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Cinema

Tanwarin Sukkhapisit

It gets better

La locandina di It gets betterDopo il grande successo di pubblico riscosso in sala, la rampante regista trans gender Tanwarin Sukkhapisit – meglio conosciuta come Tania –, arriva in sala stampa accompagnata dal produttore e amico Thitipan Raksaat. Entrambi sono a Udine con il film, proiettato al Far East Film Festival in anteprima europea, It gets better.

Classe 1973, la regista tailandese è alle prese con il suo terzo lungometraggio, dopo la negativa esperienza del suo primo film, Insects in the Backyard, colpito nel 2010 dalla dura censura di Bangkok. Sukkhapisit nasce come attrice, con il sogno di intraprendere una carriera nel cinema che la porti ad essere bella e famosa. Poi, però, come dice lei stessa scherzando su di sé, la bellezza non l’ha premiata, e si è dedicata al lavoro di regista. L’idea di It gets better, unica pellicola tailandese quest’anno al “Far East”, nasce dall’esigenza di mettere mano ad un tema scottante come la transessualità, in un paese in cui è largamente accettata, ma con una forte diffidenza. Tre vicende si intrecciano: la prima, dove una donna sulla cinquantina parte per un viaggio nel nord del paese, senza una meta precisa; la seconda, in cui protagonista è un ventenne che torna in Thailandia per ricevere l’eredità del padre, anch’egli transessuale; e la terza, in cui un giovane adolescente si fa monaco quando è ancora in preda ai dubbi sulla propria identità sessuale.

Non appena seduti sull’enorme divano della sala stampa, i due iniziano subito a lanciare battute divertenti e a ridere come vecchi amici. Nonostante la regista abbia trentanove anni e il produttore pochi di meno, sembra di essere seduti di fronte a due adolescenti che hanno solo voglia di scherzare e divertirsi con il loro essere diversamente eterosessuali.

Alessandro Ortis (AO): Al termine della proiezione, ieri sera, il pubblico di Udine vi ha dedicato una lunga serie di applausi, segno dell’apprezzamento per il vostro film. Vi aspettavate un’accoglienza simile, eravate preparati?

Tanwarin Sukkhapisit (TS): In tutta sincerità no, non ci aspettavamo un riscontro così positivo. Siamo rimasti sorpresi dal calore del pubblico di Udine, tanto che sono state superate anche le nostre più floride previsioni. Per noi, e lo dico senza esagerazione, è stato un sogno poter partecipare al Far East Film Festival, e sarà un’esperienza che difficilmente dimenticheremo. Noi abbiamo realizzato un film piccolo, con una produzione indipendente, e ci aspettavamo un successo abbastanza contenuto.

AO: Al Far East Film Festival la vostra è l’unica pellicola tailandese in concorso: vi sentite onorati di questo? Sarete l’unica immagine che gli spettatori italiani avranno della Thailandia quest’anno…

TS: Ci sono tanti registi famosi, bravi e geniali nel nostro paese, che avevano tutte le carte in regola per poter partecipare al Far East Film Festival, e sapere che siamo stati scelti noi – sì, ci onora molto.

Tanwarin Sukkhapisit e Thitipan Raksaat - courtesy Michele Picco

 AO: Nel vostro film, It gets better, si intrecciano tre vicende che raccontano punti di vista diversi sul tema della transessualità. La prima parte del film è più leggera, divertente, con scene anche comiche, mentre la seconda punta più sulla drammaticità e riflessione. È un effetto che avete voluto creare di proposito?

TS: Nella vita è difficile provare un solo sentimento, perché l’essere umano vive diverse emozioni nel corso della sua vita. Noi abbiamo voluto raccontare, attraverso tre fasi della crescita, dall’adolescenza all’età adulta, come possa essere vissuta una vita transessuale, perché il pubblico potesse meglio comprendere la vita di queste persone. Il passaggio da una vita più gioiosa ad una più riflessiva e cupa è un fatto normale nella vita di chiunque, e noi abbiamo voluto che questo aspetto fosse ben evidenziato.

AO: La vicenda del ragazzo ventenne ruota tutt’attorno a un locale notturno per transessuali, chiamato The Fountain, gestito dal padre fino alla morte. Si è ispirata ad un luogo che realmente esiste, oppure da dove ha tratto l’idea? 

Una scena del filmTS: Nel nostro Paese esistono moltissimi locali come quello del film, ma posso dire che non ci siamo ispirati ad uno in particolare.Un club con lo stesso nome non esiste nella realtà, ma il The Fountain può essere considerato un insieme di vari locali notturni, dalle discoteche ai bar ai club presenti nelle nostre città.

AO: La vicenda del giovane che sceglie di diventare monaco, più per obbligo che per convinzione, coinvolge molto la sfera religiosa nel tema della transessualità. Non pensa di aver toccato un tasto dolente, inserendo questa parte nel film?

TS: In fase di realizzazione ero molto preoccupata per questo fatto. Temevo che la censura, come già fatto nel mio film precedente, Insects in the Backyard, potesse vietarne la proiezione. Eravamo consapevoli del rischio che correvano, ma abbiamo voluto provarci lo stesso, e tutto è andato per il meglio. Noi non siamo contrari alla religione, anzi: noi siamo credenti della religione buddhista, ma ciò non ci impedisce di porci delle domande, di cercare delle risposte anche urtando un tema, come la transessualità, mal visto da molti. Non bisogna temere di toccare certi argomenti, e noi abbiamo voluto dimostrare che questo è possibile.

AO: In una scena del film, un’attrice intona una canzone tutta basata sulla non-diversità sessuale dei trans gender, invocando la libertà di amare le persone per quello che si è, e non per quello che di vorrebbe essere. Il titolo è Just don’t care: credete che in queste parole possa essere riassunta la morale del vostro film? E che possa aiutare tutte le persone transessuali ed omosessuali a vivere meglio la loro vita, superando le difficoltà di tutti i giorni?

TS: Certamente, è questa la ragione per cui abbiamo voluto inserirla nel film. Se si riascoltano le parole, queste formano un messaggio molto chiaro e diretto per tutti i transessuali, omosessuali e bisessuali che oggi vivono con difficoltà la loro diversità sessuale. La canzone vuole essere loro d’aiuto per andare avanti, senza mai arrendersi.

Una scena del film

AO: Credete che il vostro film possa aiutare una vasta fetta di pubblico, anche e soprattutto occidentale, a capire meglio la vita dei transessuali, ad accettarli come persone con i medesimi diritti degli altri?

TS: La ragione del film sta proprio qui: aiutare coloro che vivono sulla propria pelle la discriminazione sessuale, tanto che il titolo scelto, It gets better, mira proprio a sostenere psicologicamente queste persone. Ad esempio, quando una sera eravamo fuori da un cinema dove proiettavano il film, un ragazzo, visibilmente transessuale, ha accompagnato la madre a vedere la pellicola, perché lei potesse capire meglio la condizione di vita difficile che lui stava vivendo. Sono entrati senza parlare, senza commentare, ed all’uscita era chiaro che la madre avesse compreso meglio la vita di suo figlio.

AO: C’è qualcosa di autobiografico in questo film?

TS: Indubbiamente, perché le emozioni che nascono dalle tre vicende fanno parte delle mie personali esperienza di vita. Quando ero un ragazzo, mi vestivo da donna esattamente come fa il giovane adolescente nel film, di nascosto quando nessuno mi poteva vedere. E vivere su me stessa l’indifferenza della gente, se non il loro disprezzo, è un qualcosa che mi ha turbato molto, e ho voluto che questo emergesse nel film. L’unica cosa che ho aggiunto, senza averla vissuta in prima persona, è il sogno di diventare padre, che vorrei si realizzasse nel prossimo futuro.

AO: In Thailandia il film ha avuto lo stesso successo registrato qui a Udine?

TS: Essendo la nostra una pellicola realizzata con una produzione indipendente, abbiamo avuto un discreto successo. Il nostro obiettivo iniziale era di arrivare almeno a recuperare, con gli incassi, l’investimento fatto. Ciò che è più pesato sulla promozione del film sono stati i pregiudizi dei distributori e dei proprietari delle sale cinematografiche, che non hanno creduto nel film. Tanto che è stato proiettato solo in una trentina di sale in tutta la Thailandia. Se lasciamo da parte i soldi, il nostro più importante riscontro lo abbiamo avuto dal pubblico, e dal feedback che ci ha dato, come la vicenda del ragazzo e di sua madre. Un’altra cosa, però, che ci ha stupiti è stato che per la prima volta, nelle città dove il film non si poteva vedere, la gente ha protestato. Una cosa simile non era mai accaduta prima nel Paese.

Tanwarin Sukkhapisit - courtesy Paolo Jacob

AO: So che il suo soprannome è Golf. Da dove deriva? Com’è nato questo nickname?

TS: In realtà non ha nessun significato. Sono stati i miei genitori a darmelo, per internazionalizzare il mio nome tailandese, molto simile alla parola golf. Io all’estero, comunque, preferisco farmi chiamare Tania.

Vedi l’intervista a Tanwarin Sukkhapisit.

Tanwarin Sukkhapisit

Nata a Korat (Thailandia) il 23 ottobre 1973, è una regista thailandese che, sin dai tempi del liceo, aveva la passione per la recitazione e per il cinema. Debutta, con un primo ruolo da attrice, nel 1998, quando viene scritturata per interpretare un travestito nella serie tv Unreal Men but Real Women

Dal 2001, Sukkhapisit ha realizzato diversi cortometraggi, alcuni dei quali hanno vinto premi in Thailandia e all’estero, ed è attiva anche come insegnante di recitazione e sceneggiatrice.
Il suo primo lungometraggio risale al 2010, Insects in the Backyard, proibito dalla censura thailandese, mentre la sua seconda fatica è Mahasarakam Love, del 2011. It gets better è il suo terzo film.

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