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Cinema

Giorno sette, l’ultimo bramito

E siamo arrivati all’ultima giornata: le premiazioni incombono e noi siamo bloccati in casa dallo sciopero totale globale dei trasporti urbani. Funziona solo la S-Bahn, che ovviamente non ci serve a nulla dato che per raggiungere la prima stazione a piedi da dove stiamo ci vuole lo stesso tempo che impiegheremmo ad andare a piedi a Potsdamer Platz. Perciò, dopo una mattinata a scrivere, facciamo gran segni ad un taxi che per la comoda cifra di circa dieci euro ci scarica esattamente dietro il nostro amato CinemaxX, che ci accoglierà per l’ultima volta nel suo grembo caldo insieme a tutti gli altri giornalisti che non hanno di meglio da fare che assistere alla cerimonia di chiusura, come fossimo seduti là dentro il Palast, in mezzo ai notabili e alle star. Io, vista l’aria molto più rilassata di tutto lo staff, occupo praticamente metà fila con le mie carabattole, senza curarmi di lasciare posti liberi. Le luci sono basse ma sufficienti per scrivere e lo schermo incombe sopra di me, i faccioni dei protagonisti di questa notte che chiude il nostro viaggio vicinissimi agli occhi. E non è che non lo sappia che i premi già si sapranno quando questo pezzo andrà su eh, ma davvero si può pensare che qualcuno stesse aspettando da me lo scoop sulla vittoria? Eh su, dai.

I fratelli Taviani

Si comincia con il salutare gli ospiti illustri: la anchor woman della Berlinale, Anke Engelke, al solito sfrizzante humour da tutti i pori, ci tiene a salutare il grande vecchio Ken Adam, leggendario production designer di Ben Hur e set designer del Dottor Stranamore, seduto in sala stasera. La Engelke, per aprire una parentesi, è una delle donne di televisione più amate in Germania, come stile una specie di Victoria Cabello, per intendersi, con l’unica differenza che quando le hanno dato il suo talk show non ha avuto ascolti e gliel’hanno chiuso. Fa delle sitcom piuttosto seguite, però, ed era come il prezzemolo anche in Berlinale: non la solita madrina, diciamo, statuina da kermesse d’apertura e chiusura, era presente a quasi tutte le conferenze stampa e le sue domande diventavano spesso siparietti fra lei e la stella di turno. Dopo i rituali saluti agli sponsor, (quest’anno la L’Oreal deve aver elargito parecchio: il suo logo, molto più grosso degli altri, compariva nella sigla proprio al centro dello schermo, attraendo inesorabilmente lo sguardo), la Engelke saluta il Ministro federale alla Cultura Bernd Neumann e chiama subito sul palco la giuria dei corti, composta dall’attrice tedesca Sandra Hüller, dall’artista palestinese Emily Jacir e dal regista irlandese David O’Reilly, che senza por tempo in mezzo annunciano i vincitori: menzione speciale a Licuri Surf di Guile Martins, sprazzi visivamente intensi della ricerca dell’onda da parte dei soliti surfer, sempre molto coreografici, da Un Mercoledì da Leoni in poi. L’orso d’argento va invece a Gurehto Rabitto (The Great Rabbit) di Atsushi Wada, emozionatissimo e con una inguardabile giacca a quadretti verdi. Il corto d’animazione ci fa vedere che per vedere qualsiasi cosa, anche un coniglio gigante, basta crederci. Infine, l’orso d’oro va al portoghese João Salaviza con il suo Rafa che cerca la madre dispersa chissà dove, forse finita in prigione. Salaviza è visibilmente commosso. Il regista, un uomo bellissimo, ringrazia la moglie in sala, altrettanto bella, e tutta la sua troupe. Vuole fare una dedica differita al governo portoghese, ma ad una condizione: fra un anno, dice, se avrete fatto qualcosa per il nostro cinema che state facendo morire ormai da secoli, questo premio lo dedicherò a voi.

Il regista portoghese João Salaviza

È la volta delle opere prime. La giuria, composta da Moritz Rinke, scrittore e drammaturgo tedesco, Hania Mroué, direttrice del Festival Cinema Days di Beirut, e l’inossidabile soldato Joker di Full Metal Jacket, l’attore Matthew Modine, anche qui vuole attribuire una menzione speciale, che va al turco Emin Alper per il suo Tepenin Ardi (Beyond the Hill), inserito nella sezione Forum. Il film parla di una lotta familiare scatenata dal dover discutere dei diritti su alcune proprietà. Il primo premio va invece ad un film della sezione Generation Kplus, dedicata ai film con tematiche relative all’infanzia e alla giovane età, Kauwboy, dell’olandese Boudewijn Koole, in cui un bambino di dieci anni è alle prese con la mancanza della madre e un padre incapace di badare a lui. Il regista lo segue mentre cerca di darsi una direzione attraverso il suo rapporto con un altro orfano suo simile, un piccolo uccello caduto dal nido. La giuria internazionale è adesso chiamata in causa per l’attribuzione dei premi principali. Il presidente Mike Leigh sale sul palco e introduce una menzione speciale spiegando che a volte ci sono film che, nonostante riescano a convogliare grande calore e forza drammatica e poetica, non riescono a guadagnare il podio. È il caso di L’Enfant d’en Haut (Sister) di Ursula Meier, che era dato appunto come uno dei favoriti. La regista ringrazia soprattutto il cast, i bravissimi protagonisti Kacey Mottet Klein e Léa Séydoux, che hanno dato vita al rapporto difficile fra una madre non proprio tipica e un ragazzo molto indipendente ma problematico, sullo sfondo, molto originale drammaturgicamente come sottolinea Mike Leigh, di una stazione sciistica, dove il ragazzo s’ingegna a rubare sci per poi rivenderli, all’insaputa di sua madre. È la volta della consegna del premio Alfred Bauer per il film che rappresenta la prospettiva più innovativa in questo festival, che va ad un altro film portoghese, quel Tabu di Miguel Gomes, criticatissimo in sala stampa per aver deluso le aspettative. Un possibile capolavoro, non fosse che diviso in due parti nette, di cui una bellissima e l’altra decisamente brutta. Gomes rimane perplesso dell’aver vinto il premio per il film più innovativo, dice, perché il suo intento era di fare un film dal sapore tradizionale. Sembrava piuttosto seccato, però, perché il suo film era nella rosa dei possibili vincitori dell’Orso d’oro. Richiamando in causa il connazionale Salaviza e il suo discorso, dedica il premio ai grandi registi portoghesi come Manoel De Oliveira che fanno da 50 anni, lasciati soli dal governo, un cinema che, dice, forse per questo è il più indipendente del mondo. Tabu, a dire il vero, a noi è sembrato piuttosto pretenzioso, nonostante si possa dire che una metà del film, l’unica valida, quella ambientata nel passato dei protagonisti in Mozambico, sia davvero visivamente interessante e poetica.

Nikolaj Arcel e Rasmus Heisterberg

L’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura viene assegnato al film danese En Kongelig Affære, a firma Nikolaj Arcel, che ne è anche regista, e Rasmus Heistenberg, già autori insieme della sceneggiatura del recente kolossal The Girl with the Dragon Tattoo, diretto da Niels Arden Oplev. Abbiamo già detto come, nelle retrovie, ci sia in questo film lo zampino di un tale Lars Von Trier. A noi il film è piaciuto moltissimo e vedremo a breve che la giuria ha condiviso in pieno la nostra convinzione sull’assegnazione di un altro premio strategico. Ma dovremo attendere questa conferma mentre viene assegnato il riconoscimento per il maggiore contributo artistico. E non potrebbe essere che Anton Corbijn ad annunciarlo: “Stavolta”, dice “abbiamo scelto di assegnare il premio al comparto fotografia. Il premio va a Lutz Reitmeier, direttore della fotografia del film Bai Lu Yuan (White Deer Plain), del regista Wang Quan’an”. Il film è effettivamente un altro dei grandi esclusi dalla corsa all’Orso per il miglior film, e non possiamo scordare che il regista è lo stesso del meraviglioso Il Matrimonio di Tuya (che vinse l’Orso d’oro nel 2006).

Ed eccoci al premio sul quale abbiamo puntato, quello al miglior attore. Charlotte Gainsbourg, l’altra donna dalle gambe indimenticabili di questo festival, insieme a Charlotte Rampling, si appresta a dare il nome dell’attore che più ha convinto la giuria con la sua interpretazione. Ed è lui, il nostro favorito, Mikkel Boe Følsgaard, un immenso re Christian VII di Danimarca, bambino perso e bisognoso d’amore e despota incontrollabile nella sua follia di depresso, buffo e profondo, spaventosamente anarchico in un mondo di stitici e fissi aristocratici in En Kongelig Affære (A Royal Affair) di Nikolaj Arcel. Tocca poi all’Orso d’argento per la migliore attrice che viene consegnato da Jake Gillenhaal, presentato dalla Engelke come “il suo ex”. Il premio viene assegnato a Rachel Mwanza, protagonista di Rebelle, il film di Kim Nguyen sui bambini-guerrieri del Congo del Sud. La ragazza non fa nemmeno in tempo a sentire dalla traduzione che si è aggiudicata il premio, che i suoi vicini di poltrona le tolgono le cuffie e la spronano ad alzarsi. Solo allora lei si rende conto e salta letteralmente sulla poltrona dalla gioia. Capiamo allora davvero che i premiati non sanno davvero nulla fino a questo momento, cosa di cui sempre si dubita ogni volta che si assiste a una premiazione ufficiale. Possibile, ci diciamo sempre, che si rischi che qualcuno parta e non sia lì ad accettare il premio? A ben vedere, però, è logico che chiunque concorra per un premio a Berlino si fermi qui, nella maggior parte dei casi, a meno di impegni presi in precedenza, per partecipare alla festa finale.

Rachel Mwanza e Jake Gyllenhaal

Dopo l’esplosione di allegria della Mwanza, viene chiamata sul palco Barbara Sukova a premiare la migliore regia, che sarà l’unico premio attribuito al film più osannato di questa edizione: Barbara, appunto, di Christian Petzold, regista di casa che ha indagato una storia intima ambientata però negli ultimi anni della Berlino divisa in due, argomento sentitissimo dai berlinesi, pubblico e addetti ai lavori, tanto da far criticare la scelta della giuria internazionale di non assegnare l’Orso d’oro come miglior film proprio a questa pellicola. Asghar Farhadi, membro della giuria quest’anno e vincitore dell’Orso d’oro l’anno scorso con A Separation, consegna il Gran Premio della Giuria: a vincerlo, Csak a Szél (Just the Wind), di Bence Filegauf, il film sul terrore di una famiglia Rom in attesa di fuggire dal campo dove un’altra famiglia era stata massacrata nei giorni precedenti, basato su una storia vera.

Ed infine, un entusiasta Mike Leigh, presidente della giuria, si porta sul palco per annunciare l’Orso d’oro di quest’anno: Cesare Deve Morire, di Paolo e Vittorio Taviani. I due ottantenni registi italiani sembrano due bambini che hanno appena aperto l’uovo di Pasqua. Felicissimi, i due ringraziano la giuria per aver preso la decisione, così come dichiarato, in armonia e si augurano che gli spettatori del loro film possano sentire attraverso il film che anche i detenuti sono uomini. Salutano tutti gli attori, i carcerati di Rebibbia che per alcuni mesi sono stati impegnati nella realizzazione del Giulio Cesare di Shakespeare per poi tornare dentro le loro celle. Vittorio, il più anziano dei due, è entusiasta: “Mike Leigh!”, dice, “quanto amiamo i tuoi filme!”. E la serata si conclude su queste note, semplicemente, con tutto il rosso delle tende e delle poltrone intorno, senza Cirque de Soleil a celebrare il cinema, forse, ma con tutta una città in movimento per una settimana intorno e dentro ai cinema. La Berlinale è questo, un festival del pubblico, prima di ogni altra cosa, un festival della città e dei suoi abitanti. La stampa tedesca non è contentissima del vincitore di quest’anno: dicono che ha vinto il vecchio, che fra tutte le nuove tematiche emergenti presenti in tanti dei film in concorso, più “giovani” come approccio e visione, una giuria “tradizionalista” è voluta andare sul sicuro. Ma chi ha visto i film in concorso non può che concordare sul fatto che il film dei Taviani era il più ben fatto, il più compiuto fra tutti quelli in gara. Per noi, la giuria ha fatto un lavoro eccelso e, a sentir loro, lo ha fatto in pieno accordo.

I fratelli Taviani, © Richard Hübner, Berlinale 2012

Noi, abbiamo avuto un assaggio, quest’anno, che di certo non ci è bastato. Avevamo appena imparato come muoverci, ed era già tutto finito. Ci siamo persi, a detta di tutti, film bellissimi come Electrick Children di Rebecca Thomas, o Toată Lumea din Familia Noastră, del rumeno Radu Jude (che però abbiamo grandi speranze di vedere a gennaio 2013 al Trieste Film Festival) e, sicuramente, fra i più di 400 film proposti ce ne saranno stati di altrettanto belli dei quali non sapremo mai nulla. Così come non sapremo mai che cosa dev’essere stato assistere alla lectio di Werner Herzog durante la presentazione del suo nuovissimo documentario Death Row, in cui il maestro ha raccontato cinque storie di condannati nel braccio della morte nelle prigioni del Texas. Questo perché un avvenimento del genere, per quanto aperto a pubblico e stampa (anche se faceva parte degli eventi dedicati ai ragazzi del talent campus) era talmente ambito da far scomparire i biglietti nel giro di un’ora. Gli incontri del talent campus sono quasi tutti a disposizione di chi volesse guardarli sul sito della Berlinale, e vedere Keanu Reeves che racconta delle sue interviste o Riuichi Sakamoto parlare delle sue esperienze come score composer.

Un viaggio di scoperta, quello di quest’anno, dedicato alla visione dei film più che alla ricerca della notizia e dello scoop, al perdersi nello schermo più che a inseguire la possibilità di un’intervista. La speranza è che ci siano molti altri tentativi, molte più prospettive da indagare, molti più lati di luce ed ombra da investigare in futuro. Per quest’anno, abbiamo soltanto sollevato il coperchio dello scrigno, il viso illuminato dallo sbrilluccichìo dei fotogrammi che ci sono piovuti addosso. Tutto il resto, è ancora da fare, da toccare, da vedere da più vicino ancora. Quest’anno, ci siamo arroccati sul famoso posto in prima fila. E, dobbiamo dire che gli orsi, così da vicino, sono proprio un bel vedere. Per il resto, raccomandiamo di mettere le cuffie e immaginare un viaggio da Alexander Platz a Prenzlauerberg. Così.

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