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Scrittura

Sua Maestà l’engagement, ossia l’impegno

Cultura e letteratura sono, da qualche tempo, in declino. Lo sappiamo e lo leggiamo da più parti, e sembra che la predominanza del sapere scientifico sia davvero inarrestabile. Tuttavia, scrittori, critici, studiosi e docenti universitari da lungo tempo dibattono e cercano di elaborare idee sul come potersi difendere da questa caduta, e ritornare ad essere uno dei pilastri del sapere umano.
E uno dei temi più scottanti su cui si discute è il ruolo e i compiti dell’intellettuale, figura che da tempo è oggetto di critica. Cercare di definirne le caratteristiche, in realtà, è il punto necessario da cui partire per capire la difficile situazione di oggi. L’intelettuale potrebbe definirsi come colui che è dotato di una certa intelligenza, ha un forte spirito critico, è portavoce di un punto di vista attendibile sul presente e cerca, con questi strumenti, di interpretare la realtà, analizzarne i problemi e proporre soluzioni. In sostanza, l’intellettuale è un mediatore tra la realtà e noi.

Quadro di Gustave Caillebotte

Questa idea prende piede nella seconda metà dell’Ottocento, quando il Positivismo era la corrente filosofica egemone, e poneva come proprio baricentro la razionalità oggettiva e scientifica. E, da essa, gli intellettuali ricavarono soprattutto un nuovo metodo per fare letteratura. Se, infatti, la figura chiave di quella filosofia era il medico, che analizzava e studiava la natura e gli esseri viventi con grande meticolosità, in letteratura lo scrittore, o intellettuale, avrebbe dovuto fare lo stesso: acquisire quel metodo per applicarlo alla descrizione della società e della realtà. Prima ci arrivarono i Realisti e Naturalisti francesi, Émile Zola su tutti, e poi arrivarono i nostri Veristi, Giovanni Verga e Luigi Capuana.
Perché, c’è da chiedersi, un uomo di lettere e di cultura, dotato di un sapere umanistico e non scientifico, dalla stessa scienza doveva ricavare i nuovi strumenti del suo lavoro?

La risposta è molto semplice, e la si ricava dall’avvento di una nuova classe sociale: la borghesia. In Italia, i borghesi si proposero come il nuovo ceto dirigente che avrebbe guidato il Paese una volta realizzata l’unità dei territori. Si sarebbe assunta, sulle proprie spalle, il compito di portare l’Italia all’altezza della altre grandi nazioni europee, come Francia e Gran Bretagna. Per fare questo, durante il Risorgimento, aveva però bisogno di un supporto ideologico, culturale che poteva venire soltanto dagli intellettuali e dagli scrittori. Erano questi ultimi che, attraverso i propri scritti e le proprie opere riuscivano a veicolare tra la popolazione i sentimenti di patria e di solidarietà nazionale.

Giovanni VergaFin qui, le cose sembravano procedere per il verso giusto, e così sarà fino al 1861, anno in cui si realizzò l’Unità d’Italia, anche se mancava ancora Roma. Compito principale, adesso, una volta realizzata l’unione politica, era costruire un’identità italiana forte e solida. E a chi affidare questo compito se non ai soliti quanto utili e magnanimi intellettuali? Invece, no. La borghesia, una volta giunta al potere, dismette l’intellettuale, lo relega ai margini della società, lo svuota di significato. Bisogna costruire ponti, strade e ferrovie: scuole e biblioteche possono anche aspettare. Così, seguendo la logica della maggiore importanza delle questioni materiali e pratiche, la classe dirigente italiana non è stata capace di creare quella grande unità di popolo che si immaginava durante il Risorgimento.
E per l’intellettuale… che fare ora? Posto davanti al bivio del soccombere in nome dell’arroganza capitalistica o del cercare di sopravvivere, egli scelse la seconda via. E come fare, allora, per non morire? Cercare di apprendere dalla filosofia predominante la tecnica oggettiva, di analisi della realtà con i caratteri della scienza positivista, al fine di proporre un’opera che potesse raccontare e mostrare come vivessero ogni giorno i cittadini. Fare, in sostanza, un’opera conoscitiva, vera.

Ed ecco che, così, si propongono sulla scena letteraria due intellettuali già da tempo amici: Verga e Capuana. Ispirati da Zola e da altri scrittori francesi, furono capaci di allestire opere che erano vere e proprie fotografie del reale, che loro stessi avevano con minuzia studiato e analizzato. Fine ultimo era di mostrare in presa diretta alla borghesia decadente quale fosse lo stato della società mentre essa si stava occupando di tutt’altro. Questo era, per loro, l’impegno.
Si andò avanti così fino alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, quando al Verismo e alla fiducia nel progresso del Positivismo, subentrò la crisi dei fondamenti e della ragione: il Decadentismo. Cambiava il nome, ma non la sostanza.

L’intellettuale, dopo l’insuccesso, a suo tempo, dell’opera di Verga, mal visto dal pubblico e ammirato soltanto molti decenni dopo, resta sempre isolato, nascosto negli angoli bui del mondo mentre pensa a come interpretare la realtà. Da allora, fino ai giorni nostri, tralasciando la stagione degli anni Sessanta-Settanta, quando scrittori, poeti e critici portarono avanti una forte attenzione per la società, guidati, il più della volte, dall’ideologia, l’engagement, ossia l’impegno, è venuto meno.

La società postmoderna non vede come proprio pilastro portante la cultura, bensì il mercato, il libro-merce. La cultura è un settore economico come tutti gli altri, all’interno del quale vengono realizzati dei prodotti che avranno il solo scopo di essere venduti. A nessuno più interessa che quel libro, quel saggio abbia una propria qualità implicita e possa diventare una grande opera: compito principale è vendere quel prodotto, nel migliore modo possibile. Ecco, dunque, che si crea una frattura tra scrittori/intellettuali e realtà: il primo si chiude in una dimensione tutta sua, mentre il presente continua il suo percorso, senza però che ci sia una guida a consigliarlo.

Volumi sparsi

Il mercato, adesso, è il vero mediatore, perché viene incontro alle esigenze dei lettori e gli accontenta con i libri e i generi letterari che loro meglio gradiscono. Basta con i mattoni di un tempo: meglio un libretto leggero, magari con una trama amorosa condita con un bel fatto di sangue e che si conclude con un rassicurante lieto fine strappalacrime. Inoltre, ai lettori vengono proposti libri gialli, noir o thriller, perché riescono a presentare un “mondo nascosto”, fatto di trame insidiose che denunciano la falsità dell’immagine che ognuno di noi ha della realtà e della società . Dietro, infatti, c’è un società tutta diversa, corrotta e spietata. Si arriva, in questo modo, a quella che Daniele Giglioli, nel suo libro Senza Trauma, ha definito descrizione del Reale, concetto diverso da Realtà.

Questo Reale costituirebbe la dimensione dove si svolge la vita vera, dura e cruda, e in cui vengono tessute le fila del mondo immaginario, la Realtà. Lo scrittore non deve fare altro che indagare questa nuova dimensione e portarla all’attenzione dei lettori, facendogli aprire gli occhi sulle falsità del mondo in cui vive. Egli stesso, però, in quanto autore, non è più oggettivo, perché avanza un proprio punto di vista: parla in prima persona, cerca di spiegare le ragioni che lo inducono ad avere un proprio pensiero sul Reale divenendo iper-soggettivo. In questo modo, ogni autore e scrittore avrà la propria personale, senza che nessuna di queste possa essere più legittimata di altre. Risultato: una palude infinita di proposte, visioni e idee.

NoirIl successo di scrittori come De Cataldo e Lucarelli si spiega proprio con questa situazione: loro sono dei maestri nel catturare il lettore e portarlo dietro le quinte della Realtà, attraverso le loro splendide e coinvolgenti prose. Sulla scena si porta un fatto, e l’autore deve andare a ritroso nel tempo per poter scovare la verità, indagando allo stesso modo di un commissario di polizia. Trame, intrecci, tradimenti, gelosie sono alla base di questo mondo “dietro”, nascosto.
E la Realtà? Dove è finita? Non esiste più, è diventata superflua. Viene data per scontata, perché è già descritta e raccontata al meglio dalle cronache giornalistiche di quotidiani e televisioni. I cittadini-lettori la conoscono già, e non è necessario che l’autore gliela ripresenti sotto un’altra veste. Basta con la Realtà, è venuta l’ora del Reale, gridano gli scrittori contemporanei!
Cosi, l’impegno, da racconto dei drammi e dei problemi di tutti, si è trasformato in indagine e ricerca spasmodica del nascosto, facendosi dietrologia. Non si parte più dalle cause che hanno portato alla situazione attuale della società, bensì si va a ritroso, alla ricerca di quel trauma che ha segnato un punto di rottura.

E l’intellettuale, il critico? Che fine hanno fatto? Hanno lasciato il posto a questi nuovi scrittori-detective, perché essi non sono stati in grado di percepire questo importante cambiamento sociale. Se proprio sono alla ricerca di un fine, possono rendersi interpreti di ciò che lo scrittore-detective dice nel suo libro nei confronti dei lettori. Infatti, questi nuovi autori contemporanei spesso sono incomprensibili ai più, e bisogna che il mondo contorto di cui parlano debba essere spiegato e analizzato. L’intellettuale-critico, allora, adesso si fa mediatore tra autore e lettore, ma non per offrire a quest’ultimo una chiave di lettura sul presente, ma soltanto per cercare di fargli vedere cosa sia mai questo Reale. In questo modo, egli si svuota della sua funzione primaria che è proporre nuove soluzioni e teorie sulla Realtà, cercando di analizzarne i problemi attraverso una sua meticolosa descrizione. Le letteratura, allora, non è più al servizio della società, ma degli scrittori-detective.

Che fare, dunque? Qualcuno ci ha provato a tornare alla Realtà, e si chiama Roberto Saviano. Anche qui, tuttavia, nonostante la valanga di consensi ricevuta da più parti, non tutti sono della stessa idea. E poi, forse, è ancora presto per poter dire che le sue opere si possano proporre come un nuovo Realismo: il tempo e la Storia saranno in questo giudici. L’intento, però, è quello giusto. Tornare a parlare della Realtà così come si presenta tutti i giorni, con i suoi drammi e le sue contraddizioni, abbandonando la feroce fame di conoscenza dell’ignoto e dei suoi misteri. Il presente ha bisogno di interpreti che possano suggerire proposte per uscire dalla crisi del nostro tempo, e che queste poi possano essere veicolate nel pubblico attraverso libri che smettano di essere oggetti di culto esoterico.

Libro

C’è bisogno di un ritorno all’impegno in senso stretto, il quale deve ritornare ad essere un imperativo per tutti coloro che si considerano scrittori, intellettuali e critici. Se questa sarà la strada intrapresa, allora la letteratura potrà tornare ad essere un punto cardine nella società; altrimenti, resterà confinata nell’angolo dove è seduta adesso, tutta presa nel descrivere il buio che sta dietro al vuoto che la circonda.

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