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Scrittura

Tullio Avoledo

Tullio Avoledo, artigiano futuribile

Tullio Avoledo è uomo del futuro. Ospite dell’undicesima edizione del Trieste ScienceplusFiction, gli è stato chiesto di far parte della giuria internazionale, chiamata a stabilire quale pellicola si sarebbe aggiudicata l’Asteroide 2011, e di dare vita ad una master class sul suo lavoro e i suoi rapporti con la fantascienza. Lo slot dedicato all’incontro con Avoledo è penalizzato dalla proiezione in contemporanea di Martin, l’ultimo film di George Romero previsto dalla programmazione, gettonatissimo anche perché inscatolato fra un incontro con il pubblico del papà degli zombie e la successiva cerimonia di premiazione. Questo finisce per trasformare la master class di Avoledo in una chiacchierata intima con Giuseppe Lippi, curatore del mensile Urania e collaboratore di lunga data del festival, e una decina di astanti.

Tullio Avoledo

Lippi presenta Avoledo come un rappresentante della nuova narrativa d’avventura italiana, e gli chiede se si riconosce in questa definizione. Lo scrittore afferma di odiare i romanzi. Ne legge pochissimi, e perlopiù sul suo comodino ci sono libri di poesia e saggi, in particolare saggistica storica. “Sto leggendo, però, l’ultimo romanzo di Stephen King”, dice, “perché voglio vedere se è tornato a scrivere come un tempo. 22/11/63 mi sembra davvero un bel libro”. L’ultima sua passione è la fisica quantistica, sebbene sia per lui ostica e si debba far aiutare da suo figlio adolescente, che ne è un appassionato. Odia i romanzi, anche se li scrive. Leggerli, dice, è un atto quasi masturbatorio. “Io non scrivo pensando al pubblico e credo che non comprerei i miei libri se li avesse scritti qualcun altro”. I buoni romanzi, però, riescono a darci una prospettiva storica attraverso una comunione con il passato che i saggi non possono in nessun modo comunicare. “Allora mi dico che il romanzo è un modo di raccontare storie perché queste vengano ricordate. Per esempio, nel mio primo libro (L’elenco telefonico di Atlantide) volevo venisse ricordata la storia di una fusione bancaria scellerata”. Il libro nasce da un atto di rabbia, ha avuto una valenza terapeutica per lo scrittore, che ha sfogato il suo livore raccontando le nefandezze che vedeva accadergli intorno.

E il suo prossimo libro nasce da un afflato simile: tratta infatti di una Italia alternativa del 2012 in cui l’unità del Paese non esiste più e la nazione si è divisa in tre Stati diversi. L’ispirazione nasce dalle recenti celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia e il titolo sarà probabilmente “151”. “Sarà un thriller divertente, ma in cui dirò molte cose cattive su un sacco di gente esistente”. Avoledo afferma che, in questo senso, il romanzo, come genere, è alla sua portata: preferirebbe essere un buon poeta o un saggista, ma scrivere romanzi è senza dubbio più facile. Si scaglia contro l’editing selvaggio che, dice, ultimamente si permette anche di intervenire sulla poesia. Riassume il suo stile raccontando come il suo scopo sia quello di non lasciare mai al lettore il tempo di fermarsi, portandolo verso l’epilogo in modo ritmato e veloce e continuando a tenere vivo il suo interesse per quello che accadrà dopo. E il suo scrivere ha il senso di esorcizzare le sue paure, una fra tutte quella che il mondo sia preda del signoraggio economico: uno scenario che definisce apocalittico quasi più di quello descritto da Dmitry Glukhovsky in Metro 33, il cui primo spin-off italiano è stato affidato proprio ad Avoledo, che ha descritto la sua parte di apocalisse in Le radici del cielo. In questo ultimo lavoro, Avoledo ha voluto come protagonista un prete, per raccontare come sarebbe possibile per una religione organizzata e per la fede di un uomo sopravvivere alla fine del mondo e se sarebbe ipotizzabile da un punto di vista metafisico che esista una sopravvivenza che non sia necessariamente fisica, una via di mezzo tra la vita e la morte. Lo scrittore ci ha poi concesso una breve intervista subito dopo la cerimonia di premiazione.

Copertina di Le radici del cieloBeatrice Biggio (BB): Abbiamo seguito la sua masterclass con grande curiosità e interesse. Ci ha detto che scrive per divertirsi e non necessariamente con in mente il lettore. Ci ha detto anche, però: “Quello che voglio è portare il lettore a divertirsi, a seguire e capire l’intreccio, voglio raccontargli storie che mi stanno a cuore, con un linguaggio comprensibile a tutti. C’è un’apparente contraddizione in questo…

Tullio Avoledo (TA): Non c’è affatto una contraddizione. Tutt’e due le cose sono vere. Mio padre, per esempio, ha iniziato come artigiano, costruiva mobili. Aveva la passione delle cose belle per se stesso, era contento quando riusciva a costruire qualcosa; ma era anche contento quando riusciva a venderla, cioè ad avere l’apprezzamento degli altri. Ho sempre vissuto fin da piccolo anch’io con la voglia di ottenere l’approvazione altrui, è normale. Se riesco a fare qualcosa che mi piace, quindi, che mi convince, ho voglia che anche altre persone condividano ciò che mi piace e che ho costruito: è l’orgoglio dell’artigiano, né più né meno. Il primo lettore, però, sono io. E finora, rileggendo i libri che ho scritto, riesco ancora a non vergognarmene e a provare un minimo di interesse, per cui va bene. Naturalmente ho anche dei lettori di riferimento: mia moglie è la prima, un giudice terrificante. Ne ho anche un altro, un mio amico che lavora come magazziniere in una Coop. Lui mi fa da cartina da tornasole, per capire se non sto cominciando a fare troppo il fighetto, quindi magari a esagerare con il gusto per la bella frase, il volo pindarico… Soprattutto lui, ecco. Se lui mi dice che ha capito tutto, vuol dire che è perfetto.

BB: Trovo che ci sia estrema coerenza lungo tutto l’arco dei suoi romanzi, un’armonia non comune di tematiche e stile, ma credo ce ne sia uno che spicca fra tutti, e cioè Tre sono le cose misteriose. L’ho trovato particolarmente emozionante, rispetto agli altri, che mi hanno divertito molto, a cui mi sono appassionata e che ho letto anche molto velocemente, perché davvero avvincenti. Tre sono le cose misteriose, però, mi ha lasciato qualcosa in più. Ed è secondo me anche il meno facile da leggere, perché ha queste continue alternanze di stile e di racconto, perché il protagonista spesso esce da se stesso e si moltiplica quasi come si riflettesse in frammenti diversi di uno specchio rotto, racconta ma anche nasconde, spesso perdiamo il filo di ciò che gli accade mentre seguiamo le sue riflessioni. E tutto questo avviene in modo complesso, certo non immediato. Ecco, questo romanzo è stato qualcosa di diverso anche per lei, o è soltanto una mia esperienza, una mia percezione?

Copertina di Tre sono le cose misterioseTA: Be’, diciamo che i miei ultimi romanzi parlano in realtà tutti del rapporto con mio padre, che è morto due anni fa e che ho accompagnato in una lunga agonia. Questo mi ha costretto a riflettere su come, in fin dei conti, io avessi sempre avuto qualcuno davanti a proteggermi, a fare da prima linea e a come in realtà io sapessi molto poco di lui. Gli ultimi libri, quindi, sono delle riflessioni sulla morte, sul passato, sulla possibilità di vincere la morte con i viaggi nel tempo, come ne L’anno dei 12 inverni. Tre sono le cose misteriose, invece, parla del rapporto con mio figlio, e la cosa nasce perché mi erano capitate due cose, collegate fra loro. La prima, un avvenimento reale, la seconda una lettura. La cosa realmente successa è che camminavamo lungo una strada di una città di mare, mio figlio aveva ancora la bicicletta con le ruotine dietro, e a un certo punto ho visto per terra un osso che sembrava una costola, era una costola; un pezzo di animale, di maiale o forse di un bue, un osso rosicchiato. In quel momento lì, prima che mio figlio lo vedesse, ho dato un calcio all’osso e l’ho spinto sotto una siepe. Però mi sono sentito…
Erano anche anni in cui riflettevo sulla guerra in Yugoslavia. Mentre i bombardieri della NATO partivano da venti km da casa mia, da Aviano, per andare a bombardare la Serbia, noi eravamo in spiaggia e continuavamo a fare la nostra vita di sempre, vedendo queste scie che passavano e andavano a portare morte e devastazione a persone esattamente uguali a noi. In quel periodo mi è capitato di leggere un libro di una anatomopatologa americana, che non so se è stato tradotto in italiano – ma credo proprio di sì – in cui descriveva il suo lavoro di quegli anni: lei riesumava cadaveri in Ruanda e nella ex Yugoslavia, e descriveva, con una freddezza terrificante, come maneggiava quei corpi, come fossero pietra, o dei reperti fossili. Finché un giorno, disseppellendo il cadavere di un bambino, dalla tasca dei jeans del piccolo, che era scucita, sono cadute due biglie. “In quel momento”, ha detto, “ho pianto”. Perché aveva realizzato che le due biglie erano un simbolo. E allora le due biglie, e l’osso, e poi l’orrore per tanti crimini che venivano passati sotto silenzio, nell’indifferenza: ero arrivato a concepire l’idea che il processo ai criminali di guerra, qualunque processo pubblico, a un politico, per esempio, fosse un’occasione in cui una comunità recupera quella valenza che era normale per gli antichi greci, cioè quella della catarsi, della riflessione sul male che viene espressa da una società, e della possibilità di superarla attraverso il pentimento. Quel romanzo è costruito sulla materia dei drammi greci, delle tragedie greche, in definitiva, ci sono personaggi che fanno da coro. C’è anche la routine di queste guardie del corpo, quelle che proteggono il protagonista. Mi ero documentato leggendo molti libri su questo argomento ed avevo anche chiesto informazioni ad un istituto di vigilanza, perché mi interessava molto il modo in cui queste persone devono mimetizzarsi e diventare quasi un tutt’uno con la persona che devono proteggere. Devono rischiare la vita per un altro, e mi andava l’idea di questi personaggi che rischiano tutto per un protagonista che invece non si sente stimolato a vivere.

Console per videogiochiPoi c’era il rapporto con i videogiochi: mio figlio cominciava allora a muovere i primi passi sulle console, e mi piaceva l’idea che sia proprio attraverso un videogioco a nascere questa motivazione, data dal figlio al padre, a capire che il male esiste e va perseguito. Era un libro sul rapporto tra padre e figlio e sul male che c’è nella società apparentemente pacifica e sedata in cui viviamo. È un bel libro, direi. Poi c’erano delle riflessioni sull’imperatore Adriano, che noi consideriamo, dopo il libro della Yourcenar, molto illuminato, ma che, se andiamo a vedere le fonti ebraiche, in realtà ai tempi era visto come un mostro. Un po’ come Napoleone, che ai suoi tempi era considerato un mostro e adesso per noi è un eroe, quel processo per cui la storia non impara mai niente, filtra le cose soltanto. E infatti nel mio primo libro immaginavo che un giorno o l’altro si sarebbe realizzata una commedia musicale su Auschwitz, e credo ci arriveremo, un po’ per volta, e questo sarà il segno della catastrofe totale. Quel libro era una riflessione sul male, sul rapporto padre-figlio, sulla protezione dal male. Il personaggio principale è quello di un giovane procuratore, è un romanzo su questa personalità molto slegata, un uomo freddo. È stata un’immersione difficile, ad un certo punto cominciavo a ragionare come lui, m’intortavo nei rovelli che affliggevano lui…

Leonardo Vietri (LV): Una domanda di stampo fantascientifico: in Un buon posto dove morire e in questo ultimo romanzo, Le radici del cielo, ci racconta di un futuro apocalittico o post-apocalittico. Da Blade Runner in poi, quali sono state le sue fonti d’ispirazione maggiori per immaginare questo futuro?

TA: Be’, un sacco di film sicuramente, ma soprattutto la rilettura di Philip Dick e il vedere quanto di Dick sia presente nel mondo d’oggi, quanto per esempio un videogame come Fall Out 3 sia pieno di citazioni dickiane, anzi sia proprio ambientato in un mondo dickiano; e vedere come tanti ragazzi siano ormai familiari con questo tipo di tematiche, con questo tipo d’estetica, ma non abbiano idea delle fonti primarie, è straordinario. Cioè, hanno assimilato un universo fantascientifico, ma senza riconoscerlo come tale, senza riconoscerne la paternità o la maternità, i rapporti di parentela. L’ispirazione viene da tanti film, tante cose viste, per la verità da molti più libri letti. Io adoro giocare con quei miti che sono diventati sostituto delle conoscenze tecniche vere. Nessuno di noi sa niente di fisica, per esempio: se mi chiedono la distanza tra la Terra e la Luna io non la so, per esempio (mio figlio invece sì!). Le leggi della fisica, la chimica, ci sono praticamente sconosciute. Siamo una generazione post-illuminista, abbiamo delle capacità tecnologiche pazzesche ma non abbiamo invece nessuna conoscenza diffusa. I telefoni cellulari, per esempio, sono una meraviglia dal punto di vista di chi li ha progettati, di chi ha avuto quest’idea delle cellule, noi usiamo delle cose meravigliose senza rendercene neanche conto.

Copertina di Un buon posto per morireSono tante le suggestioni: nel mio libro Un buon posto dove morire c’è anche un po’ di cyberpunk, l’idea che tutto sommato il progresso che abbiamo adesso è nato anche dal caso. Se Babbage avesse avuto abbastanza soldi per creare la sua prima macchina calcolatrice, che era enorme e richiedeva dei mulini per funzionare, probabilmente avremmo avuto i computer 100 anni prima: che tipo di società ne sarebbe nata? E anche questo è uno stimolo. In effetti mi interessano le cose paradossali, per esempio mi piacerebbe usare Tesla in uno dei miei prossimi libri, era un personaggio veramente straordinario, fuori dal comune…
Un buon posto dove morire è un tentativo di costruire una storia ambientata in un mondo reale, un mondo nostro, dentro il quale metto gli elementi della fantasia. Un po’ come descrivere lo zoo perfetto e dentro scatenarci Godzilla. Se non si crede nella loro esistenza, cose come i sottomarini nazisti o i dischi volanti non sono altro che fandonie, ma se un numero di persone sufficienti ci crede, diventano di fatto vere. E poi c’è la magia di Internet, che è molto più importante dei film o dei libri: Internet è il luogo dove la verità non esiste più. E dove l’attendibilità è scomparsa. Ci sono siti che si auto replicano. Altra cosa alla base di Tre sono le cose misteriose era una notizia che era apparsa, sul ritrovamento del diario di una ragazzina olandese morta in un campo di sterminio: la notizia era stata pubblicata sul Corriere della Sera, ma il Corriere l’aveva presa da un giornale spagnolo, e il giornale spagnolo da un sito internet. La fonte originaria, s’è visto poi, era il sito ufficiale di David Irving, storico revisionista condannato per questo in Austria. E allora mi chiedo: perché un negazionista mette in rete e diffonde questa notizia? E da lì l’idea della dietrologia, dei complotti. Secondo me siamo in mezzo a un mondo che non capiamo più. Ci fanno vedere che camminiamo sulla terra solida: in realtà, forse, camminiamo sul vuoto o sulle sabbie mobili. Sono temi per me incredibilmente affascinanti.

Mentre usciamo insieme a lui dalla sala in cui lo abbiamo intervistato, Avoledo ha in mano il telefono per chiamare casa e avvisare che è sulla via del ritorno. Gli chiediamo, impiccioni, che musica si porti appresso sullo smartphone. Smanetta un po’ e, fra un pezzo scelto per lui dalla moglie e uno che suo figlio ci ha infilato a forza, salta fuori l’intera discografia di Johnny Marr, intera nel vero senso del termine: ci confessa lo scrittore che la sua ossessione con il geniale songwriter ed ex chitarrista degli Smiths si spinge a tal punto da collezionare qualsiasi collaborazione, persino la più misconosciuta, che Marr abbia mai intrapreso nella sua lunghissima carriera. E, nel suo caso, possiamo dire che si tende davvero ad infinito.

Tullio Avoledo nasce a Valvasone, in Friuli, il 1º giugno 1957. Si laurea in giurisprudenza e, dopo aver intrapreso diversi mestieri, fra cui il copywriter e il giornalista, lavora nell’ufficio legale di una banca a Pordenone, dove attualmente vive. Nel 2003 esce per i tipi di Sironi il suo primo romanzo, L’elenco telefonico di Atlantide.

Bibliografia

  • L’elenco telefonico di Atlantide, Sironi, 2003
  • Mare Di Bering, Sironi, 2003
  • Lo stato dell’unione, Sironi, 2005
  • Tre sono le cose misteriose, Einaudi, 2005
  • Breve storia di lunghi tradimenti, Einaudi, 2007
  • La ragazza di Vajont, Einaudi, 2008
  • L’ultimo giorno felice, Edizioni Ambiente, 2008, poi tascabile Einaudi, 2011
  • L’anno dei dodici inverni, Einaudi, 2009
  • Un buon posto per morire, Einaudi, 2011
  • Le radici del cielo, Multiplayer.it Edizioni, 2011

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