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Musica

Teho Teardo

Il tempo dei suoni: poetica della musica da film

Teho TeardoTeho Teardo è a tutt’oggi uno dei più innovativi compositori di musica applicata, sostanzialmente di musica per film, ma le sue incursioni sonore arrivano anche al teatro. In lui la musica si fonde con la ricerca e spesso questa ricerca si pone su basi serie, studiate e soprattutto insolite. Forte di una tradizione musicale english, sicuro di conoscere la musica ambient, minimalista e impressionista, attento alle nuove tendenze industrial, Teardo non manca mai di riportare nelle sue musiche per film una specifica proposizione di intenti che sono quelli legati alle introspezioni sonore, alle ricercatezze tribali, alla mimica timbrica, all’ascolto raffinato e accurato. Attivo nel cinema dalla prima collaborazione con Gabriele Salvatores (Denti) ha spaziato nei territori della ricercatezza interpersonale, dell’introspezione psicologica, lavorando soprattutto con registi che hanno sempre amato l’umanità e il fin troppo umano. La sua sintesi sonora, che spesso si coniuga all’uso degli archi, trova una sponda di sicurezza nell’elettronica; ma accresce il tono quando il violino lo suona Alexander Bălănescu. Negli ultimi periodi la sua coerenza stilistica è stata ampliamente dimostrata con le musiche scritte per Il gioiellino e nello spettacolo che porta in giro con Elio Germano. A novembre è uscita inoltre, la sua personale raccolta discografica, sintesi sintetica e di sinestesia, che porta il titolo duplice di Music, Film, Music, dove il riferimento è alla musica ma anche alla musica applicata, sin estetica quindi. Abbiamo avuto il tempo d’intervistarlo, di raccogliere le sue notizie e nozioni di un proprio mondo interiore che si coniuga all’esteriorità esecutiva. Teardo è felino come lo dimostrano i suoi gatti, ma lo è musicalmente, attento, pronto, sintetico, presente. È un contributo a segnare il tempo, quello degli eroi, di coloro che suonano nei suoni un indefinito divenire, in uno spazio che è spesso triste e omologato ad un sistema obsoleto e distante anni luce dalle profondità sofferte e non sofferte: per questo chi scrive musica come Teardo è un eroe… dei nostri tempi, appunto!
In questa intervista, la scienza si unisce alla simpatia e alla sincerità della persona, inscindibile sintassi per poter comprendere un mondo che non è per tutti certamente.

Marco Ranaldi (MR): Nella tua musica in generale, usi delle sonorità molto ricercate, frutto questo di uno studio della scena inglese degli anni ’80?

Teho Teardo (TT): Sicuramente quel momento musicale mi ha intrigato parecchio, ero anche un ragazzino e quindi certe musiche avevano un impatto maggiore su di me, ma poi ci sono state altre evoluzioni, passaggi, fortunatamente.

Music, Film, Music

MR: In rapporto a questa tua disposizione verso la parcellizzazione sonora, trovi utile lavorare con i suoni elettronici, questo perché pensi che possa meglio rispondere alle tue esigenze creative?

TT: Una delle mie vie di accesso alla musica è stata quella di affrontarla da un punto di vista molecolare, ponendo molta attenzione alle frazioni del suono, alle singole cellule, come se avessi dovuto utilizzare un microscopio sonoro. A volte non so nemmeno perché sono passato di lì, è un cunicolo stretto, minuscolo, ma mi son ritrovato lì e con mio grande piacere mi sono anche divertito molto, continuo a trarne piacere e quindi mi muovo ancora da quelle parti, ma non solo.

MR: Una tua caratteristica è quella di usare gli archi e questa cosa ti porta sempre a creare due piani di ascolto, pensi che nella musica per film crei ancora di più una identità sonora?

TT: Prima di pensare alla musica da film penso alla musica in quanto tale, deve essere in grado di esistere e sostenersi senza le immagini e successivamente trovare anche una sua via con il film.
Sono un musicista, suono, registro album, tengo concerti e mi piace che i luoghi della musica siano anche quelli del cinema e del teatro. Quindi l’utilizzo degli archi rientra al cinema perché prima era già contemplato nella mia scrittura.

Locandina de Il gioiellinoMR: Una particolarità che è molto bella nelle tue musiche per film, è quella di scrivere un tema portante, questo però non nel senso classico di lite motive ma nel senso più contemporaneo di traccia sonora.

TT: Mi piace la ripetizione, dire tre volte la stessa cosa in un film diventa automaticamente un tema, una questione di tradizione alla quale siamo abituati. A quel punto diviene interessante far sì che quanto viene ripetuto non sia un tema nel senso canonico ma porti con sé elementi insoliti.

MR: Quanto ha influito su di te la musica che nasce da Satie e arriva fino a Cage e Eno?

TT: Li ho ascoltati in ordine inverso, prima Eno e poi giù nel tempo fino a Satie. Questa sfasatura temporale ha spostato molto la mia percezione ed il conseguente assorbimento di quelle musiche. Forse se li avessi ascoltati in ordine cronologico avrei assorbito maggiormente Satie, ma le cose sono andate diversamente e, sinceramente, preferisco così.
Nel mezzo hai nominato Cage, tutte le sue teorie sull’aleatorietà continuano a riguardare la mia posizione nella musica.

MR: Ne Il gioiellino riporta questa tua cifra stilistica fatta di ricercatezza e di sonorità composite, pensi che nel contesto generale del film questa individuazione quasi psicologica della musica possa essere funzionale alla comprensione del contesto?

TT: È vero, spesso si tratta di uno sguardo interiore, da qui una eventuale dimensione psicologica che poi si intreccia con i profili dei protagonisti delle storie.
Ho scritto diversi brani del Passato è una terra straniera pensando ad Elio Germano che camminava di spalle. Speravo che la musica lo potesse raccontare anche quando lui era di spalle.

MR: Non è un caso che nella maggior parte di film per cui hai scritto le musiche ti sia trovato con tematiche molto contemporanee e anche molto difficili da narrare, basti solo l’esempio di Sorrentino; quanto influisce su di te la scelta del soggetto e anche del regista che te lo propone?

TT: È determinante. Solitamente lavoro solo ai progetti con cui sono in sintonia, nel caso di Paolo, ma anche di altri registi l’ambito di azione è legato alla contemporaneità. C’è anche un aspetto legato alla responsabilità del compositore che lo lega al momento specifico in cui viviamo che per me è molto importante. Artisticamente possiamo dimostrare una responsabilità civile, politica, sociale; dovrebbe emergere dal suono, dalla musica.

Album di Craig Armstrong The space between us

MR: Ti piace il lavoro di Craig Armstrong per il cinema?

TT: Amo gli album di Armstrong, The space between us è bellissimo, mi piace anche il lavoro che ha fatto con i Massive Attack ma non sono particolarmente attratto dalle sue colonne sonore perché ho sempre la sensazione che la sua notevole cifra stilistica venga diluita in una dimensione più da accompagnamento sonoro da filmone hollywoodiano con bordate di archi che ti attraversano senza lasciare traccia. Mentre i suoi dischi coinvolgono, toccano.

MR: Quanta importanza ha per te la commistione fra i generi?

TT: Fondamentale, nella commistione si rimettono in discussione i geni e così si rivitalizzano.

MR: Ne Il gioiellino c’è un tema portante I’m Gonna Live Anyhow Until I Die che è una lunga traccia sonora, me ne parli?

TT: Non è un tema, ma un momento delle musiche del film. L’ho scritto mentre leggevo la sceneggiatura, è uno dei primi brani che ho composto ed a cui sono particolarmente legato.

Alexander Balanescu

MR: Quale è il tuo rapporto con Alexander Balanescu?

TT: Un’ora fa Alexander mi ha riaccompagnato con la sua macchina in albergo, ero a cena a casa sua.
In auto di notte, nel centro di Londra, abbiamo visto due volpi.
Ecco, noi due siamo come le volpi nel centro di una città, qualcosa di imprevisto.
Ci vogliamo anche molto bene.

MR: Perché anche ne Il gioiellino lo hai scelto come violinista solista?

TT: Perché era sua la voce in quel brano, non avrei immaginato nessun altro che suonasse in I’m gonna live anyhow until I die, dove la voce del violino emerge di più.

MR: Cosa ti aspetti dal futuro dell’elettronica applicata alla musica?

TT: Sto applicando la musica all’elettronica, sono già dall’altra parte, la prima fase è già archiviata.

MR: Una domanda provocatoria: sei stato candidato ai David come compositore ma ha vinto Papaelo che non mi sembra che faccia questo nella sua vita, ovvero non fa il compositore e non credo abbia fatto un corso di studi finalizzato. Questa vittoria riapre una vecchia piaga della musica per il cinema, quella cioè di affidare delle partiture a autori non specializzati nella musica applicata. Cosa ne pensi?

TT: Le piaghe di cui parli sono tali perché spesso pigrizia e rigidità tendono a cristallizzare i processi creativi e quindi ci si aspetta che tutto vada sempre allo stesso modo, pure la musica da film. Benvenuto chi si inserisce in un contesto spiazzando gli astanti, rimettendo in discussione le cose, portando nuovi elementi. Il problema è che spesso arriva gente che non aggiunge nulla, ma qualche volta addirittura toglie…

Un'altra foto di Teho Teardo

MR: Fra i tuoi colleghi con chi hai più affinità?

TT: Con le volpi londinesi, con Blixa Bargeld, con Martina Bertoni, Erik Friedlander, Jim Coleman.

MR: Se dovessi scrivere musica pop commerciale useresti sempre la tua base di ricerca sonora?

TT: Non ne ho idea. Di certo suono solamente quello che mi va, nel modo che piace a me. Ci sono capolavori pop che hanno impiegato sonorità non banali, penso a certi album di Prince, dei Depeche Mode, New Order, Radiohead. Insomma intelligenza e musica pop non sono agli antipodi.

MR: Infine, per quali registi lavorerai?

TT: Sto per cominciare il nuovo film di Daniele Vicari, Diaz, un progetto molto interessante.

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