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Musica

Have boss, will travel (V)

Wrecking Ball Tour 2012 - Praga e Vienna, 11 e 12 luglio

Locandina Thunder Road–Quando, ospiti del programma di Fulvio Toffoli a Radio Rai, Daniele Benvenuti ed io discettavamo – l’uno con maggior cognizione di causa dell’altra – del rapporto fra Bruce Springsteen e il cinema, forse sopraffatti dagli innumerevoli spunti che l’argomento offre, ci siamo fatti sfuggire uno dei più lampanti: Springsteen come un film perché dotato di (lieto) fine. È noto, infatti, che anche i film il cui finale non può propriamente dirsi felice soddisfano lo spettatore perché al loro termine la storia giunge a compimento, sia esso un momento edificante (si pensi ai noir in cui il protagonista, malvagio, usciva sconfitto) o con funzione catartica. Nel caso di Springsteen, della sua storia e di quelle di chi gli gravita intorno, il finale è sempre lieto o, quantomeno, consolatorio o aperto alla speranza.

È lieto il finale della storia del ragazzino che vede Elvis in TV e decide che da grande diventerà come lui, fino a superare il suo stesso ispiratore (se non altro perché a Bruce Springsteen è riuscito di invecchiare). È lieto il finale della storia del carismatico giovane rocker del New Jersey che ha molto successo dal vivo, ma i cui primi due dischi non ottengono il successo di vendite sperato, cui viene concessa una sola ultima chance di sfondare sul mercato, e che incide Born to run. È lieto il finale della storia d’amore dell’ossuta corista pel di carota, che dopo aver tanto faticato per entrare nella band deve dapprima sopportare che Bruce sposi un’altra, ma riesce poi a sedurlo, farsi impalmare, dargli tre figli ed essere, dopo più di vent’anni, la signora Springsteen in carica. È lieto, anche se non mancano i momenti patetici, il finale della storia della band: il gruppo delle origini, poi l’amico che lascia e l’arrivo di un nuovo chitarrista e della fulva, poi un infelice esperimento con altri musicisti e, alla fine degli anni Novanta, la reunion con tutti i membri della band; quindi l’aggiunta in pianta stabile di un’altra collaboratrice di vecchia data e, nei tempi più recenti, la scomparsa di due elementi, il vuoto lasciato dai quali non viene colmato con un banale rimpiazzo, ma è riempito nel segno del rispetto e della continuità (un musicista delle Seeger Session all’organo di Danny Federici e una vera e propria sezione di fiati al posto di Clarence Clemons, fra i cui membri spicca il giovane nipote, salutato dal pubblico come la reincarnazione di Big Man), come in una pellicola dal finale malinconico e commovente, ma aperto, in cui le cose si incrinano proprio quando sembravano essere tornate al loro posto, eppure, un attimo prima dei titoli di coda, sembrano ancora capaci di volgere nella giusta direzione.

Ogni fan, poi, ha la sua storia springsteeniana con un lieto fine, il suo grande o piccolo momento di gloria che lo ripaga di un’estenuante vita da invasato. C’è chi ha suonato con Bruce, chi è riuscito a parlargli, chi gli ha estorto una foto insieme, chi, molto più semplicemente, si è visto esaudire una richiesta – anche se non “quella” richiesta – dopo speranze più volte deluse. 
Il lieto fine della nostra storia si è compiuto nei concerti di Praga e Vienna dell’11 e 12 luglio 2012.

Dopo la data triestina della tournèe di Wrecking Ball, il nostro tour personale ha subito una battuta d’arresto di un intero mese, durante il quale io ho “rosicato” praticamente tutte le sere leggendo le scalette su twitter, mentre Bruce, non pago di averci umiliati in casa con un concerto infinitamente sotto le aspettative, considerato che era pur sempre un’ultima data in Italia, ci schiaffeggia con l’interminabile concerto di Madrid e ci finisce con i due concerti parigini: quello del 4 luglio, nel quale, in dubbio fra le due “canzoni del giorno”, 4th of July, Asbury Park (Sandy) e Independence Day, le esegue entrambe, e quello del 5, in cui, contro ogni statistica, Bruce e la E-Street consegnano la serata alla leggenda tenendo, forse, il miglior concerto degli ultimi trent’anni, con una scaletta che annovera (oltre ai classici “consueti”) Downbound train, Candy’s room, Something in the night, Incident on 57th street, I’m goin’ down, For you, Racing in the street e Out in the street. Partiamo fiduciosi, ma sappiamo che non sarà possibile bissare questo evento.

Lasciamo Trieste di buon mattino il 10 luglio e, dopo un pit-stop a Regensburg in cui facciamo incetta di senape bavarese, giungiamo nel tardo pomeriggio nei paraggi di Praga, dove abbiamo prenotato l’albergo. Volutamente, non ci rechiamo subito di fronte allo stadio, consci che vi troveremmo gente in coda e non saremmo più capaci di andarcene. Consumiamo una cena surreale nel paesino di Beroun e andiamo a letto con le galline, per essere pronti e in forma l’indomani.
La mattina il tempo è incerto, ma noi non abbiamo dubbi sull’abbigliamento da adottare, poiché essendoci ingenuamente fidati di previsioni e calendario non abbiamo portato niente di più pesante delle t-shirt.

Synot Tip Arena Praga

Sulla SynotTip Arena scende una leggera e fredda pioggia, ho i peli talmente ritti che pare che vada in giro con dei porcospini sulle braccia e una volta preso il numero ci rifugiamo per qualche tempo nel centro commerciale antistante.
All’appello successivo apprendiamo che saremo subito fatti mettere in fila, così mi precipito in auto a prendere richiesta, snack, mazzo di carte e – buongiorno e ben svegliata – le giacchette impermeabili che da anni teniamo in bagagliaio “perché non si sa mai”.
Poco dopo che ci siamo adeguatamente coperti, si fa largo fra le nubi un timido sole, che ben presto diventa l’astro cocente minacciato dai giornali, cui, però, le nubi non cedono volentieri il posto, così noi e tutti gli altri fan in attesa diamo il via alla variopinta coreografia dal titolo “metti e leva la tua squallida imitazione di K-Way”.

Fra le transenne, mio marito ed io finiamo il mazzo. Già, perché le carte portate con noi non hanno lo scopo di farci ingannare l’attesa (per quello ci sono i libri, i discorsi degli altri, le salsicce da due euro, il sonno catatonico di chi ha già i nervi a pezzi e non è ancora successo niente), bensì sono la nostra richiesta. Su ciascuna applichiamo un’etichetta con il titolo della canzone desiderata, poiché temiamo che pretendere che un sessantatreenne senza occhiali veda e comprenda una scritta a pennarello su una variopinta carta triestina sia davvero troppo. Il piano è arrivare clamorosamente davanti – il che, con sulle mani numeri superiori al trecento significa necessariamente collocarsi su un lato, a meno che il mio augurio di dissenteria fulminante non colpisca davvero tutti quelli che entreranno prima di noi – e porgere a Bruce un ventaglio di carte, fra le quali lui, divertito ed entusiasta della nostra (mia!) idea, pescherà alla cieca il brano da eseguire. Siccome sono astuta come una volpe, scrivo lo stesso titolo su quasi tutte. Solo su alcune indico i titoli desiderati da mio marito, e intanto mi informo sulle modalità di divorzio in caso Bruce peschi fra quelle anziché la mia Zero and blind Terry.

Come previsto, una volta dentro ci dobbiamo accontentare del palchetto laterale, poiché i posti con migliore visibilità sono già tutti occupati, ma siccome l’ingresso è stato tutto sommato ordinato e ho visto infiltrarsi solo una coppia di tedeschi con pettinature da DDR e scarsa familiarità col sapone (lui la risposta ossi a Riccardo Fogli, lei la miglior sosia di Tony Dallara che vi possa capitare di incontrare), sono quasi contenta. In compenso siamo in prima fila, il che significa, oltre agli ovvi vantaggi durante lo spettacolo, starsene comodamente seduti con la schiena appoggiata per i primi venti minuti di attesa. Trascorso questo tempo, la copertura in metallo ti trafila le chiappe e stai scomodo come tutti gli altri, ma molto più guardingo.

Quando ci ritroviamo in piedi, ci prepariamo le carte in mano (con un paio d’ore di anticipo) e il tedesco accanto a me, un tracagnotto con la faccia da teutone del nord e i capelli di granturco, vedendo la mia richiesta, mi chiede se sia una canzone di Bruce. Lo guardo come se stessi guardando un lombrico. Gli spiego che è inclusa nel primo disco di Tracks, ma scrolla la testa smarrito. Glielo ripeto in inglese, ha uno sguardo vagamente più lucido, ma ugualmente non sa di cosa io stia parlando. Non capisco cosa ci faccia in prima fila, lo guardo come se stessi guardando una muffa e ci rinuncio.

Bruce Springsteen in The ghost of Tom Joad a Praga (2012)

Inizia il concerto – con una The Ghost of Tom Joad per sola chitarra da pelle d’oca – e, dopo qualche canzone, come da copione, durante Spirit in the night Bruce fa il giro dei palchi e raccoglie le richieste. Quando arriva da noi, il mio piano va in fumo. Anziché pescare alla cieca, prende tutto il mazzetto di mio marito, cinque o sei carte, le sfoglia e ne sceglie una. Gli restituisce le restanti, dal che capiamo che ha tenuto Racing in the street. Entusiasmo, anche per il fatto che ora abbiamo quattro carte con le sacre impronte digitali di Bruce, che mio marito ancora non ha tolto dal portafogli e che non sembra intenzionato a cedermi.
La serata prosegue con un’ottima scaletta: le chicche della serata sono Candy’s room, This hard land (tour premiere), Atlantic City e My love will not let you down, durante la quale io e il mio nuovo amico pel di panocia urliamo e saltiamo come indemoniati, dando fastidio a tutto il circondario. Dopo l’ineluttabile Waiting on a sunny day, la doccia fredda: The river.
Come tutti sanno, infatti, in questo tour The river e Racing in the street si alternano in scaletta (con netta predominanza di The river), perciò l’esecuzione dell’una implica l’esclusione dell’altra. Inutile girarci intorno: ci restiamo male, ma ripensandoci non avremmo dovuto aspettarci che Bruce si ricordasse di avere una carta in tasca, trascorso tanto tempo. I brani restanti sono i soliti classiconi che denunciano “stiamo preparando il live del tour o il cofanetto per il trentennale di Born in the U.S.A., o tutt’e due: devo suonare le hit tutte le sere, così abbiamo abbondante materiale fra cui scegliere”.
Quando ero giovane e sentivo gli altri fan che si lamentavano per l’incidenza in scaletta de “i soliti classiconi” solevo dire “se divento così, uccidimi”; ora ci ho ripensato, non occorre che obbediate. 

Al termine del concerto ci precipitiamo in macchina – non prima di aver comprato per tre euro scarsi un panino grande come un pallone da rugby – e partiamo senza por tempo in mezzo alla volta di Vienna. Sappiamo che ci sono già dei fan in coda, ma cerchiamo almeno di non farci superare da tutto il pit di Praga.
Dormiamo qualche ora in un autogrill sospeso fra il nulla e l’addio nei pressi di Brno e alle sei del mattino, frollati come due quarti di bue, prendiamo i numeri 73 e 74 davanti all’Happel Stadium.
Tra un appello e l’altro cerchiamo di conquistare la nostra camera in albergo, ma questi stupidi hotel a mille stelle in offerta speciale su internet sono rigidissimi negli orari e così non vediamo un bagno degno di questo nome fino al giorno successivo. In compenso, il centro commerciale vicino allo stadio (ce n’è uno anche qui, forse lo fanno apposta) è accogliente e indulgente verso le necessità del fan, che qui trova ogni sorta di comfort.

A parte il fatto che veniamo messi in fila al di fuori delle transenne, ma pur sempre in un recinto, e quindi perdiamo preziosi metri di spazio vitale, anche la coda austriaca funziona alla grande, e accediamo al pit in tutta tranquillità. Occupiamo la prima fila del palchetto medio-laterale destro (cioè quello davanti al maxischermo, lato Stevie). C’è ancora posto nelle prime file centrali e nella prima fila lungo la transenna, ma noi abbiamo delle richieste da fare, dobbiamo garantirci il contatto e solo il palchetto ci può dare questa sicurezza.
Gli austriaci ci si siedono praticamente sui piedi, sembra che dovremo lottare per mantenere la posizione. Non è un problema, mi alleno da mesi e sono motivata: sotto l’innocuo aspetto del Gabibbo celo il potenziale di Chuck Norris. Accanto a me siede una bella donna sulla quarantina scarsa, è mora, ha gli occhi verdi come un gatto e porta un rossetto color succo di mirtillo che non sbava un millimetro dalle sue labbra; tiene i capelli sciolti e indossa sandali col tacco. A me, cui viene mal di piedi se metto le infradito, pare una scelta improvvida, ma c’è il numero ventidue sulla sua mano, suppongo che l’esperienza non le manchi. Più tardi, prima dell’inizio del concerto, la guardia del corpo di Bruce la vede e lascia la sua postazione dietro al maxischermo per venire a salutarla, schioccandole due baci sulla guancia. La mia fantasia partorisce immediatamente le storie più ardite, la migliore delle quali la vede discreta e stoica amante di Bruce in un passato non meglio identificato fra Tunnel of Love e The rising, ragazza consapevole del fatto che il suo amore non avesse futuro – né tempo, quasi –, capace di accettare senza smanie di possesso o popolarità il suo ruolo, che per questo si è guadagnata il rispetto dell’entourage di Springsteen. Le probabilità che io abbia indovinato sono prossime allo zero, ma il feuletton che prende vita nella mia testa mi appassiona e serve almeno distrarmi un po’. Ci credo troppo e dopo qualche minuto questa donna è il mio idolo.

Con circa trenta minuti di ritardo, contro i quindici o venti cui eravamo abituati, inizia il mio quarto concerto del Wrecking Ball Tour, il venticinquesimo per Bruce Springsteen, contando solo il leg europeo.
We take care of our own, Wrecking Ball e Badlands sono liquidate in fretta come una pratica inevitabile, seguono la sempre più toccante My city of ruins (in realtà tutte le sere è uguale, sono io che non mi abituo, anzi, cerco di arrivare preparata, e puntualmente mi strozzo col magone) e Spirit in the night. Al termine di questa canzone urlerò nell’orecchio di mio marito con aria di superiorità “scaletta standard”, come faccio sempre entro le prime sette canzoni, più per scaramanzia che per convinzione.

Braccialetti dei pit di Praga e Vienna 2012Non c’è tempo per i commenti, adesso: Springsteen sta facendo il giro dei palchi per raccogliere le richieste, bisogna essere vigili, forti e scaltri. Bisogna raggiungere Bruce, sfuggente come la coccarda del calcinculo, e non perdere la posizione mentre tutto il pit cerca di frapporsi fra noi e lui. In alternativa, ci accontentiamo di non farci cadere gli occhiali. Arriva. Apro sotto il suo naso il mio ventaglio di carte. Mio marito apre il suo. Bruce sceglie me. Già sono felice, perché per due sere di seguito la mia trovata gli è piaciuta. Forse, ieri sera, quando ha messo i jeans in lavatrice (perché sicuramente Springsteen si fa le lavatrici da solo), s’è accorto che si era dimenticato la nostra carta in tasca e ora vuole rimediare. Mi prende tutto il mazzetto – non vale! –, ma io sono più furba di lui e su tutte le mie carte c’è scritto Zero and blind Terry. Elimina la prima carta gettandosela dietro la schiena, poi fa lo stesso con la seconda e la terza. Per un fugace istante voglio fantasticare che sia uno scherzo, che abbia già visto che sono tutte uguali e voglia farmi venire un colpo, ma intenda tenere l’ultima. Su di essa l’etichetta è applicata in orizzontale, Bruce si prende la briga di girarla per essere certo di leggerla bene. La legge bene e le fa fare la fine delle altre. È inimmaginabile quanto sia assordante lo schianto di una carta da gioco che cade su un palco. Giurerei di aver sentito tremare lo stadio per l’impatto.
Ora sono pentita di non aver chiesto qualcosa di più realisticamente eseguibile, ora i miei proclami di mirare all’impresa, di cercare di realizzare l’obiettivo impossibile, di contribuire a far entrare il concerto nella leggenda sono una montagna di idiozie, ora mi sono fumata la possibilità di sentire Incident, o Racing, o Drive alla night, o Sandy e sì, sono proprio un’imbecille. Certo, ora Bruce sa che mi piace Zero and blind Terry e probabilmente, visto che è la quarta volta che gliela chiedo e che lui la scarta, sospetta che ci terrei molto a sentirla, eppure, evidentemente, è insensibile ai miei desideri. Vecchio nanetto bastardo!

Springsteen prende il mazzetto di mio marito. Quell’adorabile, aitante giovanotto ci dà un’altra possibilità. Dio benedica mio marito quando ha voluto fare qualche carta diversa. Un ragazzo dietro di me manifesta delusione per il fatto che Bruce prenda due volte le carte, quasi quasi faccio un salto all’indietro e gli butto giù gli incisivi. Bruce inizia a scartare anche le carte del secondo mazzetto: via la prima. Lo odio. La seconda va in tasca. Non lo odio più, ma già so che se ne dimenticherà. La terza e la quarta disegnano alle sue spalle archi paralleli. Alcune carte sono cadute coperte e non sappiamo cosa abbia tenuto (anche se abbiamo un sospetto), ma uno spettatore posizionato lateralmente conferma che la carta finita in tasca era quella con scritto Racing. Bruce, dunque, ha scartato Santa Ana, Give the girl a kiss e Hearts of stone: tenere presente che Springsteen non si ricorda le canzoni dei primi anni Settanta.

Il concerto prosegue con ottime richieste altrui, fra cui Rendez-vous e Loose ends, altre due rarità dei primi tempi; allora – diamine – è un fatto personale.
Bruce torna a farsi spupazzare più di una volta, ma non so se lo perdono. Sulle prime mi spiace quasi accarezzargli il viso con le mie manacce sporche, con cui mi sono seduta in terra e ho toccato di tutto, poi mi rendo conto che lui si rotola sul pavimento, si soffia il naso nelle dita come i calciatori, si pulisce alla bell’e meglio nelle braghe e poi viene a darci la manina… non è un maniaco dell’igiene, non si formalizzerà se gli faccio un grattino sul coppino. Ha i capelli abbastanza morbidi, ma non esattamente folti.

Poi, come accade quasi ogni sera in questo tour (tranne che nelle tre date che ho visto finora) Bruce siede al piano e suona un brano da solo. Io e la bella donna con i tacchi accanto a me, che aveva un foglietto sgualcito con cui anche lei chiedeva proprio Racing in the street, ci scambiamo un’occhiata complice: potrebbe essere la volta buona che la suona. Potrebbe, ma non lo è: dopo qualche indugio, attacca Tougher than the rest. In altre circostanze sarei impazzita dalla gioia nel sentirla dal vivo, poiché, pur essendo un lentazzo melenso di fine anni Ottanta vagamente kitsch, questa canzone fa leva sul mio lato romantico – così come su quello di tutti i fan – e mi piace moltissimo; ma stasera la sta suonando al posto della nostra richiesta, che si è dimenticato in tasca per la seconda volta di fila. Solo Springsteen riesce a rovinarmi un concerto di Springsteen, non lo sopporto.

 Bruce torna dietro il microfono centrale e imbraccia una chitarra. Forse si strofina la fronte con la sua aria da tenente Colombo, forse è solo un parto della mia fantasia. Quel che è certo è che si ricorda di avere in tasca una carta, la estrae dalla tasca, la mostra alla telecamera, cinquantamila persone esultano alla vista della mia sciocca grafia da balloon e parte Racing. Non è The river, è proprio Racing. Stavolta davvero è arrivato il lieto fine. Lacrime liberatorie: la bella donna alla mia sinistra e mio marito alla mia destra sono commossi. Io, nel mezzo, con gli occhi secchi e il sorriso felice, mi sento il grullo di turno che non ha capito niente, e quasi quasi mi voglio spaccare il naso contro la transenna per piangere un po’ anche io.

Bruce Springsteen sceglie fra le mie cartePer me il concerto finisce qua. Lo spettacolo prosegue alla grande e tutti ci divertiamo ancora molto, ma io ho avuto (quasi) quel che volevo e ho il cuore in pace, ché quel che volevo davvero mai lo avrò, ma almeno non mi ci devo più logorare. Ora, se pure suona brani che mi hanno stufata e al posto dei quali sarebbe meglio suonarne mille altri, va bene lo stesso. Sarà il lieto fine di qualcun altro, capisco che in braccio alla mamma si sta un po’ per uno e prima o poi deve pur toccare agli estimatori di Waiting on a sunny day (anche se vorrei tanto incontrarne uno).

Proprio durante Waiting on a sunny day ho scoperto che è vero che Bruce, dal palco, ti vede.
Siete padroni di non crederci, come io non ci ho mai creduto prima d’ora, ma Bruce vede le prime file dal palco e si accorge se il pubblico partecipa o no. Io non stavo partecipando, sia perché Waiting non è proprio la mia canzone preferita (non dopo averla ascoltata trenta volte dal vivo), sia perché ho trentun anni e una dozzina di chili di sovrappeso, è bene che risparmi le forze per Born to run, o non ci sarà un altro concerto per me. Bruce mi vede e mi addita per esortarmi a partecipare; io non ci casco, so bene che lui tende il braccio a caso verso il pubblico, tanto becca comunque qualcuno. Ci resto di sale quando, alla seconda strofa, inizia a girare fra il pubblico e arriva dritto a da me, continuando a indicarmi con quel suo ditino grasso (ha le dita tozze, ma comunque molto carine). Che figura! Vorrei buttarmi in ginocchio e implorare perdono, giurare che non lo farò più, prostrarmi ai piedi della divinità che mi ha dannata per sempre. 

Cerco di rimediare manifestando partecipazione esagerata sui brani successivi, Bruce mi punisce infliggendomi Lonesome day – che è un po’ meno peggio di Waiting, ma non è nella rosa delle prime cinquanta canzoni che vorrei tanto sentire dal vivo – io accetto la meritata punizione e sventolo le braccia come se dovessi far atterrare un F16.
Coreografo tutto quello che segue, anche se so che Bruce non mi guarderà mai più e conserverà per sempre di me il ricordo della deficiente che chiede canzoni delle guerre puniche note solo a lei e poi non apre bocca sui brani più popolari.
Ora ho capito come mai il pit è sempre pieno di invasati che si esaltano per tutto quello che suona. È ovvio che chi arriva con tanto anticipo per assistere al concerto dalle prime file è un fan appassionato e verosimilmente apprezza la stragrande maggioranza della produzione, ma, parlando con gli altri fan, emerge che è opinione diffusa che certi brani “abbiano scassato” e m’è sempre parso quantomeno singolare che non ce ne fosse mai manco uno, di questi liberi pensatori, nel pit. La verità è che ci sono, ma sono stati in passato indicati quando hanno commesso il fatale errore di palesare la loro non piena soddisfazione, e ora sono condannati all’eterno dimenamento per riscattare la loro nefanda colpa.

Bruce Springsteen e Little Steven aprono il concerto di Dublino con un generatore

Mentre scrivo, è da poco iniziato il concerto di Dublino, il primo dopo che, al festival londinese Hard Rock Calling, a Bruce è stata tagliata la corrente mentre duettava con Paul McCartney durante Twist and shout. Stasera Bruce e Little Steven sono saliti sul palco dell’RDS Arena con un generatore e hanno iniziato il concerto concludendo Twist and shout da dove erano rimasti: un altro lieto fine.

Spirit in the night, Vienna 12 luglio 2012

Al minuto 5:50 Bruce prende le nostre carte.

Non è ancora uscito – o io non ho trovato – un video in cui si veda Bruce riprendere la nostra carta dalla tasca, ma in questo, con molta fede, si intuisce che la sta mostrando:

Tutte le foto nell’articolo sono mie, tranne – ovviamente – la locandina del film e quelle di Bruce che sfoglia le carte e dell’apertura del concerto di Dublino, che ho trovato sul blog del mio secondo lettore, Tsitalia.
L’immagine di sommario è stata impunemente prelevata dal Tumblr della giovane fan Caterina

Commenti

2 commenti a “Have boss, will travel (V)”

  1. Le partite a carte nascondono insidie. Il gioco d’azzardo è affar d’uomini, storicamente. E tu hai azzardato troppo. Credo lo sapessi, in fondo.
    Ci sono canzoni che nascono per una forma perfetta e iperuranica. L’esecuzione dal vivo le renderebbe troppo terrene. Questo penso, da anni, per tutti i brani che mai orecchie hanno sentito dal vivo. Non solo le mie, le tue, di tuo marito, dei tuoi amici. Dei teutoni abbirrazzati e spersi anche tra i versi più noti. Di tutti gli artisti, non solo Bruce.
    Varrebbe quasi la pena scriverci un pezzo, o ancor di più, un romanzo. Un RomanZero, nel tuo caso..
    E sia.
    Ciò non consumi il piacere di tutto il resto però. Non ci sono scalette standard. Non ci sono pezzi che hanno “scassato”. Per questo tour, per tutti gli altri. Per questa leg (io uso il femminile, correggimi se sbaglio), per quelle statunitensi, per il resto del mondo.
    Vorresti privare il bimbo che canta Waitin’ tutte le sere di sentire Born To Run? Badlands? The River? Non puoi.
    Vorresti, tra mille anni, quando tu avrai l’età di Bruce oggi e lui ancora si esibirà, sapere da un giovane fan che.. “non suona più certa roba..”. Non vorresti.
    Attenta a desiderarlo.

    Ad altri concerti, ad altri racconti.

    Cristiano

    Di Cristiano | 21 Luglio 2012, 16:26

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