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Opinioni di un fan 5. Essere springsteeniani fuori forma a poche settimane dagli eventi

Ogni mattina, nel suo letto, un fan di Springsteen si sveglia e sa che dovrà avere maggiore resistenza degli altri fan se vorrà arrivare prima in coda per il pit; ogni mattina, nel suo letto, un fan di Springsteen si sveglia e sa che dovrà correre più veloce di un altro fan se vorrà arrivare per primo alla transenna. Non importa quanto amati siano gli altri fan, siano essi marito, amici o genitori: l’importante è arrivare prima.

Fan di Springsteen  in corsa per la prima fila

Mi sa che ci siamo.
La fase in cui rinnego Bruce tre volte prima che il gallo canti mi pare si stia avviando verso la fine e io comincio a sentire l’angoscia della competizione. Dopo diversi anni in cui la febbre da tour si ripete, ho imparato a conoscerne e prevederne il decorso, e ho ora la netta impressione che stiamo entrando nella fase invasata.

La fase invasata dell’attesa del tour di Springsteen si manifesta in me con un insano desiderio di mettersi in forma. Ai nostri piccoli lettori gioverà sapere, a questo punto, che chi scrive non ha solo degli oggettivi problemi di peso e un rapporto non propriamente equilibrato con il cibo, ma anche ha sempre rifuggito le diete dimagranti e lo sport, vedendole come attività del demonio, corruttrici dello spirito e della morale. In condizioni normali, quindi, vivo costruendomi un sarcofago di cellulite e risolvo brillantemente la questione pensionamento accorciando mostruosamente la mia aspettativa di vita con glucidi e trigliceridi.

A ridosso del tour, cessata la fase in cui disprezzo il disco, critico la copertina, disapprovo il marketing e riverso il mio livore sullo sciagurato matrimonio di Springsteen e su tutta la sua scellerata stirpe, cedo al sogno irrealizzabile di avere un culo solo e di portarmelo dietro con disinvoltura, magari addirittura con agilità, il sogno di un corpo scattante e vigoroso, di gambe leggere e resistenti. Io, che ogni giorno rincasando valuto seriamente l’opzione di accamparmi nell’atrio del condominio per non fare una rampa di scale, sento il bisogno di diventare atletica.

Certo, i risultati, vista la materia prima di partenza, sono quelli che sono, anche a causa del fatto che la costanza e la disciplina non sono proprio le prime due parole che userei per descrivermi su un curriculum (anche se credo di averlo fatto), eppure, per le mie coronarie, hanno fatto più cinque tournée che decenni di terrorismo sanitario. 

All’epoca del Reunion Tour ero giovane e sconsiderata, e credevo che bastasse vedere un solo concerto. L’ho visto, ho attraversato il tunnel dell’astinenza e ho giurato che non mi sarebbe mai più capitato. M’è servito, però, per rendermi conto che non avrei retto a un’altra serata così se non mi fossi adeguatamente preparata. Il tour di The Rising, a ripensarci adesso, era stato in discesa. Avevo dieci anni di meno sui legamenti delle ginocchia ed era bastato un po’ di nuoto e bandire i cuculli[1] dalla mia tavola per non farmi sentire la fatica. L’allenamento alla Sciorba, inoltre, si era rivelato sorprendentemente azzeccato per il concerto di San Siro, quando era piovuta su di noi tutta l’acqua della stagione (fu, per chi non lo ricordasse, l’anno della siccità e, poi, del blackout) facendoci sguazzare nella melma come batraci.

Fra il tour di The Rising e quello di Devils & Dust mi fidanzo seriamente con un fan di Springsteen professionista, che non si lascia ingannare dal fatto che sia un tour acustico in teatri e palazzetti: dieta detox, addio alle cotolette e alimentazione equilibrata per affrontare le trasferte aeree e il cambio di alimentazione.

È, poi, la volta delle Seeger Sessions. Il disco è ritmato, c’è più gente sul palco che sotto, non è roba da prendersi sottogamba. Comincio a considerare seriamente l’attività sportiva.
Ora, “sportiva” è una parola grossa e dà un’immagine distorta di come passavo il tempo, ad ogni modo mi applico meglio che posso, proclamo che non mangerò mai più fritto in vita mia (e tre) e qualcosa succede. Quando, a sei settimane dal matrimonio, piantiamo lì i preparativi per andare a Dublino a sentire Springsteen, sono al top della forma: elegante come una berlina e scattante come un go-kart; all’ultima prova del vestito, la sarta ha una crisi di nervi perché lo deve stringere una terza volta.

L’anagrafe non perdona e quando giro la boa dei ventisette anni sono di nuovo un lamantino con le scarpe, ma quello stesso autunno il tour di Magic mi salva, complice anche una provvidenziale gastrite e la rottura di un molare, grazie alle quali dico definitivamente addio al fritto (e a moltissimi altri cibi). La prospettiva di un doppio tour – invernale nei palazzetti di Olanda e Germania ed estivo in Irlanda, Inghilterra e Italia – non mi fa abbassare la guardia e mi conduce all’estremo rimedio: la corsa.

Tre sono le cose che detesto, e cominciano tutte con “co-”: cocomero, coca-cola, correre. Nonostante questo, corro. Corro perché quello sul palco, che ha trent’anni più di me, canta e salta per tre ore: o io corro, o lui mi uccide. Corro perché anche se l’età media dei fan di Springsteen è bella alta, c’è una malvagia minoranza di ventenni che vuole frapporsi fra me e Bruce. Corro perché non ho pagato novanta euro per non vedere un cazzo (pardon). Corro perché non posso fare questo a mio marito: costringerlo nelle file dietro. Corro perché devo fare muscolo, altrimenti dopo dieci ore di fila ho le gambe buone per fare piloni della sopraelevata. Corro perché devo fare fiato, altrimenti su Born to Run ci lascio le penne; siamo onesti, altrimenti neanche ci arrivo a vederla, Born to Run.

Bruce che salta sul piano

Nell’agosto del 2008 sfioro i sessantadue chili, ossia peso quanto pesavo in seconda media, e per giunta mi vesto meglio.
Poi Bruce tace per un po’, e io torno alla mia paciosa esistenza. Il 2010 è un anno triste per l’arte: ci lasciano Eric Rohmer e Blake Edwards, e Bruce sforna Workin’ on a Dream. Lo amo, decido che lo devo seguire, e, al grido di “Bob de Niro mi fai una pippa” dico per sempre addio a olive ascolane & co. e perdo di nuovo un paio di taglie.

Puntualmente, anche questa primavera mi vede attuare un programma di remise en forme sinergico, che prevede sia un revisione completa della dieta – a partire dalla definitiva rinuncia ai fritti – sia una preparazione atletica graduale, sia il ricorso a prodotti cosmetici, atti a potenziare gli effetti del nuovo regime, con il duplice scopo di raggiungere prima i risultati prefissi e tenermi alto il morale con progressi visibili.

Dunque, ci siamo. La fase in cui sputo nel piatto dove mangerò volge al termine, so per esperienza che quando comincio a cercare in ripostiglio le scarpe da corsa e a ventilare l’idea di alzarci alle cinque per andare a correre (perché non sono poi così fessa: se proprio devo umiliarmi ansimando per la strada vestita come Diabolik, preferisco farlo con il favore della tenebra e pochi spettatori), manca poco a quando asserirò che siamo di fronte a “un bel disco”. Certo, ammetterò che la produzione del passato è migliore, ma porrò l’accento sul fatto che tale percezione dipende dal fatto che siamo abituati a standard elevatissimi e che, prese in assoluto e non in rapporto a quanto già pubblicato dal medesimo artista, le canzoni contenute in Wrecking Ball sono canzoni piacevolissime, molte delle quali indubbiamente molto belle, alcune addirittura strepitose.
Di questo passo, dopo Pasqua canterò a squarciagola Land of hope and dreams asciugandomi i capelli, mormorerò We are alive cucinando e farò tutta la strada fra casa e l’ufficio fischiettando Death to my hometown (guadagnandomi qualche sberla da qualche bella ragazza con poco orecchio).

Sono certa di non essere la sola, però, a prepararsi al tour. Credo, piuttosto, di essere la sola che lo ammette. Il fan di Springsteen, infatti, oltre che estremamente competitivo, è anche molto accorto e di certo non rivela facilmente i segreti grazie ai quali conquista le posizioni migliori durante gli show. 

Oltre ad una preparazione atletica accurata, infatti, sono persuasa del fatto che molti di loro si sottopongano anche ad allenamenti specifici di orientamento, per individuare a colpo d’occhio la traiettoria più breve o veloce per raggiungere l’obiettivo; occorre, infatti, pensare in fretta e valutare se sia più rapido percorrere un tragitto lineare, ma molto praticato e magari con dislivello, piuttosto che uno più lungo, ma pianeggiante e deserto.

Inoltre, è indispensabile una certa dimestichezza con le lingue. Se è vero che per viaggiare all’estero la maggior parte delle volte è sufficiente un inglese approssimativo e che ovunque si vada si trova sempre un triestino – ragion per cui i triestini non incontrano mai difficoltà ad interagire all’estero e ritengono che il proprio idioma sia il nuovo esperanto, oltre che di essere più numerosi dei cinesi – che sa farsi capire, conoscere frasi essenziali in altre lingue è importante per origliare le conversazioni degli altri, venendo così a conoscenza di informazioni vitali. A Mannheim, ad esempio, mio marito, che sostiene di non capire una parola né di tedesco né di francese, comprese in che remoto angolo del palazzetto venissero distribuiti i braccialetti per il pit solo captando mezze frasi scambiate fra un indigeno della security e un manipolo di Galli, che alle mie orecchie stavano parlando in proto-indoeuropeo.

Optional utile da portare ai concerti, anche se non alla portata di tutti, è un figlio piccolo; non importa di chi. In previsione del concerto dell’11 giugno a Trieste, è oggettivamente tardi per metterne in cantiere uno.
Grazie alla relativa regolarità con cui Springsteen da qualche anno torna in Europa, le coppie più accorte (e fortunate) procreano alla fine di un tour, così da farsi trovare con il pupattolo già comodamente svezzato per quello successivo. Bruce, infatti, pare sentire il richiamo dell’età e dimostra una predilezione tutta da nonno verso i bambini piccoli, tanto da individuare un eletto fra le prime file e farlo cantare nel microfono. Il piccolo, ovviamente, se ne strafrega del signore che gli mette quel coso nero davanti alla faccia, ma i genitori vanno in brodo di giuggiole e scoppiano d’orgoglio. Genitori che, fra l’altro, non si sono dati troppo pensiero di portare il piccino nella calca e non sono minimamente impensieriti dai germi che, proprio con il microfono, il loro idolo potrebbe passargli; anzi, sospetto che sarebbero fieri di avere il pargolo infettato dai sacri germi di Springsteen.

Bruce Springsteen e pochi fortunati fan

In previsione del concerto, dunque, scatta la corsa al pargolo.
Chi non ha voluto, o non ha potuto, fabbricarsene uno di proprietà deve cercare di procacciarsene uno in qualche altro modo.
Il rapimento è un’opzione, seppur fugacemente, contemplata, perciò, anche se non mi risultano casi reali, se io avessi un bambino piccolo e non fossi una fan di Springsteen, starei attenta a non lasciarlo incustodito nel carrello del supermercato e guarderei con sospetto le facce nuove all’uscita dall’asilo.

La tecnica più diffusa consiste nel supplicare allo sfinimento (del supplice, ma soprattutto dei supplicati) i genitori della creatura, affinché acconsentano di portarlo al concerto. Gli approcci psicologici sono i più diversi. Alcuni puntano sulla sincerità:
– “Perché non mi presti tuo figlio di due anni per prendere la benedizione di Springsteen?”
– “Vuoi portarlo al concerto?”
– “Sì”
– “In prima fila?”
– “Certo”
– “Per vedere se gli fa cantare Waitin’?”
– “Esatto”
– “…”
– “Allora me lo presti?”
– “…”
– “Fabio, me lo presti?”
– “Esci da questa casa, lascia questa città, abbandona il mio continente e non farti vedere mai più per il resto dei tuoi giorni, neanche se ne andasse della mia vita.”

Altri ritengono di ottenere risultati migliori spiegando ai genitori come l’esperienza sia sicura e formativa, a tutto vantaggio del piccolo.

-“Guarda che io lo dico per te. Per te? Non per te, per lui.”
– “Per lui?”
– “ Certo! Tieni presente che è un’esperienza importante per lo sviluppo della personalità”
– “Ah sì?”
– “Sì. Perché, non lo sai? Essere testimoni di un evento importante conferisce un atteggiamento immediatamente più maturo verso la società in cui si vive e il proprio periodo storico…”
– “Ha sedici mesi, non se lo ricorderà neanche”
– “A livello conscio. Ma a livello inconscio l’esperienza resta, lo arricchisce per tutta la vita, gli dà una capacità di relazionarsi con la realtà e con gli altri che lo avvantaggerà per sempre. E poi la musica rende più intelligenti”
– “Vale solo per Mozart.”
– “Non è vero. E comunque ci sono un sacco di archi in questo disco. E poi vuoi mettere come gli fa bene stare qualche ora in un ambiente gioioso, come farà bene al suo equilibrio?”
– “Anche questa casa è gioiosa”
– “Ma il concerto di più, considerala come una cura d’urto che renderà tuo figlio per sempre capace di trovare la felicità dentro di sé”
– “Addirittura? Ma non sarà pericoloso? Con tutta quella gente, dico…”
– “Ma, no. Che dici? È tutta gente per bene, cinquantenni, padri di famiglia”
– “Non pogano?”
– “Ma no!”
– “Non spingono?”
– “Ma quando mai? Può capitare di scontrarsi inavvertitamente, ma appena appena. E poi ci sono io, mica lo manderesti da solo.”
– “E se ti permetto di portarlo che succede?”
– “Eh… succede che vengo a prenderlo la sera prima, lo porto con me a fare la coda tutta la notte precedente e tutto il giorno del concerto, senza mangiare e senza bere, così non lo porto neanche in bagno (è anche più igienico), ma col cappellino per il sole perché a giugno sotto il muro dello stadio si cuoce, poi entriamo nel pit, ci facciamo largo fino alla transenna e quando Bruce arriva ci avviciniamo il più possibile (tanto tutti quelli dietro ci spingono verso il palco), così lui lo vede e lo fa cantare, e poi tutti lo abbracciano e gli danno pacche di stima!”
– “Esci da questa casa, lascia questa città, abbandona il mio continente e non farti vedere mai più per il resto dei tuoi giorni, neanche se ne andasse della mia vita.” 

Non essendo così scellerati da mettere al mondo una creatura senza poi sapere che farcene una volta terminato il tour, e non conoscendo nessuno che ci presta la sua, poiché, avendo molte amicizie fra i fan di Springsteen, tutti i figli dei nostri amici sono già prenotati, dobbiamo guadagnarci la posizione con strategie più tradizionali e, ahimé, più faticose.
Dunque, non importa chi si contenderà con me i posti migliori: mi tocca proprio cominciare a correre.

Pravato durante la preparazione atletica

01.04.2012 u.c. (ultima cotoletta).

Note

1. Il cucullo è una tipica frittellina salata genovese, fatta di acqua, farina, sale e – a piacere – cipolla o lattuga; esiste anche una versione con le patate. A Genova oggigiorno usa consumare i cuculli come accompagnamento all’aperitivo, creando così, da una bomba calorica di già consistenti proporzioni, un connubio di portata devastante per il fegato di chiunque. I genovesi sono comunque in grado di farne scorpacciate e cenare poco dopo con frixeu co a coa (alici farcite e fritte), farinata (una sottile focaccia di farina di ceci cotta in forno con sufficiente olio da sembrare fritta) o paniça (tipo budino salato di farina di ceci, che una volta rassodato si può consumare a dadini con olio e pepe, ma che viene preferibilmente tagliato a fette, o bastoncini, e fritto). 

Commenti

2 commenti a “Opinioni di un fan 5. Essere springsteeniani fuori forma a poche settimane dagli eventi”

  1. tu sei uno schianto, mi sorprendi sempre di più. Anche se la pausa pranzo non mi è bastata per leggerlo tutto, ma me lo porto a casa.
    Complimenti un abbraccio e buona Pasqua

    Di cecilia | 6 Aprile 2012, 13:03

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] on a sunny day (il famoso brano per il quale è indispensabile presentarsi sotto il palco con un figlio piccolo, anche altrui), in mancanza di bambini, Bruce ha fatto cantare un fortunato giornalista, che, […]

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