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Omnia

Crizia, pioniere dell’ateismo

Dettaglio de La Scuola di AteneTra le figure più affascinanti e, al contempo, obliate della sofistica, il movimento intellettuale fiorito nell’Atene del V secolo a. C., vi è senza dubbio Crizia. Poco citato, studiato con riluttanza, adombrato dal corpo teoretico di assai più vistose personalità coeve. Per le scelte compiute in vita e i ricordi che a lui e soprattutto alla sua azione politica si legano, Crizia fu colpito, fin dall’antichità, dalla scure di una damnatio memoriae d’inscalfibile intransigenza. In larga parte giustificata, date le malefatte commesse. Inoltre, come, purtroppo, sempre o quasi accade per i pensatori antecedenti Platone, dei quali non ci sono pervenute opere integrali ma soltanto brandelli di testi, la modernità è assillata, nella ricostruzione delle diverse figure e della loro lezione, da scrupoli e perplessità filologici di non poco momento. Anche nel caso di Crizia, vi sono testimonianze, presenti in altri scrittori, che suggeriscono l’esistenza di più personaggi omonimi. A quale, allora, attribuire una determinata affermazione? Si tratta di dubbi che, inevitabilmente, rallentano il cammino esegetico.

Nonostante la sua presenza risicata negli studi degli storici, Crizia è foriero di una proposta filosofica di primario interesse, non soltanto perché reca, in sé, inequivocabili indizi dello spirito del tempo (e della compagine culturale) in cui si colloca l’autore, ma anche per gli spunti di riflessione, di massima attualità (ed eternità), che offre.

Tra i sofisti, Crizia fu un elemento per molti versi anodino e defilato. A differenza della maggior parte degli altri esponenti della corrente, ad esempio, non era un immigrato. Se Protagora veniva da Abdera, in Asia Minore, Gorgia da Lentini, in Magna Grecia, Prodico dall’isola di Ceo, Crizia discendeva da una stirpe dell’antica nobiltà attica. Diogene Laerzio, leggendario biografo dei filosofi, addita la sua parentela con Solone, venerando poeta e statista del VI secolo. Dal fratello di Solone, Dropide, sarebbe nato Crizia il Vecchio, nonno del nostro, il quale, a sua volta, sarebbe stato zio di Perictione, madre di Platone. Una dinastia di tutto rispetto. A differenza di altri sofisti, poi, Crizia non insegnava retorica dietro compenso. La sua giovinezza riassume, piuttosto, lo stile di vita dell’aristocrazia, tra frequentazioni socratiche e ammirazione per i costumi virili e composti dell’oligarchica Sparta. A procurargli l’ebbrezza dell’imprevisto, provvide l’amicizia con un altro allievo di Socrate, il famigerato e sulfureo Alcibiade, al quale lo accomunava un’incoercibile ambizione. Quando Alcibiade fu accusato, nel 415, non si sa se a ragione o a torto, della profanazione delle statue di Ermes, atto di vandalismo che scosse profondamente la coscienza degli ateniesi, Crizia, fuggiasco o forse esiliato, si separò dalla città natale per una temporanea permanenza in Tessaglia (Alcibiade s’imbarcava, invece, per la disastrosa spedizione bellica in Sicilia da lui stesso caldeggiata).

Platone introduce il secondo zio tra i dialoganti del Timeo, la sua opera cosmogonica, e lo elegge a protagonista dell’incompiuto Crizia, dove, mettendogli in bocca il mito di Atlantide, gli ascrive l’encomio di una comunità remota in cui tutto funzionava al meglio grazie a un ordinamento sostanzialmente monarchico. Una professione di malcelata ostilità alla democrazia.

L’evento che, non a caso, identifica con più pregnanza l’operato pubblico di Crizia fu, infatti, la tirannide. All’indomani della battaglia di Egospotami del 405, infausto epilogo della guerra del Peloponneso che segna la vittoria di Sparta su Atene, il regime democratico che presiedeva al capoluogo attico verrà traumaticamente rovesciato dalla congrega filo-lacedemone dei Trenta Tiranni. Uno di questi è, appunto, Crizia. E, stando alle testimonianze non uno qualunque, ma uno dei più efferati e sinistri. Si narra emblematicamente che, sulla lapide del suo sepolcro, sarebbe stata raffigurata una scena allegorica in cui la fiaccola dell’Oligarchia incendia l’odiata Democrazia. Tra i provvedimenti che il neo-tiranno assunse, parrà curioso da uno che partecipò a una certa temperie culturale, vi fu il divieto d’insegnare l’arte delle discussioni, prova tangibile della radicale disaffezione per qualsiasi forma di libertà, della quale la parola è veicolo.

L’esperienza dei Trenta, bruciante per Atene, si concluse dopo soli otto mesi. Trasibulo, infatti, condusse i suoi uomini alla riconquista della democrazia, in uno scontro che sconvolse la città. Nella battaglia del Pireo, nel 403, Crizia troverà la morte combattendo. Il rampollo dell’illustre prosapia soloniana è, ormai, un uomo dannato. Lo Stato si ricompone alla meglio, ma Atene non è più quella di un tempo. Avviata verso un inesorabile declino, sprofonda in un clima di sospetto e intolleranza, sintomi di una percepita fragilità; lo stesso clima che, concretandosi in accuse bislacche e pretestuose, costerà la vita a Socrate nel 399. I cittadini collusi con la dittatura ottennero l’amnistia, ma non i tiranni, quelli sopravvissuti, s’intende. Va da sé che, in un contesto simile, Crizia e le sue innegabili responsabilità storiche divenissero il bersaglio della pubblica denigrazione.
La sua proposta filosofica merita, tuttavia, un secondo appello almeno.

Busto di Filosofo Greco
La produzione di Crizia include costituzioni, ossia ricognizioni argomentate degli ordinamenti delle diverse pòleis, un genere letterario, si pensi alla notissima Costituzione degli ateniesi di Aristotele, in voga nell’Ellade antica; e inoltre, testi poetici e, come fu, in gioventù, per il consanguineo Platone, opere teatrali. La frammentarietà del materiale impedisce, purtroppo, una panoramica organica sui contenuti. Ciò che emerge, da scritti lodati allora per limpidezza e facondia, sono un’insistita esaltazione delle usanze spartane, la propensione a sentenziare su argomenti svariati ma anche una concezione materialistica della natura. O, perlomeno, del composto umano. Aristotele ci informa che alcuni “dissero che l’anima è il sangue, come per esempio Crizia, partendo dal principio che la sensibilità sia la qualità peculiare dell’anima, e che tale proprietà le derivi dalla natura del sangue” (DK 88 A 23). Una visione, pertanto, anti-spiritualistica, che preannuncia la tesi filosofica più nota di Crizia, quella che lo ha tramandato alla posterità. Egli è stato, infatti, uno dei primi pensatori atei d’Occidente, uno dei primi ad affermare che gli dèi sono un prodotto culturale e non preesistono a chi li venera. Concetto che Crizia inserì entro il perimetro di un’antropologia da perlustrare palmo a palmo, perché fitta di motivi d’interesse.

È all’interno di un dramma satiresco, dal titolo Sisifo satiresco, che l’autore sviluppa la sua posizione. Nel corposo brano pervenutoci, l’alba del fenomeno religioso viene contestualizzata nel mattino della civiltà. Si legge, in DK 88 B 25:

Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c’era per buoni, né alcun castigo ai malvagi.

In un passato ancestrale, dal sapore mitico, il consorzio umano e la vita associata non erano orientati da alcun apparato di leggi positive. L’essere umano, perciò, abusava del suo arbitrio senza remore o limitazioni. La condizione che Crizia dipinge coincide con ciò che i moderni definiranno come stato di natura. La dimensione, in altri termini, che precede, (crono)logicamente, la società organizzata. I Greci hanno cercato di identificare lo stato di natura attraverso narrazioni e ipotesi diverse. Una delle descrizioni più dettagliate è fornita da Democrito. In Crizia, esso assume connotati per nulla rassicuranti o idilliaci. La purezza e la verginità culturale del genere umano si esplicano nella caotica manifestazione d’impulsi ferini e violenti. Un’idea che preconizza lo stadio di bellum omnium contra omnes, guerra di tutti contro tutti, teorizzato da Thomas Hobbes nel Leviatano (1651).

Crizia non si protrae in ulteriori cavilli e sottolinea che la risposta degli uomini ai disordini dell’epoca fu l’introduzione di leggi punitive. L’uomo si dà una costituzione, indice di un ideale di giustizia razionalmente condiviso. Le leggi prevedono la sanzione dei malvagi e la conseguente tutela, almeno in teoria, delle vittime.

Purtroppo, il legislatore non ha potuto imbrigliare, né la legge, strumento impersonale e astratto, contemplare, la duplicità di chi alle norme avrebbe dovuto obbedire. L’essere umano è assai più complesso e imponderabile di qualsiasi principio di giustizia. E infatti, 

le leggi distoglievan bensì gli uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le compivano.

Un’asserzione siffatta è indicativa delle tracce che la sofistica ha lasciato in Crizia. Il perché è presto detto. Se un merito speculativo non può essere negato ai sofisti è, in estrema sintesi, l’emersione filosofica della soggettività individuale. Sul piano conoscitivo, per cui, come Protagora insegna, “di tutte le cose misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono” (DK 80 B 1): non esistono, in altre parole, un vero e un falso oggettivi. Ma anche sotto altri profili. Nello spingere lo sguardo al fondo di quel precipizio che è l’animo di ognuno, Antifonte denunciava, come Crizia e con ancor più veemenza, la costitutiva antinomia tra nòmos e phýsis, tra legge e natura. Il dissidio tra l’essenza più radicale dell’uomo, la sua sostanziale bestialità, gli appetiti, le pulsioni, le paure, gli istinti che accomunano tutti, al di là (o al di qua) di razza, lingua, religione, e le sovrastrutture culturali che condizionano il vivere comunitario. “L’individuo applicherà nel modo a lui più vantaggioso la giustizia, se farà gran conto delle leggi, di fronte a testimoni; ma in assenza di testimoni, seguirà piuttosto le norme di natura; perché le norme di legge sono accessorie, quelle di natura, essenziali” (DK 87 B 44). Parole che non necessitano di ulteriori commenti. Va precisato, per completezza, che la dottrina di Antifonte presenta, per alcuni versi, dei risvolti costruttivi. Qui si colloca, infatti, il prodromo d’ogni forma di pensiero egualitario e anti-razzistico: “noi rispettiamo e veneriamo chi è di nobile origine, ma chi è di natali oscuri, né lo rispettiamo, né l’onoriamo. In questo ci comportiamo da barbari, poiché di natura siamo tutti assolutamente uguali, sia Greci che barbari” (ivi). Conseguenze teoriche coerenti alle premesse, che, tuttavia, non rettificano e non eclissano l’immoralità viscerale di libri in cui le leggi sono equiparate a un ingombrante fardello aggiunto, mentre l’espressione del vero sé passa attraverso la loro trasgressione. Una prospettiva superomistica ante litteram. Antifonte, ciò che è certo, non cade in fallo nel ravvisare, al fondo dell’individuo, forze che, retaggio della nostra origine animale e riprova dell’unicità di ciascuno, boicottano un’integrale omologazione al gruppo e alle regole sociali. Basta scorrere le pagine di cronaca nera dei quotidiani per realizzare come la civiltà sia spesso impotente rispetto a impulsi più oscuri e radicati. L’affermazione della libertà civile esige, tuttavia, che l’arbitrio del singolo venga rintuzzato a vantaggio della sicurezza e dell’incolumità di tutti, pena il soccombere del debole alla smisurata inclemenza del più forte.

Gli antichi, secondo Crizia, devono averlo afferrato, e per questo si sono dotati di leggi. Bisognava, però, che le leggi fossero osservate non solo in pubblico, ma anche lungi da sguardi indiscreti. Ed è allora che

un qualche uomo ingegnoso e saggio di mente inventò per gli uomini il timor degli dèi, sì che uno spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero.

Ecco che i due cordoni principali della riflessione di Crizia, lo scorcio antropologico di cui sopra e la teoria sull’origine delle divinità, finalmente s’intrecciano. Qualcuno, particolarmente arguto e scaltro, intuì che l’unico stratagemma possibile per scongiurare crimini e depravazioni privati era di porre l’individuo in balìa di un’entità che lo trascendesse e lo tenesse sotto controllo in ogni istante. O meglio, di dare a credere agli uomini che una simile entità esiste e la sua vista ubiquitaria tutto percepisce. E, in caso d’infrazione, tutto punisce, anche ciò che sfugge all’attenzione dei mortali. “E se anche tu mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dèi; ché troppa è la loro perspicacia”. In anticipo di ventiquattro secoli, decennio più, decennio meno, su Ludwig Feuerbach, Crizia sostiene che non l’uomo è stato plasmato dalla divinità, come mitologia vuole, ma la divinità dall’uomo. Gli dèi sono un’invenzione, o, in linguaggio feuerbachiano, una proiezione celeste dell’essenza di chi li ha concepiti purificata da ogni accidente. Un’alienazione utile a tenere sotto scacco i creduloni. Theòn dèos, timor degli dèi: nozione affine alla religio che spingerà il poeta romano Lucrezio, desideroso di affrancare l’umanità da stolte sudditanze e pregiudizi, a comporre il De rerum natura; senza dimenticare che, nel contrasto alla paura immotivata degli dèi, anche il principale modello di Lucrezio, il filosofo ellenistico Epicuro, investì buona parte delle sue energie cerebrali.

Certo, a uno storico delle religioni, l’immagine adoperata da Crizia parrà alquanto grossolana. E lo è. Ben più profondi aneliti e afflati hanno spinto gli uomini ad affacciarsi alla trascendenza. Non è, tuttavia, questa la chiave critica con la quale accostare un pensatore del V secolo a. C. Molto più stimolante e proficuo è misurare, ad esempio, il grado di originalità di Crizia rispetto ad altri filosofi. E scoprire, così, che il contributo da lui offerto è tutt’altro che irrilevante.

La religiosità tradizionale aveva già subito critiche e confutazioni anche in epoche anteriori. La mente corre scattante a uno dei pensatori più geniali di sempre, Senofane, e alla sua demistificazione dell’antromorfismo divino. Se, infatti, le bestie potessero rappresentare i loro numi, li raffigurerebbero, secondo Senofane, con le loro fattezze e le loro peculiarità, così come etnie diverse dal popolo greco immiginavano gli dèi conformi alle loro caratteristiche somatiche. Si badi bene, però, che Senofane non perviene a posizioni ateistiche. Il suo obiettivo è di superare un’effigie così primordiale e a tratti blasfema delle divinità come Omero e posteri le descrivono, entità viziose invidiose gelose capricciose, per formulare una teologia razionale in cui il divino sia concepito in più rigorose vesti metafisiche. Una prospettiva ontologistica che precorre la potente dottrina dell’Essere di Parmenide.

Bassorilievo filosofo grecoTra i sofisti, non mancano certo fermenti di “secolarizzazione”, ma il passo compiuto da Crizia appare il più audace. Protagora, tesi che pagò molto cara con il bando da Atene, si limitò, infatti, a dichiarare: “Riguardo agli dèi, non ho la possibilità di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l’oscurità dell’argomento e la brevità della vita umana” (DK 80 B 4). Un saggio di onestà intellettuale al quale nulla si può rimproverare: Protagora stabilisce che, sulla base di coordinate razionali, l’esistenza dei numi non può essere asserita ma neanche negata. Immanuel Kant, sulla scorta di argomentazioni assai più elaborate, non si spingerà molto oltre…

Crizia invece sì. L’impavido nobiluomo estremizza la versione di Protagora e la deforma fino a decretare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli dèi non esistono, perché frutto della fantasia di un qualche mortale (tipico dei Greci era ricondurre l’invenzione di ogni cosa, arte scienza o manufatto, a un pioniere) astuto come una volpe.

Crizia prosegue, specificando che questo stesso uomo

affermava gli dèi abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là donde sapeva che vengono gli spaventi ai mortali […]: dalla sfera celeste, dove vedeva esserci lampi e orrendi rombi di tuoni.

Per la loro natura celeste, che li rende invisibili, remoti, impalpabili, gli dèi, lassù, da dove discendono le saette e gli acquazzoni che testimoniano la loro collera, sono destinati a suscitare tanta più paura. Chi li ha inventati,

tali spaventi […] agitò dinanzi agli occhi degli uomini, e servendosi di essi, costruì con la parola, da artista, la divinità, ponendola in un luogo a lei adatto; e spense così l’illegalità con le leggi.

“Con la parola”. Tò lògo. La stessa parola che, i sofisti ben lo sapevano, rappresenta il mattone dell’edificio retorico, il vettore della persuasione. L’abilità affabulatoria si è rivelata, una volta di più, vincente. Almeno nell’aggiogare i popoli a credenze, per il nostro, fittizie. Sul definitivo spegnimento dell’illegalità, Crizia pare, invece, abbandonarsi a un semplicismo dileggiato dai fatti. Allora come ora.

Due questioni impongono, a questo punto, di essere affrontate. Premesso che, a quanto risulta, Crizia non perorò mai la causa ateistica, come un filantropo avrebbe fatto, per sollevare i consimili dal tormento di timori infondati (d’altro canto, Crizia è il primo ad assegnare al terrore una funzione deterrente necessaria al mantenimento dell’ordine costituito), quali ripercussioni psicologiche ha sortito una simile scoperta su chi l’ha attuata? Altrimenti detto, può definirsi felice l’uomo (nella fattispecie, Crizia) liberatosi da convinzioni fasulle? È un peccato che siano sopravvissuti così pochi frammenti, perché una più copiosa disponibilità illuminerebbe con maggiore intensità riflessioni del genere. Comunque, sulla base di quel che possediamo, no. Non è il ritratto di un uomo felice ad emergere. DK 88 B 49 sentenzia che, per chi è venuto al mondo,

nulla v’è di certo, se non, poiché è nato, il morire, e finché vive, l’impossibilità di trascorrere la vita esente da sciagura.

Parole che avrebbe potuto pronunciare Sofocle! Lo stesso acre pessimismo che induce Crizia a sbozzare, nel Sisifo satiresco, l’icona ingloriosa di un’umanità trascinata verso il basso dalle pulsioni più vili e delittuose, rispunta ora sotto le spoglie di un esistenzialismo tragico e buio.

L’altro dilemma che il filosofo non cessa di instillarci è più insidioso ancora e a restituirlo al meglio è la forma interrogativa: sottratti all’etica comportamentale i suoi fondamenti metafisici, i premi e i castighi discesi dall’alto, su che cosa andrà, essa, a poggiare? Se tutti, dal sofista spregiudicato al più probo dei cittadini, dall’aristocratico al popolano incolto, scoprissero che gli dèi non esistono, quale altra ragione altrettanto inderogabile potrebbe indirizzarli a compiere il bene o, quantomeno, a non perpetrare il male? A giudicare dal suo tracciato biografico, tutt’altro che edificante, non è insensato arguire che Crizia un basamento morale alternativo non seppe scovarlo (o non volle). Ci si sono cimentati altri, nella lunga e perigliosa avventura del pensiero. La questione, tuttavia, è ancora aperta.

Nota bibliografica

La traduzione di Crizia è quella di Maria Timpanaro Cardini in I Presocratici. Frammenti e testimonianze, a cura di Gabriele Giannantoni, Laterza, Roma-Bari 2002; lo stesso riferimento vale anche per Antifonte e Protagora.

DK sta per (Hermann) Diels e (Walter) Kranz, i due filologi tedeschi che si occuparono di raccogliere le testimonianze (cioè le citazioni in altri autori) e i frammenti (cioè i brani testuali autografi) dei presocratici; segue la sigla DK il numero d’ordine del presocratico (88 per Crizia, 80 per Protagora, etc…); A e B indicano, rispettivamente, le testimonianze e frammenti; segue la A o la B il numero d’ordine della testimonianza o del frammento.

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