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Musica

Tonight is the night: pack your bags, baby

Bruce Springsteen a Trieste (per me) l'11 giugno 2012

Bruce Springsteen a Trieste (Jo Lopez)I lettori più attenti e interessati all’argomento avranno forse notato come questo mio contributo giunga tardivo rispetto all’evento cui è relativo: per qualche tempo, infatti, sono stata piuttosto impegnata.
Scrivo da una località segreta dove vivo con Bruce Springsteen, il quale, come previsto e annunciato, l’11 giugno 2012 è arrivato a Trieste, con il pretesto di un concerto, dopo avermi cercata per tredici anni, e mi ha rapita.

Ecco come sono andate le cose.
La mattina del concerto, mio marito ed io giungiamo distrutti ai cancelli dello stadio: il matrimonio in Piemonte dal quale siamo reduci e una Luisona di benniana memoria che ha fatto scempio delle nostre viscere fanno di noi due morti viventi, ma non ci fermano, e prima delle sette ci mettiamo in coda in attesa di ricevere il braccialetto numerato.

La dinamica della lotteria, dopo i concerti di Milano e Firenze, s’è chiarita molto e, più tardi, si rivelerà addirittura funzionare senza grossi intoppi. Come già osservato, il sistema non è certo meritocratico, tuttavia l’esigenza, che sta alla base, di scoraggiare gli accampamenti di giorni per la prima fila, trova proprio nella casualità il suo punto di forza. Qualcosa, però, a un certo punto di questo ineccepibile piano, dev’essersi inceppato, perché, quando arriviamo, c’è, a dir poco, un centinaio di persone già sul posto. Tutti bofonchiano che non ha senso arrivare tanto presto se c’è la lotteria, tutti danno velatamente dei fessi a quelli che hanno pernottato in una tenda montata in un’aiuola; nessuno spiega cosa ci stia facendo, allora, già lì.

La sera prima, Bruce e la E-Street Band avevano suonato a Firenze, sotto una pioggia in confronto alla quale il diluvio di Milano nel 2003 poteva dirsi una veloce burrasca estiva, snocciolando una scaletta leggendaria. Il timore diffuso era che, partendo dal capoluogo toscano subito dopo il concerto e facendo rotta per quello giuliano senza contemplare soste, tutto il pubblico del pit di Firenze arrivasse a Trieste ante lucem e ci portasse via i braccialetti in un colpo solo. 

Come previsto, poco dopo le otto e dopo solo due svenimenti, riceviamo il braccialetto che ci dà diritto a partecipare all’estrazione, posticipata alle quattordici e trenta. Significa che potremmo andare a casa a dormire. Non si fa, il pit va comunque guadagnato, bisogna soffrire e sudarselo, il concerto non è bello se non ci si è meritati la posizione. Già, ma un cielo bipolare minaccia alternativamente diluvio e solleone, io ho l’autonomia di un coniglietto di peluche con le pile del discount e la macchina è ancora in divieto. Facciamo i principini e cerchiamo di strapazzarci il meno possibile, ripresentandoci al Rocco solo verso l’ora di pranzo, non prima di aver svagatamente perlustrato il centro città, speranzosi – perché non sufficientemente informati – di fare qualche incontro interessante.

La sorte ci è favorevole e il nostro numero “200” si tramuta in un centocinquantesimo ingresso quando l’estrazione decreta che il primo ad entrare sarà il cinquantasette (numero springsteeniano per antonomasia, oltretutto). L’estrazione avviene quando il pubblico è già ordinato nelle transenne e non ho il coraggio di voltarmi e guardare le facce che vanno dall’uno al cinquantasei. 

L’ingresso avviene come in sogno: passiamo con calma il controllo di sicurezza, che fa il suo dovere; non so voi, ma se sul biglietto c’è scritto che non posso entrare con l’ombrello, mi sta bene se mi fanno abbandonare l’ombrello che ho scioccamente portato; meno bene se fanno abbandonare un ombrello sì e cinque no. Veniamo, poi, messi in fila e condotti camminando fino al pit, al quale si giunge scendendo le gradinate e attraversando un piccolo varco. Una volta lì, c’è tutto il tempo (si fa per dire, siamo pur sempre entrati in cinquanta) di scegliersi la postazione e accomodarsi. Meglio accomodarsi bene, perché al concerto mancano circa quattro ore.

Bruuuuce!

Sono molte le facce note nel pit, perché – credo di aver già avuto modo di dirlo – i fan di Springsteen sono chiari esempi della sindrome dell’aereo-del-duce: dovunque appaiono in migliaia, ma, a ben guardare, sono sempre gli stessi che si spostano. Mai come qui, però, ho visto tante persone al loro primo concerto o che, al massimo, avevano visto Bruce a Udine due anni fa, persone che, attirate dalla possibilità di conquistare un posto privilegiato senza affrontare una coda di giorni, hanno tentato la sorte e hanno avuto fortuna. I concerti di Bruce hanno fama d’esser così travolgenti che anche chi non è particolarmente devoto vuole parteciparvi appieno. Fa piacere, poi, notare come Bruce conquisti anche le nuove generazioni: accanto agli adolescenti con i genitori, si contano diversi ventenni venuti qui “tutti da soli” (e sembra ieri che gli spettatori più maturi dicevano le stesse cose di me). Non so se compiacermi per la capacità che ha Bruce di parlare a diverse generazioni o indispettirmi per tutti questi parvenue. A tratti il mio pensiero è: “L’ho visto prima io, c’ero prima, tu chi sei?, cosa vuoi?, vattene via”.

Intanto, il sindaco di Trieste (noto fan di Springsteen) si aggira irrequieto come un futuro padre in sala d’aspetto: fuma, mastica il chewing-gum e manda messaggini contemporaneamente. Sembra cercare una posizione favorevole nelle ultime file del pit, ma dopo qualche minuto appare come per magia fra le postazioni della tribuna stampa; lo rivedo, qualche momento dopo, sulla gradinata opposta, poi di nuovo nel pit, poi smetto di seguirlo perché sono stanca per lui. Non serve essere veggenti per pronosticare che otto giorni dopo, durante il concerto dell’Evergreen Orchestra, sia lui che io potremmo avere espressioni molto diverse da quelle che abbiamo ora.

Il relativo relax del pit non dura molto e dopo un paio d’ore ci ritroviamo in piedi, perché qualcuno – la cui identità resta sempre misteriosa come quella dell’elettore del PDL: se ne deduce l’esistenza dalle conseguenze, ma ciascuno nega il coinvolgimento – ha deciso di alzarsi (e fin qui andrebbe bene, visto quanto la copertura in plastica dell’erba faccia venire le chiappe a scacchi) e cercare di infiltrarsi (non bene). Gli spettatori a lui più prossimi, per non restar fregati dopo tanta fatica, si alzano e si riassestano, dando il via a una reazione istantanea che fa muovere praticamente tutto il pit.

Clarence Clemons, patrono dei fan seduti contro la transenna al lato sinistro del palco, ferma l’orda prima che mi calpesti ancora a terra. Dopo poco riusciamo perfino a sederci di nuovo, ma la seconda, definitiva, volta sarò infinitamente più lesta ad alzarmi, poiché i miracoli dell’angelo Clarence sono prodigiosi, ma la mia fede non è così granitica da darmi la certezza che si ripetano.

Verifico di avere il cartello e il foglio con la richiesta a portata di mano.
Poiché, infatti, la volta precedente il mio striscione corredato di parole e accordi sul retro non aveva sortito l’effetto desiderato, ho elaborato una duplice strategia: accanto all’ormai consueto striscione – indispensabile, altrimenti Bruce non saprebbe cosa cantare – ho portato un foglio A4 con il solo titolo della canzone, da mettergli sotto il naso quando passa, affinché legga più facilmente e – facilitato dalla maneggevolezza – magari lo prenda.

Il cielo non ha risolto i suoi disturbi della personalità e continua a minacciare nubifragio, ma per il momento ci accontentiamo di apprezzare le leggere folate che ci accarezzano di quando in quando. 
Salgono gli omini delle luci, quasi popolari quanto i musicisti, Lef Carroll fa la foto dal microfono (almeno credo, non ricordo di averlo visto, ma ero tutta intenta a non perdere centimetri di transenna) e le luci si spengono quando ci sono ancora i roadies a disporre i discorsi sul palco. Chi, sbirciando fra le impalcature, lo ha visto arrivare, ha riferito che Bruce non ha gradito questo cattivo tempismo, ma, giunto sotto i riflettori, ha messo su la faccia da Springsteen-in-tour ed è apparso energico ed entusiasta come ogni sera. 

Lo stadio Nereo Rocco di Trieste gremito per Springsteen

La serata meno gloriosa della mia vita comincia qui.
Ci aspettavamo “Ciò muli, come xé?”, ci saremmo accontentati di “Ciao Trieste”, avremmo trovato risvolti positivi in uno sputo in un occhio, ma “Mandi Trieste”[1] ci ha fermato il sangue nelle vene (e l’esultanza in gola). Non tanto – come alcuni hanno voluto polemizzare – perché “mandi” è il saluto friulano e fra Trieste e Udine c’è rivalità (figuriamoci, io sono addirittura di un altro mare e proprio non può fregarmi di meno delle dispute tra friulani, giuliani e bisiacchi), quanto perché – essendo, appunto, “mandi” il saluto specifico ed esclusivo della lingua friulana, che non viene parlata al di qua dell’Isonzo – Bruce ha, semplicemente, sbagliato saluto. Ha sbagliato al pari che se avesse detto “Ciao Trento” e, indipendentemente dalle vacue rivalità che ci possano o meno essere fra i diversi comuni, indipendentemente dalla tua città di provenienza, non è che se il tuo idolo – dopo che tu l’hai aspettato tutto il giorno sotto il sole, febbricitante e dilaniato dal mal di schiena – fa mostra di non sapere neppure dove siamo, fai i salti di gioia.

È ovvio che c’è di peggio, è ovvio che un saluto sbagliato non è minimamente paragonabile ad un’attesa di novanta minuti per un concerto di altrettanti, ma noi non siamo fan di Madonna, noi siamo fan si Springsteen: sappiamo che a San Sebastian ha salutato in castigliano e lingua basca, qui ci aspettiamo (in ordine di diffusione) che saluti urbi et orbi in triestino, sloveno, italiano, croato, friulano e tedesco; noi siamo fan di Springsteen, siamo abituati all’eccellenza, assistiamo a concerti di tre ore per poi lamentarci perché non ha suonato quella data canzone; siamo fan di Springsteen, vediamo decine di concerti in una stagione e recriminiamo fino al tour successivo per averne perso uno.
Noi siamo fan di Springsteen, e non ci va mai bene un cazzo per definizione.

Non pago, Bruce saluta – giustamente – il pubblico proveniente da un paese vicino, saltando, però, a pie’ pari quello confinante: “Dobro veče, Croatia!”, esclama, con buona pace degli spettatori sloveni e sprezzo della Storia e della Geografia.
Alcuni media locali non hanno perso l’occasione per fomentare il campanilismo, mentre il sindaco della città ci ha messo una pietra sopra, dando voce a quello che più verosimilmente è il pensiero dei fan, prendendo spunto dall’episodio per invitare a superare le rivalità.
Certo che, se voleva essere un appello alla fratellanza, bisogna ammettere che era un po’ criptico. 

Non mancano le ipotesi fantasiose per spiegare l’improbabile saluto: dalla memoria del saluto fatto ad Udine, innocentemente riproposto a pochi chilometri di distanza, alla burla di qualcuno che ha avuto occasione di istruire male Bruce per sollevare il polverone.
Vi dico io cosa è accaduto: s’è emozionato e s’è confuso.
Capita a chiunque di concentrarsi molto su una cosa per fare bella figura, prepararsi in modo maniacale e impappinarsi proprio al momento della resa dei conti.
Bruce, sebbene sia un navigato uomo di spettacolo, non è immune all’emozione e sapermi fra il pubblico, nella sera in cui finalmente mi avrebbe rapita, gli ha giocato un brutto tiro: intendeva certamente salutare in tutte le lingue della regione, ma l’idea di avermi finalmente così vicina lo ha costretto a ripiegare frettolosamente sulle sole due frasi che in quel momento, vai a sapere perché, si ricordava. Non può essere andata altrimenti.

Il concerto – bello, magnifico, strepitoso, eccezionale, sconvolgente, fantastico, spettacolare, straordinario, esagerato, pazzesco, da panico, galattico per coloro per i quali è stato il primo – si svolge senza momenti particolarmente rilevanti.

Poche sere prima, seguendo dal divano la scaletta del concerto di Milano “twittata” in tempo reale, avevo maledetto me e la mia stirpe fino all’ottava generazione per non esserci andata quando ho appreso che stava suonando The Promise, brano la cui importanza ho già descritto, che mai avrei pensato potesse eseguire dal vivo in Europa (sbagliando di grosso, poiché lo suonerà anche qualche giorno dopo a Madrid); solo la sera precedente, Bruce aveva proiettato Firenze nel firmamento delle città con le migliori scalette di sempre, suonando Be true, Trapped, Prove it all night, Burning Love (tour premiere, eseguita solo quattro volte nella Storia) e Backstreets.

A Trieste Bruce non si risparmia di certo, ma mancano quei guizzi che fanno morire di invidia gli assenti. Parte della gioia di assistere ad un concerto è data anche dal poter dire, a posteriori, “io c’ero” (a volte competitivo e infantile, il fan di Springsteen ha verso le canzoni di Bruce l’atteggiamento dei bambini verso le figurine) e far schiattare tutti gli altri: gli spettatori di Trieste si dovranno accontentare della gioia del momento.
A malapena i cartelli ci vengono in soccorso: l’ottavo brano eseguito, che tipicamente è E-Street Shuffle o, come in questo caso, la richiesta scelta durante Spirit in the night, è Downbound train (astutamente scritto su una chitarra di cartone a strisce). Per quanto non propriamente una rarità, Downbound train era stata suonata in Italia solo a Roma nel 1993 e, comunque, è un brano bellissimo che è sempre una buona cosa ascoltare. Per vedere soddisfatta un’altra richiesta, però, dovremo aspettare i bis, quando Bruce concederà Rosalita. Rilevante anche l’esecuzione di Thunder Road, canzone poco suonata in questo tour, lungi, tuttavia, dall’essere una rarità.

Bruce Springsteen LiveSempre per non far intendere le sue vere intenzioni, Bruce fa di tutto per scansare la mia richiesta. Non potendo resistermi, viene più volte di fronte a me, ma una volta lì è sistematicamente sopraffatto dalla timidezza e si inventa, di volta in volta, una scusa per giustificare la sua presenza: dà la mano al pubblico, fa cantare un bambino, balla con la sorella di questi, la quale – quindicenne con le tette al collo – aveva ottenuto dal pubblico attorno la promessa di farsi scaraventare sul palco al momento di ballare, sostenendo che fosse “il sogno di una vita”… a me era parso sgarbato farglielo notare, anche in previsione di scappare con Bruce di lì a poco, ma, avendo io il doppio dei suoi anni, c’ero prima.

Bruce viene davanti a me anche su Born to run e io, stufa di dovermi nascondere e conscia che non mi capiterà più tanto facilmente l’occasione, tento il tutto per tutto e gli ficco la richiesta in tasca[2] (sebbene il palchetto su cui si muove mi arrivi allo sterno, riesco quasi agevolmente a raggiungergli la cintola stendendo bene le braccia, ma non per questo si deve pensare che Bruce sia un nanetto). 
Egli deve aver frainteso e, anziché leggere il foglio e suonare, finalmente, Zero and blind Terry, lo scambia per un messaggio segreto e, dopo qualche istante in cui lo lascia svolazzare dalla tasca, lo ficca bene giù per evitare di smarrirlo.

Il concerto termina, secondo programma, con Tenth avenue freeze out e il commovente minuto di sospensione in cui sui maxi-schermi passano immagini di Clarence – anzi, di Clarence e Bruce – mentre il pubblico inneggia al sassofonista scomparso da un anno. Bruce è impressionato e sembra che gli ci voglia un istante più del solito per ingoiare il magone e ripartire.

Quando si accendono le luci, si è conclusa la più corta scaletta italiana di questo tour e io, attonita, sono ancora nel pit. Mi guardo attorno e non ci sono cavalli bianchi, né più springsteeniane Chevrolet sulle quali il mio eroe sta venendo a prendermi. Dapprima incredula, riporto a casa le mie stanche membra e comprendo, straziata, di avergli spezzato il cuore. Bruce deve aver letto il foglio che gli ho messo in tasca e deve essere morto di delusione vedendo che si trattava di una semplice richiesta, scritta a matita sul retro di una fotocopia di tedesco. Cosa ho fatto – maledizione – cosa ho fatto!

L’indomani sono decisa a chiarire il malinteso e rassicurare Bruce del mio amore, così, verso l’ora di pranzo, vado ad attenderlo davanti all’hotel. Lo staff sostiene che Bruce non sia lì, ma io mica ci casco. Dopo alcune ore, gli altri fan se ne vanno e, finalmente, Bruce può portarmi via con sé. Devo dire che ha organizzato la cosa in modo molto originale e romantico.
Trascorsi alcuni istanti, infatti, si avvicina un furgoncino bianco a scritte vivaci dal quale scendono due suoi prestanti collaboratori con una specie di uniforme color smeraldo e buffi zoccoli da spiaggia. Mi conducono sul furgoncino e partiamo a tutta velocità. Bruce ha pensato a tutto e, sapendo che non avrei avuto bagaglio con me, ha anche disposto che ci fosse un piccolo guardaroba nuovo. Indosso subito il capo che ha scelto per me, una vezzosa giacca di tela bianca con un’originale abbottonatura sulla schiena, che i collaboratori vestiti di verde mi aiutano ad indossare. Mi impaccia un po’, ma pazienza.

Giunta nella località segreta, ho un intero staff che si prende cura di me: c’è un cuoco (infatti è vestito di bianco) che mi porta i pasti tre volte al giorno e altri signori in verde si prendono cura della mia salute e si sincerano che prenda regolarmente delle pastiglie (saranno vitamine, o roba per il jet-lag).
Io aspetto Bruce – di cui non sospettavo tanta eccentricità – in questa luminosa stanza bianca, con pavimento e pareti sofficemente imbottiti. Arriverà da un momento all’altro, ne sono certa.

Note

[1] Ecco il video dell’inizio del concerto. Sarà suggestione, ma a me pare di sentire distintamente mezzo stadio che esulta e mezzo stadio che ci rimane un po’ male.
http://www.youtube.com/watch?v=4tw9vHt0cgw

[2] In questo filmato, invece, al minuto 3,30 si nota, facendo attenzione, la “consegna” della richiesta.

La foto di Bruce con la chitarra a Trieste è di Jo Lopez e l’ho presa dal sito ufficiale.
L’immagine del faccione di Bruce che grida, invece, l’ho presa da qui
La panoramica dello stadi Nereo Rocco di Trieste durante il concerto è opera di Montenero Foto e l’ho trovata sul blog di Lucia Cosmetico (Cosmeticomiche).
Bruce che suona tutto compreso, infine, era pubblicata sul sito del Giornale di Brescia

Il titolo dell’articolo è un verso di una canzone di Springsteen poco nota al grande pubblico ed eseguita solo raramente dal vivo, ma a me molto gradita e apprezzata dai fan. Non credo che vi siano rimasti molti dubbi in merito.

Commenti

3 commenti a “Tonight is the night: pack your bags, baby”

  1. Ti attendevo al varco.
    Capisco che il soggiorno all’asylum ti abbia tenuta impegnata, ma costruire, ad arte, tanta distanza nel tempo per sviare i confronti ecco..è stata una mossa vile.
    Tant’è, ancora zuppo di pioggia (che in un perfetto gioco di vasi comunicanti è passata dai capelli alle orecchie alla barba alla t-shirt ai boxer alle scarpe..a tutto me), Backstreet, Be True, Trapped e Burning Love colgo l’occasione per ricordare quanto Firenze sia stata gargantuesca. Milanesi e triestini pallidi, nonostante le settimane trascorse, ancora digrignano i denti d’invidia. Ai fiorentini (cittadini per elezione concertistica) neppure il fortunale ha sbiadito il colore della leggenda. “Hard to die!”.
    Ovviamente il trittico italiano sarebbe valso qualsiasi puerile provocazione da fan ‘semprequindicennne’. E per questo, comunque, rendo omaggio alle tue puntuali e forzosamente improvvide recensioni.

    P.S. Il pizzino-nel-taschino era “bianco” (lo sappiamo entrambe), ma come scusa per TASTARE ritengo sia stata credibile.
    Ora sarai nota alle cronache come “La Pianista..”

    Buon luglio alle porte,
    Cristiano

    Di Cristiano | 30 Giugno 2012, 09:03

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  1. […] l’articolo completo (che sareste dei pazzi a non leggere) a questo link, ma intanto ve ne propongo l’incipit, per invogliarvi: I lettori più attenti e interessati […]

  2. […] sul posto due giorni prima del concerto vi rinuncino sono inferiori a quelle che ho io di farmi realmente rapire da Springsteen, eppure ugualmente auguro loro con tutto il cuore una gragnuola di ricche eredità a sorpresa, da […]

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