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Scrittura

Giovanni Giudici: poesia come necessità

Conversazione con Rodolfo Zucco, curatore del Meridiano dedicato al poeta ligure

Bambini in trecento son morti
Bambini che prima di ieri
Erano giovani e forti
 

A loro nei vostri pensieri
Tenetevi stretti per un minuto
Quando giocate ai pompieri
 

Il vostro gentile saluto


Dedicato ai pompieri di New York
, Giovanni Giudici, «Corriere della Sera», 16 settembre 2001.

Giovanni GiudiciEra la sera del 23 maggio di un anno fa quando, all’età di 87 anni, ci lasciava il poeta Giovanni Giudici, una delle voci più originali del Novecento. Era rimasto uno degli ultimi grandi intellettuali del secolo scorso, e faceva parte di quella tradizione poetica legata a un rapporto più diretto con le cose e a una lingua più tradizionale. A differenza dello stile di un altro grande poeta, Andrea Zanzotto, anch’egli scomparso da poco, Giudici non si preoccupava di analizzare il difficile rapporto tra poesia e mondo, ma cercava una poesia che fosse capace di raccontare la vita, in particolare la sua, in qualità di impiegato alla Olivetti di Ivrea, negli anni Cinquanta, attraverso un linguaggio che fosse pienamente radicato nei rapporti umani.

Per tutta la vita Giudici fece poesia. Ne sentiva un vero e proprio bisogno. Scrivere era divenuto parte integrante della sua vita. “Se non ci fosse stata la malattia, di certo avrebbe avuto la penna in mano fino al suo ultimo giorno”, dice lo studioso Rodolfo Zucco, curatore dell’importante volume La vita in versi della collana “I Meridiani” e di altri testi, nonché noto conoscitore del’opera del poeta. Il ricercatore ha seguito, a stretto contatto, Giudici negli ultimi anni della sua vita da scrittore in versi, soprattutto nel momento dell’allestimento del Meridiano.

“Quando lavoravo a I versi della vita, tra 1999 e 2000, ci sentivamo quasi ogni giorno per discutere del libro che si andava facendo” – ricorda Zucco. “Gli piaceva ricordare a memoria i versi: i versi altrui che amava, e naturalmente anche i propri”. Dopo la pubblicazione del volume, nel 2000, non smise di lavorare. “Scrisse versi almeno fino al 2003. Quando scriveva una nuova poesia me le inviava subito: non tanto per avere da me un parere, piuttosto come gesto di condivisione, di interlocuzione. Dopo il 2004, purtroppo, la malattia cominciò a rendergli sempre più difficile sia la vita pratica sia l’attività intellettuale” dice Zucco.

Le poesie, inedite, sperse, dagli anni Ottanta agli anni Zero, sono state raccolte nel volume Da una soglia infinita, uscito nel 2004 in occasione degli ottant’anni del poeta, in cui possiamo leggere tutta la costante attenzione che Giudici aveva per il mondo e per la sua storia. Impossibile dimenticarsi dei versi dedicati ai pompieri caduti nell’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, pubblicate in prima pagina sul Corriere della Sera.

La sua attenzione per la storia non nasceva per caso. Capire le vicende in cui l’uomo si trova, per capire l’uomo stesso. Per comprendere qual è la società in cui esso viva. E come non ricordare la poesia Distici bosniaci, inserita nella raccolta Quanto spera di campare Giovanni, uscita nel 1993, in cui contestava la manipolazione della tragicità della guerra, dei suoi morti e della sua violenza raccontata, con freddezza, dalla televisione:

Come l’abisso che è scavato
Tra il racconto e il raccontato
Anche da me per vergogna mia
Faccio dell’altrui strazio una poesia

Giovanni Giudici non era, però, solo poeta; era anche giornalista, saggista e traduttore. Soprattutto la scrittura per i quotidiani e settimanali – L’Unità, Corriere della Sera, Il Tirreno e L’espresso – lo impegnava molto. Un uomo sempre attento alla scrittura, sempre pronto a descrivere il presente e i suoi fatti con il suo aguzzo occhio critico. “Fino al 2002 ha collaborato a vari quotidiani: per anni ha tenuto una rubrica sull’«Unità 2», Trentarighe, poi una sul «Tirreno», Fil di fumo. E sul «Corriere della Sera» era un noto elzevirista” afferma Zucco.

Giovanni Giudici

“Di Giudici possiamo dire che è stato un poeta con fasi molto diverse” ricorda ancora lo studioso. La prima, rappresentata da La vita in versi, è costituita da una scrittura che si staglia sullo sfondo della realtà metropolitana, nel racconto della realtà piccolo-borghese, del Giudici impiegato all’Olivetti. Andrea Zanzotto parlava di lui come un poeta che ha rappresentato “con volontà e insofferenza, consciamente o per coazione, il vissuto dell’uomo impiegatizio nella sua versione più tetra”.

Poi, il secondo Giudici, che reinventa, a sessant’anni, tutta la sua poesia con Salutz, di cui Giudici parlava così:

Era un travestimento, una presa di distanza dalla materia esistenziale. Volevo esorcizzare l’immediatezza e la crudezza della quotidianità. Per me è anche divertimento, il tentativo di far ragionare la poesia il meno possibile, com’è giusto.

Sono rari i casi di poeti, o scrittori, che, giunti nell’età più avanzata decidono di cambiare tono e stile dei propri scritti. Anche Zucco è di quest’idea. “È insolito che un poeta, giunto ormai ad un’età prossima alla vecchiaia, si reinventi completamente. Ci si aspetta che prosegua, e magari sviluppi, lo stile e i temi della scrittura precedente. Giudici invece in questo è sorprendente: ha scritto questo libro che ancora adesso mi sembra, rispetto ai due precedenti, imprevedibile, e forse il suo più bello”.

Fortezza, invece, raccolta del 1990, registra la situazione di prigionia e costrizione alla quale l’uomo è oggi ridotto, essendo divenuto schiavo del proliferare delle cose e dei linguaggi. “La sezione omonima è costruita come una pièce teatrale, il cui protagonista è un recluso. La fortezza è il luogo di reclusione, ma è anche la virtù del prigioniero che resiste alle indagini dei suoi carcerieri”, afferma Zucco. C’è molta ricerca introspettiva qui, che porta alla conoscenza della sue sorti di uomo, tema a Giudici molto caro, tanto da ritornare soprattutto nelle sue ultime composizioni poetiche.

Non gradiva, però, che lo chiamassero “intellettuale olivettiano”, ma semplicemente impiegato. Certo, era interessato al tema del rapporto tra industria e letteratura, in auge negli anni Settanta, ma preferiva toccarlo con delicatezza. “Il suo era un interesse episodico, occasionale, direi. Le sue riflessioni su questo tema si possono trovare soprattutto nelle pagine de La letteratura verso Hiroshima in cui parla l’intellettuale militante, ma non troppo spesso nelle sue poesie. È vero che ci sono anche poesie come la sequenza Inverno a Torino…” dichiara il curatore.

Giudici, tuttavia, era diverso anche sotto un altro aspetto. Lui era assai interessato alle poesie delle nuove generazioni. Non diffidava della poesia moderna, ma anzi la sosteneva: ha dato il suo importante assenso alle opere di Emilio Rentocchini – oggi poeta noto e affermato – e anche ad Eugenio De Signoribus, poeta e direttore della rivista letteraria Istmi.
Perché, un poeta del suo livello, era interessato agli emergenti? “Per generosità e curiosità, soprattutto. Se leggeva delle poesie che lo colpivano cercava di farle conoscere, di sostenere il loro autore” ricorda Zucco. “Nel caso di De Signoribus fu proprio così: dopo aver scritto una prefazione a Case perdute, il primo libro, recensendo Principio del giorno sul «Corriere della Sera», nel 2000, affermò che gli allievi di un tempo erano diventati i maestri di oggi”.

Ma Giudici, è diventato un maestro per i nuovi poeti? “È presto per dirlo. Al momento, si possono ritrovare dei temi e degli stilemi giudiciani in alcuni testi di poeti più giovani, ma non vedo un vero e proprio erede”, sostiene Zucco. “Certo, ha contribuito, negli anni, a far conoscere vari emergenti, e spesso si è prodigato per loro, ma sapeva riconoscere il valore anche di chi percorreva strade diverse da quelle che erano state le sue. Penso, per esempio, a Cesare Viviani”.

Come avviene per tutti gli scrittori e poeti, arriva un tempo in cui entreranno, di diritto o per concorso, nel canone letterario. E sarà quello il momento in cui potranno trovarsi ad essere studiati, letti e ammirati da un più vasto pubblico di lettori.
E Giudici, è già nel canone? “Anche qui, è presto per dirlo. Si sentiva però molto dentro la tradizione letteraria del Novecento. Sentiva di appartenere in pieno a una grande storia poetica, fatta da maestri come Montale e soprattutto Saba. Non aveva la sensazione di compiere un percorso marginale”, afferma lo studioso, “e credo avesse la consapevolezza che negli anni era venuto costruendo un’opera importante, ineludibile”.

Giovanni Giudici

La poesia di Giovanni Giudici, comunque, ha attraversato tutta la letteratura italiana del secondo dopoguerra, arrivando fino alle soglie dell’era postmoderna. In ottant’anni di vita, ha detto tutto ciò che voleva dire? “Credo di sì. La linea tracciata dal suo percorso poetico – da La vita in versi a Eresia della sera, passando attraverso la fase cruciale dei libri che vanno da Lume dei tuoi misteri a Fortezza – è una linea che ha una sua compiutezza. Ma è vero anche che non poteva vivere senza scrivere in versi, pensare in versi: e dunque vedeva sempre di fronte a sé la prospettiva di un nuovo libro da fare” ricorda Zucco.

La letteratura, però, è destinata a sopravvivere per i posteri, i quali leggeranno quello che si è detto nel tempo trascorso. Come ogni poeta e scrittore, anche Giudici avrebbe voluto che si ricordassero i suoi versi. Ancora Rodolfo Zucco ci viene in aiuto. “Durante un viaggio nell’ex Unione Sovietica, mi pare nel ’66, era stato colpito da come in quel paese la poesia fosse “popolare”, da come alcuni poemi fossero un patrimonio culturale comune e condiviso. Rimase stupito dal fatto che la gente che incontrava ricordava a memoria Puškin, e soprattutto l’Onegin. Senz’altro, quello che lui avrebbe voluto in sorte per le proprie poesie è che entrassero a far parte della vita delle persone, dei suoi lettori, che diventassero un patrimonio linguistico comune”.

Giovanni Giudici, dopo una vita vissuta a Milano, nei primi anni Duemila era tornato nella propria terra d’origine, in quella Le Grazie che aveva abbandonato troppo presto. La malattia, da tempo, lo allontanava dalla realtà e da quel presente che per lungo tempo aveva descritto. Ma fino all’ultimo, cercò di fare poesia, di scrivere. “Se un verso non lo convinceva poteva riscriverlo e variarlo decine di volte. La scrittura, nel senso della ricerca della “parola giusta” entro un certo verso e una certa poesia, era parte della sua vita, era una necessità davvero insopprimibile.”

Si è spenta così un’altra grande voce del nostro tempo, e noi, intanto, restiamo in attesa per vederne un’altra della sua levatura.

Rodolfo Zucco

È nato a Feltre nel 1966 e si è formato nell’Istituto di filologia neolatina dell’Università degli Studi di Padova, dove si è laureato in Stilistica e metrica italiana con Fernando Bandini nel 1991 e addottorato in Filologia romanza e italiana nel 1996, sotto la guida dello stesso Bandini e di Pier Vincenzo Mengaldo.
Si è occupato in particolare della poesia di Giovanni Giudici e di Giovanni Raboni – di entrambi ha curato per i «Meridiani» (Mondadori 2000 e 2006), e si interessa di questioni metriche e stilistiche del Settecento e del secondo Novecento.
Dal 2000 al 2005 è stato Oberassistent di Letteratura italiana e di Linguistica italiana presso il Romanisches Seminar dell’Università di Basilea. Dall’ottobre dello stesso anno è ricercatore di Linguistica itaiana presso l’Università degli Studi di Udine.
È redattore della rivista Stilistica e metrica italiana

Commenti

Un commento a “Giovanni Giudici: poesia come necessità”

  1. leggerò da venerdì salutz…
    studio da anni la scuola lombarda… da bonvesin della riva ai contemporanei Erba, Giudici, Cucchi e Piero Marelli… e i loro rapporti con i Provenzali…
    E Dante! prof ferdi radaelli

    Di ferdinando | 15 febbraio 2017, 19:40

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