// stai leggendo...

Musica

Bruce Springsteen: tornare giovani col Rock’n’roll!

Sono le quattro di mattina e fuori piove. Ho trentanove anni, da tempo mi sento vecchio, ascolto la mia musica, e ricordo quanto era diversa la vita trent’anni fa. Agli inizi degli anni Ottanta ero giovane, suonavo male una chitarra, ascoltavo musica dalla mattina alla sera, tiravo a far tardi con gli amici e pensavo a cosa sarei diventato. Ascoltavo Van Morrison e mi chiedevo cosa avesse sempre da lamentarsi. I Beatles mi interessavano solo se si alternavano ai Queen. Mi piaceva la musica dal vivo, ma i miei non me la permettevano. Finché scappai di casa perché volevo ascoltare Smoke on the Water e la chitarra di Ritchie Blackmore, dal vivo! Un weekend folgorante, organizzato la mattina a scuola, progettato per tre e andato in porto per due. Milano era il nostro West e il treno la diligenza malfamata che puzzava di quella vita ancora tutta da scoprire. I Deep Purple sembravano lontani tanto quanto la sufficienza piena in matematica. Non esistevano cellulari, quindi saremmo stati irraggiungibili finché lo avessimo voluto. Irraggiungibili, era esattamente quello che volevamo essere!

Stadio Nereo Rocco per Bruce Springsteen

Lunedì 11 giugno 2012, Stadio Nereo Rocco di Trieste, città che sta in mezzo a tutto e dentro a niente, dopo anni ho rivisto quel Rock’n’roll scorrermi davanti agli occhi. E ho visto dell’altro: ho visto la storia del Rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen. In una notte in cui avevo bisogno di sentirmi ancora una volta giovane, lui mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta.

Adesso ho tutti gli agi del caso: accrediti stampa, alberghi pagati, e soldi da spendere senza dover contare. Bevo il caffè mentre sfoglio il giornale solo per chiudere i buchi della giornata e la Coca Cola mi provoca bruciore allo stomaco. Non sono più gli anni dove la musica te la dovevi andare a cercare a qualche chilometro di distanza. Oggi, un pezzo di plastica da trenta grammi contiene più o meno tutta la storia del Rhythm & Blues! Manca la copertina, manca il vinile incellophanato in una custodia che diceva cosa stavi per ascoltarti e quel rito della puntina appoggiata a filo o la pulizia col panno di daino. Quel vinile lo dovevi trattare bene, così imparavi a prenderti cura delle tue cose. Allora, la canzone aveva un inizio e l’attesa della fine, non erano previste interruzioni; rischiavi di rompere tutto, irreparabilmente. Oggi, passiamo da una canzone all’altra come Cicciolina nel momento migliore della sua carriera. È un disastro questo MP3 che ti dà tutto e non ti fa scegliere niente. Per questi motivi, se hai vissuto quei momenti, ogni tanto hai bisogno di riviverlo quel passato, e allo stesso modo, come quando chi te la dava lo faceva veramente per la prima volta, e il suo seno era illibato come le pagine del mio sussidiario di italiano. 

Quel giorno, era il 1982, la sera prima l’Italia Campione Mondiale, girovagavo per il lago di Garda con mia madre e l’amica, che per mio padre era anche l’amante, quando una radio ha mandato Spirit in the night per l’etere, e me in orbita. Crazy Janey e il suo uomo della missione m’ han preso per mano e per tutta quell’estate non ho fatto altro che cercare, comprare e ascoltare tutto l’esistente su Bruce Springsteen.

Ora sono passati quarant’anni da quel primo album, Greetings from Asbury Park, N.J. Non un grande successo commerciale il penultimo pezzo, Spirit in the Night, che ancora oggi attraversa la Route 88 e porta i quattro amici al Grasy-Lake, dove quella ragazza baciava così bene come solo un angelo solitario può. Con quella canzone che bruciava il walkman ci ho baciato anche io un sacco di ragazze, sognando quei luoghi lontani e offuscati dallo smog dei motori Big block, descritti in Tunnel of Love o Nebraska e via dicendo.

Greetings from Asbury Park, N.J. di Bruce Springsteen

Per tutti questi anni, mentre invecchiavo, Springsteen è rimasto un rocker urbano, ispirato dal folk americano creato nei garage, cantato nei saloon e nelle verande sui monti Appalachi. È nato ed è rimasto per tutta la vita un freeholder, che in America, quella polverosa del New Jersey, indica il piccolo proprietario terriero in perenne lotta contro il latifondista. Agli inizi, la sua musica registra quella tensione, amplificandone i contrasti, poi viene investita dal punk anni settanta e non muore, anzi, s’arricchisce con Born in the USA. Springsteen cresce accanto alla ferrovia, nella sua Jungleland, e ascolta il treno che piano piano s’avvicina, per poi sparire nelle tenebre della notte. Ogni mattina i suoi occhi si aprono sul blu sbiadito; colore della tuta da lavoro del padre, operaio malpagato sposato a una italoamericana perdutamente innamorata di Elvis Presley. L’unico che aveva messo d’accordo tutti, come mai più nessuno sarebbe stato in grado.

A metà degli anni Sessanta, Bruce salta la staccionata che definisce il faticoso passaggio dell’adolescenza, disegnando Gesù crocifisso su una chitarra e fagocitando la musica targata Motown: nera, nerissima e piena di blues. I suoi testi hanno a che fare con la classe sociale della gente e la sua fama non si costruisce nei negozi di dischi, ma sui palchi, perché di lì a poco le sue canzoni avrebbero iniziato ad andare forte al Bottom Line dove egli dialoga continuamente col pubblico, tra intro rocambolesche e interminabili percorsi epici, oggi disponibili in bootleg che rendono l’idea di quell’atmosfera da never-ending night.

Il processo di emancipazione familiare del giovane rocker che non vuole diventare rock-star si conclude alla fine degli anni Sessanta, quando si trasferisce sulla spiaggia di Asbury Park, in un appartamento affittato a pochi dollari sopra una fabbrica di tavole da surf. Durante gli inverni freddi e ventosi Asbury Park si svuota dalla presenza di turisti e ritorna ad essere una cittadina attraversata dall’odio razziale, in mano a una potente lobby che intende trasformarla in una sempre più ricca attrazione per giovani benestanti della upper class. Sulla boardwalk crescono giostre, negozi e un Tunnel dell’Amore per coppiette eccitate dall’odore del sesso. È un mondo per soli bianchi dal quale i neri come David Sancious sono esclusi. Da questi ambienti, con la sua Chevy 396 del ’69, Bruce gira tutto il nord-est osservando quelli che, finito il lavoro, si rinchiudono in casa, morendo poco a poco. Lui si fa una doccia, si riveste e ritorna a correre per la strada, prendendo al volo tutte le opportunità. 

Mentre i locali della zona suonano solo la Top 40 del momento, Springsteen inizia a frequentare un posto e un paio di nuovi amici. L’Upstage del Green Mermaid, dove incontra Steve Van Zandt e Danny Federici. Quella è la gente giusta e quello è il treno giusto, che molti altri songer meglio dotati vocalmente e musicalmente non avrebbero mai preso, perché lui è nato per correre, altri come Jon Landau, per guardare. Su quella spiaggia di fronte all’Atlantico si rifugiano i giovani mentre sulla E-Street sono botte da orbi, perché nell’America inizio anni settanta gira tanta droga e le ragazze si lasciano slacciare facilmente i jeans. Uno di quei 4 luglio, è il 1970, una rivolta di massa brucia la città di Asbury Park. Springsteen osserva la follia dell’uomo e la descrive, la sbatte in faccia ai benpensanti o a quei ricchi che ora si ritrovano senza casa. Quella notte Springsteen sente che non è più solo, è diplomato in cose per teenager, ha un batterista vagabondo, un paio d’Indiani e mille idee che gli ronzano per la testa. Ognuna di queste idee diventerà un album, un successo, un pezzo della storia del Rock e Jon Landau, quello che non sapeva suonare, il suo amico-produttore per tutta la vita. 

Bruce Springsteen a Trieste

Sono le cinque di mattina, il concerto di Trieste è sempre li, dentro le orecchie, come se la musica avesse preso il posto della mia elica genetica. Fuori non piove più. Quando quelle tre ore e mezza di concerto sono finite, ho pensato solo a una cosa. Come una persona potesse essere così mostruosa; come il Rock’n’roll potesse essere in grado di comunicare talmente tante emozioni a un livello tale di intensità. Ho sentito la pelle bruciare, il profumo del collo della mia prima ragazza, il rumore del motore che ci portava lontano e il suo corpo che m’apparteneva per la prima volta.

Ogni gesto, ogni movimento, ogni sillaba aggiunge ai concerti di Springsteen qualcosa che porta alla liberazione dello spirito, e a spasso tra le emozioni che ti sei costruito nella vita. Molti ci avevano provato prima, solo Bruce è stato capace di rendere i suoi spettacoli Live un viaggio; e un viaggio nel passato.

Qualche anno fa avevo un amico, di quelli che non trovi facilmente in giro. Erano secoli che si era pensato di andare a un concerto di Springsteen e che prima o poi lo si sarebbe fatto. Nella mancanza di cura delle cose più semplici avevamo fatto gli errori più grandi, ma erano errori che avevamo fatto assieme, e un amico è la migliore cura a qualsiasi tristezza. Come fili di una ragnatela che dopo una tempesta si sono allentati ma sono rimasti uniti, eravamo certi che prima o poi a quel concerto ci saremmo andati assieme. Purtroppo, una sera la velocità se l’è portato via, proprio come in Thunder Road, e a quel concerto del 2003 lui non c’era. Ogni volta che ascolto Springsteen, un poco penso a lui, alla nostra Lucky town, e a quella diligenza per Milano verso una vita che non sarebbe mai arrivata fino in fondo.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

pas-04 pas-09 viv-37 pck_15_cervi_big th-16 19 06_pm kubrick-16 kubrick-24 kubrick-33 ruz-06 petkovsek_18 bis_III_01 a n busdon-16 tso4big cas-17 brasch1 cip-13 lor-2-big Otrok07 Otrok23 Otrok50 murphy-17 vivi-05 wendygall-04 wendygall-09 24 26