai viaggi, ma passa anche dai libri, dalla collaborazione con il Movimento Lento per la valorizzazione della via Francigena, dall’organizzazione di eventi e festival, dall’aprire riflessioni sull’opportunità di rallentare, di decrescere, di cambiare stili di vita in una direzione più consapevole e rispettosa.

Deep Walking

LN: Che cos’è il Deep Walking?

LG: È la naturale evoluzione della mia proposta di cammino. Tra le tante esperienze di cammini in giro per il mondo, l’incontro più importante per me è stato quello con il maestro zen vietnamita   Thich Nhat Hanh, che mette al centro della sua pratica anche il camminare. Il camminare diventa meditazione, consapevolezza, metodo per rimanere in presenza mentale.

Vi leggo un passo dal suo ultimo libro Fare pace con se stessi (Terra Nuova, 2011):

“Ognuno è capace di inspirare e di celebrare la vita con ogni inspirazione, ma c’è qualcosa che ostacola il nostro cammino. Quando camminiamo, ogni passo può aiutarci a essere in contatto con le meraviglie della vita presenti qui e ora. Sappiamo che ci sono la primavera, il sole, la vita e i fiori che ci sorridono. In teoria dovremmo essere in grado di stabilire un contatto con queste meraviglie per essere nutriti e guariti. Ma qualcosa ostacola il nostro cammino e ci impedisce di essere felici e a nostro agio. Abbiamo perso il sorriso. Tuttavia possiamo ritrovarlo. Ogni passo in contatto con la vita e le sue meraviglie ne è una celebrazione. Camminando in questo modo, camminiamo in libertà, libertà da sofferenza, paura e disperazione. Tale libertà è il fondamento della nostra felicità. Quando camminiamo, camminiamo da persone libere. E quando siamo liberi, siamo in contatto con le meraviglie della vita che ci guariscono e nutrono”.

Un viaggio a piedi di Deep Walking dunque diventa un viaggio dentro di sé, in cui al viaggio si aggiungono piccoli momenti, proposti in modo delicato e laico – sono facoltativi, non c’è proselitismo o propaganda. Si comincia la mattina prima di colazione, al sorgere del sole. Chi vuole può fare insieme alla guida un esercizio di Qi Gong con un bastone, un esercizio orientale che induce riequilibrio e centratura, sia con il corpo sia con lo spirito. Durante il cammino, ogni giorno piccole letture e una camminata meditativa differente. E poi attenzione profonda all’ambiente, per entrare in contatto con Madre Terra, e sobrietà, per volersi bene. E tanta serenità d’animo. Da un cammino così, fatto in luoghi speciali, in cui le energie della terra sono fortissime (Sardegna, Creta, Maiella) non si torna uguali, si torna cresciuti, si torna sereni, si torna rappacificati.

Luca Gianotti e l'arte del camminareLN: C’è una frase che mi ha colpito nel tuo libro, L’arte del camminare (Ediciclo, 2011): “da un cammino non si evade”. Parli della necessità di essere completamente concentrati, stare nel qui e ora: secondo te non c’è il rischio di rimanere imprigionati, di non riuscire più a fare ritorno alla propria vita di ogni giorno?

LG: Essere nel qui e ora vuol dire saper vivere il cammino e saper vivere il ritorno, quindi anche la vita quotidiana. Senza nostalgie. Diventare camminatori e rimanerlo nella propria vita quotidiana, anche nei periodi in cui siamo “stanziali” significa proprio questo, non avere rimpianti, non avere attaccamenti, sentirsi in presenza mentale come se si fosse sempre in cammino, gioire delle cose belle della vita anche nel traffico di una grande città.

Chi quando torna da un cammino vive la sofferenza del ritorno, è ancora in una gabbia dualistica, quella sì che è una prigione, dalla quale dobbiamo liberarci.

LN: Chatwin, alla fine della sua vita, costretto alla sedia a rotelle, stava per impazzire perché non poteva camminare. Forse non è il modo migliore per concludere un’intervista, ma vorrei chiederti se hai mai pensato al giorno in cui non sarai più in grado di calzare i tuoi scarponi e metterti in marcia, se hai mai pensato a come gestirai quel momento…

LG: Sinceramente non ci ho mai pensato. Penso sempre al fatto che voglio camminare il più a lungo possibile, mi vedo guida di viaggi a piedi anche tra dieci, quindici anni. Poi smetterò il lavoro, ma non smetterò di camminare. Dovesse succedere che non potrò più camminare, accetterò il mio destino, ringraziando per tutte le volte che ho camminato nella mia vita, ringraziando perché c’è chi non può farlo, quindi sono e rimarrò un privilegiato.

Commenti

3 commenti a “Cresciuti, sereni, rappacificati: l’arte del camminare”

  1. Bella intervista, grazie x avermi fatto conoscere meglio Luca …

    Di bruno | 29 gennaio 2012, 00:23

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  2. […] Vorrei chiudere con te come ho fatto con Luca Gianotti, facendoti una domanda che ti proietta nel futuro: quale vorresti fosse la tua ultima spedizione? E […]

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