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Omnia

Il Dalai Lama – Le fil rouge

Tenzin Gyatso, attuale Dalai LamaSulla strada per Udine trovo subito il modo per incazzarmi: alle porte della città stanno rifacendo l’asfalto e sto ferma in coda dieci minuti. Naturalmente l’intoppo mi condanna ad un certo ritardo e convengo con il mio compagno di viaggio che solo in Italia i lavori stradali si fanno di giorno, che nel resto del mondo civilizzato si fanno di notte per non essere d’intralcio alla gente che va al lavoro. Ma, a loro volta, pure gli stradini stanno lavorando, lasceranno in eredità ai posteri l’alto lirismo dell’asfalto drenante. Sfilata di sbirri fuori dal cementizio Carnera, mi metto in fila e guardo il biglietto dalla demoralizzante risoluzione grafica in cui il Dalai Lama è ritratto mentre fa il saluto al sole frazionato in mille pixel. Mi faccio subito amico un giovane volontario buddista che mi fa sedere di straforo negli spalti riservati a quelli più devoti, e mi accomodo accanto ad una signora che ha le calze color bandiera della pace. Prega con le mani giunte e si innervosisce perché faccio troppo rumore sui seggiolini del palasport. Mi giustifico indicando l’altra vicina, che ha appena versato l’intera bottiglia d’acqua sui miei piedi: all’entrata bisogna lasciare i tappi alle autorità, come ai concerti rock.

Il clima non è molto spirituale, con un palchetto bordeaux in cartongesso e le sedie disposte a circolo intorno alla gestatoria riservata a Sua Santità. Tenzin Gyatso, meglio conosciuto come Dalai Lama, sale sul palco puntuale tra gli applausi e le standing ovation che mi ricordo solo al liceo per i professori più all’antica.
Solita introduzione del moderatore prescelto, presidente di un’associazione filantropica della zona e poco ci manca che al Dalai Lama regalino la sciarpa dell’Udinese, visto che tutto sembra familiare e quasi improvvisato.
Il tema della mattinata verte sul confronto tra varie religioni: l’esponente cattolica di origine palestinese, il rabbino, l’imam, tutti concordi su quanto sia riduttivo vivere nella prigione di un mondo mono-culturale, su quanto il confronto sia obbligatorio per valutare le posizioni di ognuno in un contesto che esuli l’ambiente nel quale viviamo.

Con un po’ di cinismo mi sono chiesta quanto siano in realtà sommarie le conoscenze che di ciò che non abbiamo visto o toccato, dei culti che conosciamo solo dalla letteratura e dalle immagini che ci restituiscono spesso una fetta di mondo in guerra, nel quale sembra colpa della religione se non si riesce a mettere a tacere la volontà di supremazia degli uomini. Sono sempre argomenti delicati in cui mi riservo di non scomodare Dio, ma nemmeno chi avrebbe tutte le credenziali si guarda bene dal confronto inter-religioso, si ricorda che il precedente tour del Dalai Lama, l’altra Sua Santità Benedetto XVI, abbia evitato l’incontro per non minacciare i rapporti con la Cina. Dev’essere per quel principio secondo cui i valori della tradizione sono più forti della distruzione, e in questo la nostra Chiesa è fortissima.
Quando il Dalai Lama prende la parola scende un silenzio d’attesa che si anima solo quando il monaco al suo fianco assolve il ruolo di interprete. Il Dalai Lama parla il tipico inglese degli asiatici e non si può non riconoscergli nello sguardo una profondità che deve aver avuto fin da bambino, quando venne scelto dai monaci Sera come “la Presenza” identificata dopo qualche anno e molti viaggi seguendo una serie di indizi che conducevano a lui, la persona nel quale si era reincarnato il Dalai Lama precedente. Rassicura subito la folla: “Io sono come voi. Nonostante le differenze linguistiche e geografiche, ho i vostri stessi desideri di felicità e di liberazione dalle disuguaglianze”.

Il Dalai Lama a Udine

Come dargli torto, sant’uomo, ma noi tutti peccanti, ce ne stiamo lì a capire come sia possibile mettere in pratica anche la più terrena della posizioni del Dalai Lama: l’abitudine a non cenare. Non mi è riuscito facile non considerare scontato e trito il discorso dell’altrimenti detto “Oceano di saggezza”, ma come è possibile confutare queste ovvietà visto che, nonostante le infinite volte in cui sono state ripetute, non sono state sufficienti a metterle in pratica?
Dev’essere per quell’errore che commettiamo a non volerci costruire una calma mentale, la testardaggine a volerci fissare sulle esperienze sensoriali a discapito di quelle della mente danneggia anche la visione globale che deve condurci ad uno sguardo ampio, che faccia di noi un punto che guarda agli altri e quindi al cosmo. E si dovrebbe smettere di dare la colpa ai politici, insiste il Dalai Lama, se si ha cura di sé, viene spontaneo avere cura degli altri e quindi della Natura e del Creato, proprio partendo dalla valorizzazione dell’amore umano.

La parola d’ordine è compatire, con-patire, farsi carico delle sofferenze degli altri, liberarsi del senso del sospetto e del dubbio partendo dal presupposto che ognuno abbia gli stessi bisogni primordiali. L’uomo planetario, come scrisse Balducci. La salvezza storica dal soggettivismo a favore di un rivolgimento universale, l’incontro tra le differenze deve precedere e quindi annullare il compromesso.
Abbastanza confusa, non esattamente illuminata, esco dal palazzetto in attesa della parte pomeridiana dell’incontro.

Il tema del pomeriggio è “Dall’aggressività alla non violenza”, grande assente Cacciari, sostituito da Franco Fabro, filosofo e neuropsichiatra, che sta accanto al teologo Vito Mancuso. L’annosa diatriba fede-ragione, è analizzata dai due diversi campi di competenza con una calma e consapevolezza a cui ero disabituata, e ciò che più di tutto mi è sembrato un esempio di civiltà e rispetto, è stato vedere i due studiosi prendere appunti durante l’intervento dell’altro.
Mancuso ha il dono dell’orazione, unito al rassicurante volto di chi ha conquistato una pace spirituale ben sostenuta da una ricerca interiore, risposte inappuntabili a domande che la nostra coscienza ci pone continuamente: è possibile l’aggregazione senza aggressione? Come è possibile esistere senza commettere peccati? La violenza è originaria o parassitaria? Cita la Bibbia, Mancuso, e sostiene che Matteo parlasse di un peccato del mondo, una comunanza della specie, il punto di partenza dell’umanità.
Ci aiuta l’omonimia del verbo “errare”, andare vagando e al contempo sbagliare, ingannarsi. Se la vita in fondo non è che un viaggio e si comincia a morire già al momento della nascita, la condizione paradossale è che non possiamo procedere senza mettere in conto di inciampare un passo sì e uno no. Ma se ci soccorressimo l’un l’altro eviteremmo di impantanarci o, come sostiene Mancuso, useremmo la forza in forma non violenta. E in senso opposto, siamo nella stessa condizione della famosa metafora del cubo di Rubik, se si sposta una fila si cambia l’assetto di tutte le altre sei facce. 

Dalai Lama

Franco Fabro, per non tradire un fedelissimo approccio scientifico, proietta della slides con immagini del complesso e misconosciuto sistema nervoso, e fuga ogni incongruenza che corre tra testa e cuore, rassicurando sul fatto che il sistema nervoso concorre per raggiungere il benessere. Da buon filosofo cita Heidegger, sostenendo che l’essere umano autentico scopre che la sua disposizione verso il mondo è la cura: la cura di sé, la cura dei piccoli e da questo quella degli altri. La violenza ha molteplici risvolti e manifestazioni, ma la corteccia celebrale è programmata in modo da poter inibire, quindi scegliere.
Addestrarsi alla concentrazione, ribatte il Dalai Lama, porta ad analizzare motivazioni e intenzioni, e quest’analisi porta automaticamente a rinunciare all’eccitazione momentanea a favore di una serenità a lungo termine: “Proprio come i monaci che stanno qua di fronte”, aggiunge il Dalai Lama indicando le prime file di fedeli in rosso e giallo.
Collegandosi alle neuroscienze, di cui il Dalai Lama è un appassionato studioso, si discosta con fermezza dalla prigione corporea, come è possibile, dice, che in momenti di estremo dolore ed estrema gioia, le reazioni fisiologiche siano le medesime? Ironizza, e dice che si dovrebbe imparare a piangere di gioia o dolore alternando gli occhi, il destro per la pena, il sinistro per la felicità.
La folla esce dal palazzetto e le pupille si restringono alla luce diurna, i culi si disatrofizzano, il cicalare degli astanti che intercetto sono concentrati su argomenti del tutto terreni: una ragazza tatuata parla della sua nuova Vespa, una signora spiega come passare bene le patate per il purè, un giovane annuncia alla ragazza che ha procurato i biglietti per un concerto, una fanciulla deve scappare a ripetizioni e mi passa accanto come una scheggia col casco in mano.
Scrivo ad un amico che se l’incontro doveva essere emozionante, non lo è stato. Mi risponde che si chiedeva che cosa mi aspettassi. Me lo chiedo anch’io, forse bisognerebbe partire dall’annullamento delle aspettative, dalla trascendenza senza immanenza, o magari più semplicemente dall’assunto che la felicità non esiste, e poi magari trovarla e stupirsi il doppio, stare in coda e canticchiare invece di arrabbiarsi se il sistema va storto, cambiare di qualche minuto le proprie abitudini, o come diceva Beckett, “Imparare a fallire meglio”.

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