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Musica

Have Boss, will travel (VI)

Wrecking Ball Tour 2012 - Helsinki, 31 luglio

L'autografo di Springsteen ai fan europei: è un po' anche mioSesta puntata delle peregrinazioni di una coppia di occhialuti in giro per l’Europa, all’inseguimento di una rockstar diversamente giovane, diversamente alta.
Sesta puntata e, sarei tentata di dire, ultima.
Se è vero che dai concerti di Bruce Springsteen si torna sempre entusiasti e pienamente appagati, è altrettanto vero che mi riesce difficile immaginare come possa verificarsi un altro evento della portata del concerto che Bruce – soprattutto Bruce – e la E-Street Band hanno tenuto a Helsinki il 31 luglio 2012. 

Parlarne, oltre che farmi fare per l’ennesima volta la figura della belieber âgée, mi imbarazza, perché non sta bene vantarsi, specie davanti a chi non ha avuto le proprie stesse fortune. Il dovere di cronaca, cari, piccoli Lettori, mi costringe mio malgrado a testimoniare gli eventi di quel giorno; siate forti nell’apprenderli.

Quel “giorno” inizia con un anticipo di diverse ore, poiché ci rechiamo sul luogo dell’evento nel pomeriggio di due giorni prima. La scusa che raccontiamo alle nostre coscienze è che la torre panoramica dello stadio olimpico verrà chiusa proprio a partire dal giorno successivo, perciò non c’è altra occasione per visitarla. Sul tram, un simpatico milanese con accento del sud e la felpa della Juve ci ragguaglia rapidamente sulla città e sui mezzi pubblici, per condurci, poi, al punto dove vengono distribuiti i numeri della coda. Sul dorso della sua mano trionfa un sei. Pochi minuti dopo, sulla mia ci sarà un numero assai più alto, ma – almeno – ancora a due cifre. Un numero mistico, un numero di buon auspicio (nell’insieme degli sciagurati numeri superiori a venti): quarantadue. È un numero tremendamente alto, se consideriamo che mancano, a spanne, almeno cinquanta ore al concerto; è, tuttavia, il numero più basso che ho mai avuto, è – salvo pasticci dell’organizzazione, il cui spettro funesta sempre l’attesa – garanzia di un posto decente in transenna, speranza di “palchetto centrale” se almeno trentacinque persone prima di me rinunciano.
Le probabilità che trentacinque persone giunte sul posto due giorni prima del concerto vi rinuncino sono inferiori a quelle che ho io di farmi realmente rapire da Springsteen, eppure ugualmente auguro loro con tutto il cuore una gragnuola di ricche eredità a sorpresa, da andare subito ad accettare di persona in Argentina.

Accanto allo stadio c’è un parco e il luogo dove si tengono gli appelli è un prato semi-ombreggiato tutt’altro che sgradevole. Mi rilasso molto quando scopro che gli abitanti delle tende montate lì accanto non sono fan di Springsteen particolarmente agguerriti, ma scout giunti in città per quello che si direbbe un raduno internazionale, apparentemente disinteressati al concerto di Bruce e a tratti molestati dalla presenza di questo manipolo di quaranta-cinquantenni invasati.
Gli appelli sono fissati ogni quattro ore. Tutti i numerosi italiani, me compresa, ritengono che sia una smania di controllo esagerata; a posteriori, riconosco che è filato tutto liscio anche grazie al fatto che ci siamo radunati spesso e ci siamo a lungo guardati in faccia gli uni gli altri. Di notte, poi, l’appello non c’era e, non essendo la capitale della Finlandia una città poi così vasta, si riusciva a dormire almeno sei ore di seguito: non questa impresa eroica, dunque, quella di tenersi il posto.

Il palco di Springsteen in fase di montaggio visto dalla torre dell'Olimpiastadion di Helsinki

Il sistema funziona: entriamo in ordine e mi sembra che anche tutte le persone con le stampelle che erano in coda prima di me riescano a raggiungere la prima fila. C’è, accanto al palchetto centrale – al quale ovviamente non giungiamo – un tizio con la faccia da italiano-più-furbo-degli-altri che porta sulla mano il numero cento. Suppongo che a causa sua siamo tutti spostati lateralmente di un posto; anche a lui auguro qualcosa che ha a che fare con le successioni.
Ad ogni modo, noi siamo nel posto dove era nostra intenzione cercare di andare, siamo seduti con la schiena appoggiata alla transenna e addirittura all’ombra: recriminare sarebbe iniquo. Io ho comunque qualcosa da ridire verso i miei compagni di viaggio, perché secondo me qui – nella conca fra i due palchetti – Bruce non si ferma, ma al quinto concerto della stagione comprendo di dovermi accontentare della miglior visuale complessiva e abbandonare il palchetto, lasciando che anche gli altri palpino un po’ Springsteen.

Il pit si riempie presto. Dopo lo scaglione delle prime cinquecento persone, vengono fatti entrare gli spettatori con i numeri da cinquecentouno in su; sono parecchi, a occhio hanno quasi finito i numeri naturali disponibili. Approfittando della ressa, qualcuno decide di far tornare l’umanità all’età della pietra e comincia a superare qualche postazione. I finlandesi sono molto civili, ma non sono cretini, così ci ritroviamo tutti in piedi prima delle sei del pomeriggio, vale a dire con circa due ore di anticipo sull’inizio del concerto. Gli spalti sono praticamente vuoti e noi siamo in piedi come asparagi. Certo, ci sono disgrazie peggiori; certo, ho una transenna cui appoggiarmi e le persone intorno a me sembrano tutte garbate; certo, sono in linea retta con l’asta del microfono di Little Steven e dieci anni fa avrei ucciso per questo posto, ma un buon motivo per mugugnare si trova sempre. Ad esempio: mi annoio.
Non succede niente, non ci sono nemmeno ancora gli omini delle luci che danno spettacolo salendo sull’asse dei riflettori con una scaletta di cavi d’acciaio grande come il mio stampo per i ravioli. Al massimo ci sono quelli che preparano gli strumenti, ma, via, non è poi così emozionante, e poi li ho visti almeno trenta volte.
E questo che arriva con la chitarra a tracolla chi è? Non è Kevin… Ah, no, è Bruce.

C’è poco da fare retorica. Lo sapete tutti: poco dopo le diciotto, Springsteen – in t-shirt grigio triste e Ray Ban modello Blues Brothers – è arrivato sul palco e ha tenuto un pre-show acustico durante il quale ha dialogato molto con il pubblico, ringraziando i fan scandinavi ed europei per la fedeltà, e ha suonato ben cinque canzoni, di cui quattro rare e due splendide, accogliendo alcune richieste (I’ll work for your love, Leap of faith, No surrender, Blinded by the light e For you, non ricordo più se in questo ordine). Prima di congedarsi, ha passato in rassegna tutta la prima fila, come un generale davanti alle truppe, stringendo mani e scambiando una parola con ciascuno.
Di solito, quando durante il concerto Bruce si accosta alla prima fila, anche chi è più indietro si sporge e spinge per raggiungerlo (la maggior parte di loro torna addirittura al proprio posto dopo che Bruce se ne è andato). È comprensibile, bisogna solo pensare che passa subito, stare attenti a non farsi proiettare fuori dallo stadio, non perdere il contatto con Bruce, tenersi gli occhiali sul naso. Detto così non si direbbe, ma non è una brutta esperienza. Mi aspettavo, perciò, che al passaggio di Bruce, le persone dietro di me cercassero di insinuarsi per salutarlo, per dirgli qualcosa o dargli la mano. È tanto se ho notato infilarsi un timido, rispettoso braccio. Senza il favore del buio e dell’illuminazione confusa dei riflettori, senza  il baccano di uno stadio intero, senza l’amplificazione a coprire gli urli indispettiti, nessuno ha osato fare la figura del bifolco davanti a Springsteen: ciascuno è rimasto impettito al proprio posto, in paziente attesa di essere passato in rassegna.

Bruce passa anche da me.
In virtù del fatto di essere di fronte alla passerella della transenna e non di fronte a un palchetto, me lo ritrovo faccia a faccia: non più con le ginocchia all’altezza del mio naso, dunque, ma proprio “qui davanti”: come te che leggi e lo schermo del tuo computer, forse solo leggermente più vicini.

Bruce Springsteen a Helsinki mentre - a giudicare dai visi immortalati nel maxischermo - saluta me o mio marito

Tutta la vita – o, almeno, da che ho ricordo – ho sperato di essere faccia a faccia con Bruce, e vi prego di credermi se vi dico che in trent’anni me ne sono venute in mente parecchie, di cose vagamente intelligenti da dirgli. Credo anche di ricordare l’ultimo attimo di lucidità, nel vederlo approssimarsi, in cui ho pensato “ora arriva e gli dico questo, e se mi risponde così, io ribatto quello, se mi risponde cosà, ribatto quell’altro”.
E alla fine è arrivato da me – proprio da me – e suppongo che mi guardasse da dietro le lenti scure. È stato quando ho finalmente compreso cosa sia l’ansia da prestazione: l’angoscia paralizzante data dalla presunta responsabilità di dover fare qualcosa di buono, perché qualcuno, alla cui opinione in qualche modo teniamo, se lo aspetta. 

Credo di avergli detto “Hn, Prun, heaw tin”, o qualcosa di altrettanto brillante, e gli ho mostrato le carte confidando nel linguaggio dei gesti; lui ha fatto mostra di ricordarsi delle nostre carte (non di apprezzarle, solo di averne ricordo) ed è passato oltre. Tutto quello che sono riuscita a fare è stato assicurarmi di mettere la mano di Springsteen in quella di mio marito; e l’ho lasciato andare, come si fa con gli amori disperati: si lotta strenuamente per conquistarli, si spera contro ogni logica in un esito felice, si sopportano tutte le umiliazioni e le fatiche e poi, un giorno, dopo molti anni, quando si è talmente abituati al dolore da non sentirlo più, semplicemente, senza una precisa causa scatenante, li si lascia andare.

Ecco cosa è successo: Bruce Springsteen, l’amore più lungo della mia vita, il nanerottolo con evidenti problemi di malocclusione che da venticinque anni addobba le pareti delle mie stanze, è venuto a parlare con me (o almeno a provarci), mi ha dato la mano e se n’è andato, e io l’ho lasciato andare. Perché sono cresciuta, sono una donna matura e composta, non sono una ragazzina isterica davanti al divo di Twilight o una tardona ormonata con una ricaduta di adolescenza come le fan di Paolo Conte. Sono una rispettabile signora che ha passato la trentina, ho un marito, una casa, un mutuo, apparentemente un lavoro, una ciocca di capelli bianchi e problemi di sovrappeso. Sono una che ha contegno e senso della misura.

E sono un’idiota – ecco cosa sono -, un’imbecille integrale, una cretina patentata, una stupida esemplare.
Due ragazze, poco dopo di me, gli chiedono un bacio e lui si concede. Sono graziose, è vero, ma non sono due top-model e chissà, forse se almeno ci avessi provato, avrei potuto riceverne uno anche io.
Ah, il bacio di Springsteen! Dev’essere un po’ come la cicatrice di Harry Potter: il segno di un amore supremo che ti protegge e rende infallibile; magari non simpaticissimo, ma infallibile. Come ho potuto perdere l’occasione di ricevere un bacio da Springsteen?
Cerco di farlo tornare indietro (prima chiamandolo, poi usando la Forza, ma sono invidiosa e non funziona), ma lui – equo e giusto come re Salomone – non bada a me e prosegue la sua rassegna. Guardo la torre panoramica accanto allo stadio, ma i suoi settantadue metri sono troppo pochi: la mia disperazione impone di gettarmi da molto più in alto.

Bruce Springsteen durante lo show di HelsinkiUn paio d’ore dopo, inizia il concerto. Durante il pre-show, Bruce aveva raccolto delle richieste, che erano state dapprima disposte intorno alla batteria, poi subito rimosse. Chissà se se ne ricorderà?
Springsteen – come a volersi assicurare la nostra partecipazione – ci preannuncia che, quale ultima data europea, sarà una serata speciale. In caso qualcuno non avesse compreso, attacca con Rockin’ all over the world. 
Nils Lofgren è visibilmente raffreddato, porta un foulard al collo e ha il naso rosso come la renna Rudolph. Tra quello e il suo aspetto da elfo, è molto intonato all’ambiente. Patti Scialfa non c’è. Questo ci mette al sicuro dall’esecuzione (sempre in agguato) di sue canzoni  e da estenuanti duetti.

Nel pit – come pare sul più lontano degli spalti – ci si diverte un mondo. Bruce suona canzoni vecchie e nuove e soddisfa le richieste, sia quelle particolarmente circostanziate (Prove it all night con l’introduzione dei concerti del 1978, come specificato sul cartello), sia quelle meno usuali (e apprezzatissime) come Does this bus (titolo completo: Does this bus stop at 82nd street?, per chi deve cercarla in rete). In caso qualcuno se lo stesse domandando, non suona Zero and blind Terry. Dai trentatré brani che compongono la scaletta del concerto “ufficiale” non sono esclusi i tre tormentoni di The Rising, durante la cui esecuzione, però, non oso più manifestare disapprovazione.

Bruce è un continuo cercare contatto con il pubblico: va sui palchetti, cammina sulle passerelle, scavalca le transenne (lui!) per la disperazione delle sue guardie del corpo, cui sembra fare finte e dispetti per essere lasciato libero.
Torna più di una volta anche dalle mie parti – sebbene non molto a lungo – e stavolta sì che devo far fronte a torme di spettatori che vogliono frapporsi fra me e lui, ma i miei bodyguard non sono da meno e non mi scrosto dalla mia posizione.
Ci siamo, Bruce è di nuovo qui. Già sa che sono una scema, una figuraccia in più o in meno non cambierà il mio destino. Gli chiedo un bacino.

È proprio americano Springsteen. Va bene celebrare le sue radici italiane, va bene riconoscere la componente irlandese, ma… accidenti se è americano. È di quelli che credono nella “seconda opportunità”, ottusamente coerenti al punto da non negarla proprio a nessuno. Io resto sigillata in una bolla, sento solo una superficie liscia e delicata contro lo zigomo destro, l’odore di una schiuma da barba del supermercato e un impercettibile (io l’ho percepito!) risucchio sulla guancia destra, un po’ vicino all’orecchio, più o meno all’altezza dell’incontro delle arcate dentali.
Sono l’unta del Signore.

Ora Patti Scialfa potrebbe pure fare “Bubu-settete” da dietro Jake Clemons e sterminarci  con sei ore di vocalizzi, e il concerto sarebbe bellissimo lo stesso. Fortunatamente non accade, anzi, Bruce e la E-Street Band tengono altissimo il livello della serata, non affidandone la riuscita ai siparietti con il pubblico, bensì sfornando chicche su chicche, tra cui – perdonerete la sfacciataggine – Back in your arms.

Il concerto termina con Twist and shout, altro brano su cui non mi permetto più di non saltare come un canguro, durante il quale Jon Landau si aggiunge alla band. Bruce è un continuo su e giù dal palco, e quando sembra che sia soddisfatto di come ci ha ridotto e che la canzone stia per finire, annuncia di aver appena appreso che mancano due minuti al record delle quattro ore di concerto.
Nils Lofgren reagisce con malcelato disappunto al pensiero della borsa dell’acqua calda che si allontana di altri preziosi minuti e continua a suonare rassegnato.

Bruce Springsteen e la E-Street Band stabiliscono il record delle quattro ore di concerto. Helsinki, 31 luglio 2012

Dopo quattro ore e sei minuti – chi dice sette, chi dice dieci, chi dice “basta, mi arrendo!” – termina il più bel concerto al quale io abbia assistito.
Se state pensando che il mio giudizio è viziato dal bacio di Springsteen sulla Sacra Gota, avete ragione: osannerei anche tre ore di Pony Boy, se mi avesse baciata nel mentre, ma il punto è proprio questo: non può che essere strepitosa l’esibizione di un artista che si prende la briga di soddisfare il suo pubblico anche nel capriccio del cartello, del bacino, del ballo sul palco.

La notte di Helsinki ha ricompensato ampiamente l’aver rinunciato ai – pur strepitosi – concerti di Goteborg. Finito il concerto, i soldi, il tempo, le ferie, siamo soddisfatti e appagati per quello di cui siamo stati come non mai protagonisti. 
Resta solo un rammarico: il tour continua negli Stati Uniti e noi non abbiamo i biglietti. No, non so quando ce ne sarà un’altra, ma so di certo che non era questa l’ultima puntata.

Le immagini a corredo dell’articolo sono impunemente tratte dal sito ufficiale di Springsteen, da msnbc, o sono gentilmente concesse da Alessio Rozzi e Andrej Skrinjar.

Il video seguente testimonia che la storia di Springsteen che saluta i fan non è un parto della mia immaginazione (come io stessa talvolta temo che sia):

 

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