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Musica

Il mito di Vasco come assolutezza della perpetuata identità

Col tempo le mie etichette sono migliorate:

una volta dicevano che ero un ebete drogato,

oggi dicono che sono un mito…

(Vasco Rossi)

 

Alessandro Alfieri, Paolo Talanca - Vasco, il MaleTra i numerosissimi epiteti che sono stati attribuiti al cantante emiliano Vasco Rossi, prodotti dalle masse di fan fin dai suoi esordi, alcuni, come normale che sia, sono più legittimi ed azzeccati di altri. Senza setacciare l’intero ventaglio di definizioni che sono entrate a far parte pienamente del profilo del personaggio ce n’è una in particolare che cattura la nostra attenzione perché rivela molto più di quanto si possa pensare sulla funzione simbolica e culturale che Vasco ha ricoperto nel corso dei decenni. Vasco è infatti un “mito”, e tale definizione ci trova pienamente d’accordo perché contribuisce a confermare la nostra argomentazione. Nel linguaggio quotidiano, e specie in quello delle giovani generazioni, “essere un mito” assume una esclusiva connotazione positiva: fare di qualcuno un mito significa riferirsi ad esso come a qualcuno con virtù e facoltà particolari che ne fanno un essere superiore alla media, un individuo capace di incarnare valori e qualità che lo distinguono nettamente dal resto di ciò che esperiamo nel mondo.

La concezione di mito che sottende questa prospettiva particolarmente inflazionata, fa affidamento alle tesi più ovvie riferite alle narrazioni epiche, nelle quali solitamente i maggiori protagonisti sono divinità o semidei di cui si narrano le gesta. L’ambientazione temporale narrata dal mito è iscritta in un orizzonte di sacralità: il mito racconta come hanno origine le cose del mondo, i fatti della storia, le grandi questioni che appartengono all’uomo “da sempre”. Per questo il mito è fuori dal tempo e dal mondo (perché non si confonde con esso, essendone addirittura la spiegazione letteraria) e allo stesso tempo è quanto di più prossimo a noi (proprio perché è il mito ad aver creato il mondo, istituendone i significati dominanti e la struttura spirituale).

È innegabile che, a partire da questa frettolosa e fortemente ridotta definizione del mito, Vasco trovi pienamente posto: come il mito, esso è un’ “istituzione” in tal senso, perché “ha istituito” e “istituisce continuamente” il presente culturale nel quale ci troviamo perpetuamente immersi. Attraverso i suoi dischi, ma anche e soprattutto in merito all’influenza determinata dalla sua personalità, Vasco come il mito ha ridefinito le categorie di “amore”, “emozione”, “cultura”, “ribellione”, “sballo” ecc. Come il mito, la vita e le vicende personali di Vasco sono pura letteratura, che non significa sostenerne l’irrealtà o la faziosità, quanto il fatto che, siano o no vere, per il mito questo conta poco.

[…]

Vasco è un mito perché è inutile affrontare il dibattito relativo alla sua eventuale buonafede o chiedersi se le vicende della sua vita privata siano solo costruzioni romanzate o la pura verità: il mito si accetta o si respinge riconoscendosi in altri riferimenti; la maggioranza, fin dagli anni Ottanta, ha decretato il successo della mitologia di Vasco, tanto che nessuno come lui viene ritenuto perfettamente aderente e simmetrico all’immagine che dà di se stesso.

Non c’è scollamento perciò tra il Vasco diffuso nella cultura popolare italiana e il Vasco reale; o meglio, non esiste un Vasco reale fuori dalla sua costruzione mitologica, anche perchè in diverse occasioni Vasco ha lasciato diffondere elementi della sua vita privata e della sua condizione personale strappandole dall’universo della riservatezza (o strappate dai giornalisti, ma questo poco importa) e consegnandole ai media o ai fan.

Vasco infatti ha basato il successo, e il suo innegabile potenziale di fascino e appeal, nella rimozione di ogni scarto e margine tra la rockstar e l’uomo, esaurendosi completamente nella sua immagine, che riguarda la semplicità dei suoi costumi, la rozzezza del suo lessico e delle sue idee, così comuni da fare presa subito tra i ragazzi. Come vedremo le cose sono persino più complicate di così; ma per il momento è importante specificare come la funzione dell’identità dominante parta proprio dall’operazione di mitizzazione del personaggio-Vasco: se nella storia millenaria della cultura, i miti sono sempre appartenuti a dimensioni extra-storiche, oppure riferiti a eventi o personalità passate che vengono idealizzate, le mitologie della cultura popolare odierna sono ancora presenti, non sono altrove da noi ma tornano a mostrarsi, pubblicano nuovi dischi, rilasciano dichiarazioni, prendono posizioni politiche, commentano i fatti del mondo.

[…]

Il cortocircuito delle mitologie commerciali della pop culture consistono perciò nel fatto che oggi il mito parla in diretta, e non lo si può non ascoltare e seguire, soprattutto quando, come in Vasco, manca la cesura tra spettacolo e uomo, ovvero la coscienza dell’insuperabile confine tra immagine e vita. Nel mito vivente, immagine e vita fanno tutt’uno, e questo non aiuta a comprendere la differenza essenziale tra l’universo fantastico e posticcio dello spettacolo e le problematiche della realtà che ci troviamo a vivere.

[…]

Vasco in concertoVasco è un fenomeno al di qua dell’arte, è ben più importante e determinante in quanto mito e viene preso sempre sul serio, perché in lui immagine e realtà sono definitivamente confluite in unità. Il cantante emiliano spesso ha tentato di bilanciare tale confusione tra spettacolo e vita, esprimendo sarcasticamente nei testi stessi come tale confusione fosse un’ingenuità da parte di chi lo ascoltasse: nel 1985, dopo una serie di successi dedicati completamente alla logica dello sballo e del godimento, nel brano T’immagini, facendo riferimento a uno dei brani più celebri della sua produzione, ovvero Vado al massimo (in cui sosteneva la volontà di andare in Messico), scrive: “la fregatura che han preso/ quelli che son partiti/ tutti di corsa/ tutti quanti per il Messico…”. Questa sembrerebbe una chiara dichiarazione di consapevolezza, quasi di auto-denuncia dell’elemento fittizio e fantastico dei suoi testi, se non fosse che queste parole vengono sostenute a loro volta all’interno del medesimo regime comunicativo, ovvero la sua musica. Così accade per Vivere una favola (“Guarda quante verità/ quante tutte qua”), per Non mi va e per Muoviti! (“Guardami/ credi che sia/ tutta rosa e fiori questa vita mia/ Guardami/ credi che sia/ una favola, la più bella che ci sia”). Sono comunque canzoni, perciò del medesimo valore di significato di quelle che dovrebbe negare o sfatare; anche perché, in maniera schizofrenica, Vasco da un certo punto in poi inizierà a oscillare tra brani tipici della sua tradizione edonistica e parziali promozioni di impegno.

[…]

Come detto, nel linguaggio abitudinario, essere insignito con l’attributo di mito risponde in maniera unilaterale a una concezione esclusivamente progressista del concetto; il mito è qualcosa di non ulteriormente perfezionabile, è il buono per eccellenza, il “migliore” e il superiore rispetto agli altri. Nella sua perpetua identità con se stesso, il mito non può mutare o trasformarsi, può solo venire direttamente destituito da un altro mito qualora ne sorgano le condizioni e le possibilità storiche, sociali e psicologiche. Comincia ad emergere, da qui, la linea teorica e critica che interpreta in chiave regressiva il mito, tendenza che risale alla filosofia di Walter Benjamin e in generale alla Scuola di Francoforte; era infatti uno degli assunti teorici del filosofo tedesco la comprensione del mito come istanza negativa della cultura, perché fondata sull’identità perseverata e costante, sull’ “eterno ritorno dell’identico” perfettamente coniugato col positivismo modernista, con lo storicismo, ma soprattutto con la società dei consumi affermatasi nel XIX secolo, e che oggi, seppur con svariate metamorfosi, ha raggiunto un’amplificazione tale da identificarsi col tardo-capitalismo della globalizzazione multinazionale, nonché soprattutto con la società dello spettacolo. Il dominio delle merci nella produzione industriale ha escluso l’orizzonte del possibile e della distinzione, costringendo il mondo e le nostre esistenze alla mera necessità, e cos’è il mito se non espressione di una necessità cieca e assoluta, in quanto è ciò che tornando eternamente impone la negazione del tempo come divenire?

Ponendosi sul piano dell’eternità, in una dimensione astratta che “è-da-sempre-così”, il mito nel suo processo di trasfigurazione fa dell’elemento storico (perché il mito è sempre una narrazione scritta da qualcuno in un dato momento) un valore naturale (perché la natura è l’ambito del sempre uguale e dell’incorruttibile).

In quanto “natura di secondo grado”, ovvero cultura trasfigurata nell’assoluto, il mito è ciò in cui siamo già da sempre: prima ancora di arrivare a esaminarlo e a comprenderlo criticamente, se il mito è un autentico mito, anche se inconsciamente (e perciò paradossalmente anche nel caso non abbiamo mai sentito parlare del fatto o del personaggio in questione) siamo in qualche modo già da esso definiti, perché ci appartiene più di qualsiasi altra cosa.

[…]

Se un tempo infatti il mito serviva a dare spiegazione dei grandi interrogativi relativi alle origini del mondo, oggi i miti dell’odierno circuito mediale dello spettacolo hanno valore e forza nell’immaginario simbolico che adottiamo per abitare il mondo, visto che noi “già” siamo nello spazio del mito popolare: esso ha inciso nelle nostre categorie di valutazione imponendo schemi, sensibilità, idee che si riflettono nei nostri comportamenti e nel nostro pensiero, anche quando siamo convinti che tali fenomeni non siano miti ma oggetti trascurabili e di poco conto. Nell’ambito della musica italiana, della cultura popolare, dell’immaginario giovanile e del costume, da almeno 30 anni tra i tanti altri (spesso passeggeri e poco incisivi), chi ha assunto questa funzione è indubbiamente Vasco Rossi.

Il testo è un estratto dal libro di Alessandro Alfieri e Paolo Talanca Vasco, il Male (Milano, 2012), recentemente pubblicato da Mimesis per la Collana “Il Caffè dei filosofi”.

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