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Musica

Il mondo secondo il gamete maschile

Soft-spoken, si direbbe nella lingua d’Albione, se si volesse catturare una prima, istintiva impressione di Damien Rice. Anche se, a ben vedere, quello stesso tono, quelle esse sibilate dolci, quelle erre arrotondate, quelle ti aspirate sono patrimonio genetico dell’intera popolazione della verde Éire e dei dublinesi in particolare. Questo minuto songwriter sembra incarnare ogni stereotipo esistente sugli abitanti della Repubblica del trifoglio: un efebo rosso di capelli, la musica nel sangue, il menestrello dal temperamento infuocato che incanta con lo sguardo e le parole. Ed è proprio questa sua apparente aderenza ai canoni che, anche in patria, presta il fianco all’altra anima irlandese, quella dissacrante e cinica dell’humour nero e dell’autocritica spietata, il residuo per così dire protestante del carattere nazionale. In un popolare cartoon irlandese à la Simpson, Rice viene infatti dipinto come un’ottusa star alternativa ad ogni costo, un radical chic imbevuto di retorica progressista e dedito allo yoga, distante anni luce dalla genuina ruvidità di musicisti suoi coevi forse meno conosciuti (uno su tutti, Glen Hansard, frontman dei The Frames e anche lui busker della prima ora). Non c’è però nessun paragone possibile cui si possa ridurre l’incredibile storia di questo cantautore sui generis, e non lo si può confinare entro schemi facili da tracciare, né musicalmente né per quel che riguarda le sue scelte professionali e le sue esperienze. Anni e anni di gavetta, prima come busker poi come frontman dei Juniper, band che abbandona prontamente appena il primo disco comincia ad avere successo, allergico alle pretese delle case discografiche allora come adesso. Si rifugia in Toscana dove lavora in una fattoria e scrive. Quando torna in Irlanda, il produttore David Arnold gli regala un piccolo studio mobile con il quale Damien registra il primo disco, da lui quindi interamente prodotto, così come il secondo, che uscirà quattro anni dopo il primo. Nessun nuovo disco da allora. Solo qualche canzone nuova presentata nei suoi tour dal vivo e mai incisa. Ha comprato una vecchia barca che ha rimesso a posto e con la quale va in giro ogni tanto, indossa gli stessi vestiti e gli stessi strumenti di quando suonava per le strade, in giro per l’Europa, con il cappello davanti.

Damien Rice - Photo: Serena Smeragliuolo © Fucinemute

Dopo cinque anni di assenza dai palchi italiani, Rice ritorna quest’anno sui nostri lidi per una breve serie di date, fra il 25 e il 31 luglio: Grado, Ferrara, Firenze e Roma. E noi lo andiamo a sentire proprio all’Isola del Sole per il suo primo appuntamento italiano in un’estate che l’ha visto esibirsi già in Francia, Austria, Belgio, Lettonia e Turchia. La diga Nazario Sauro ospita questa data del Grado Festival Ospiti d’Autore, in una serata umida, fitta di zanzare, che nulla però possono contro lo splendido panorama della scogliera protesa sul mare aperto, ancora fievolmente accesa da un sole che stenta a calare. Il pubblico si dispone alla spicciolata nei posti numerati che ci sembrano in disarmonia con il tenore delle note che andremo a sentire: ci saremmo quasi aspettati di poterci accomodare per terra, le gambe incrociate, come si fa davanti ad un falò sulla spiaggia – forse non siamo così immuni agli stereotipi, in fondo. Si aspetta che cali il buio, e ci sistemiamo con una birra, – che a questo punto avrebbe dovuto essere una Guinness, per coerenza – proprio così, per terra a lato del palco, nella speranza che la security non sia troppo ligia e gli spettatori confinati sulle sedie troppo rancorosi. Damien Rice lascia scorrere il classico quarto d’ora accademico prima di irrompere sulla scena dove campeggiano soltanto un pianoforte, un microfono e una poltrona vagamente retrò, quasi nascosta a lato del palco insieme a un tavolino, e attacca subito con una Older Chests quasi soffiata, inno allo scorrere del tempo che cambia le cose, seguita immediatamente dalla più ritmata Coconut Skins, tratta dal suo secondo album, qul “9” che lo ha definitivamente fatto assurgere allo status di star internazionale.

Ed è a questo punto che il folletto cambia pelle e si produce in un’introduzione al pezzo successivo degna di un consumato attore di cabaret. The Professor & La Fille Dance, suo celeberrimo inno alla copula, che eseguirà subito dopo, gli offre lo spunto per raccontare come molte canzoni nascano da ciò che di più terreno e umano ci contraddistingue, semplicemente, e senza tanti giri di parole, il sesso. Rice non usa mezzi termini: in quanto uomo, non può che raccontare, dal suo punto di vista della barricata, cosa succede quando è il livello di sperma a condizionare stati d’animo e azioni, a far scrivere canzoni, a far nascere idee e a cambiare il corso delle cose. Lo sperma è divertente, diciamocelo, e quello che diventerà il fil rouge della serata (o, per dirla con un noto regista filosofo, la nostra “sottile linea bianca”) non può che calamitare le simpatie del pubblico verso questo rascal di trentanove anni che ridimensiona, pezzo dopo pezzo, l’idea tragica della sofferenza d’amore attraverso il comune e prosaico senso di appartenenza alla specie animale. Questo per chi di noi avesse pensato di trovarsi davanti al luogo comune incarnato del troubadour con il cuore che sanguina, ad un Jacques Brel o un Tenco scorticato dalla vita. Damien Rice, per tutto il concerto, non ha fatto che disattendere queste aspettative, dandoci un assaggio di spettacolo della stessa caratura di un navigato Serge Gainsbourg.

Damien Rice - Photo: Serena Smeragliuolo © Fucinemute

E diciamo un assaggio non perché sia stato parco nell’elargire suoni e voce, ma perché avremmo voluto sentirlo ancora e ancora, tanto la combinazione di abile chansonnier ed esperto intrattenitore ci ha convinti. All’inno al gamete maschile, Rice fa seguire la notissima Volcano, scandita in modo irresistibile e pepata da una chiamata alla partecipazione del pubblico: una trentina di persone sono state invitate a salire sul palco per unirsi all’esecuzione di uno dei suoi pezzi più conosciuti, con un riff contagioso che Rice ha esaltato invitando ad un ritmo e a una velocità sempre crescenti. Il testo di Volcano è quanto di più esemplificativo della Rice-filosofia sulle relazioni d’amore, la richiesta esplicita che molti vorrebbero fare al loro partner: “Non fare di me il centro della tua vita, i vulcani bruciano, non perdere la tua dignità davanti a me, quello che io sono per te non è ciò che ti serve, tu mi regali montagne sempre più alte ed io invece ti chiedo il mare, quello di cui io ho bisogno davvero è ciò che mi fa sanguinare”. Roba da rompere le ossa a chiunque, non fosse per la leggerezza con cui il nostro Virgilio della serata ci accompagna attraverso i picchi e gli abissi del cuore infranto, riportandoci ogni volta a terra. Allo sperma, appunto. Alla casualità, alla meravigliosa semplicità e completezza del corpo, alla bellezza della prova e dell’errore, alla tranquilla certezza del “passare del tempo con noi stessi”, come lui e i suoi connazionali amano definire la masturbazione, quel “fare del sesso con qualcuno che si stima davvero” di alleniana memoria.

Volcano coinvolge tutto il pubblico, con Damien a condurre fino al parossismo finale, quel “You do not need me” urlato che mette la classica pietra sopra a tutta l’eterna questione. Non ci dà respiro, il menestrello, e attacca subito con un’altra delle sue canzoni più conosciute in assoluto, quella I Remember che, in un duetto con Lisa Hannigan, continua ad incantare e devastare chi scandaglia Youtube anche dopo sei anni da quando i due hanno preso strade diverse. Il crescendo del pezzo, pur in mancanza del contraltare sabbiato della voce della Hannigan, non offre scampo: è la disperazione nera e fonda di un addio che monta verso il parossismo della disperazione, in forma di accordi di chitarra e voce a questo punto inconfondibilmente rock. Di seguito e senza interruzioni si passa ad Eskimo, uno dei pezzi più belli del primo album, “O”, datato 2002 e dedicato a Mic Christopher, amico musicista, busker della prima ora come lui e Glen Hansard, morto l’anno prima per una caduta dalle scale all’uscita da un bar dopo un concerto in Olanda. L’eskimo friend a cui Damien si rivolge quando la vita lo butta giù, non è un segreto per nessuno, è la cocaina, salvifica ancora contro la tristezza e la solitudine, che Rice omaggia fuori dalla retorica della “droga brutta e cattiva” che bisogna disconoscere ad ogni costo. E, a seguire, il pezzo forse più indiavolato del suo repertorio, un Bolero di Ravel in salsa irlandese: Me, my yoke and I, una sola, infinita linea melodica che si rigira su se stessa esponenzialmente, sempre più veloce e intensa fino al climax finale. Un altro rapporto sessuale, quello di un adolescente alle prese con il proprio arnese (ché questo significa yoke nello slang irlandese) di cui ha appena scoperto la potenza e l’anelito.

Damien Rice - Photo: Serena Smeragliuolo © Fucinemute

A questo punto, la chitarra del nostro, già abbondantemente provata e rappezzata più volte (i graffi sul legno ce la fanno riconoscere come quella che Rice non sembra aver mai cambiato nel tempo, sin dai suoi esordi) alla fine del pezzo chiede pietà con uno strappo di corda che decreta giunta, con un tempismo che mai sapremo quanto predeterminato, l’ora del pianoforte. Con un sospiro iniziale con cui sembra farsi coraggio, attacca una stupenda, dolorante, appuntita Nine Crimes, quella nel cui improbabile video la testa mozzata di Lisa Hannigan giace a fianco ad un cassonetto (“Leave me out in the waste…”) prima di passare nelle mani di Damien a mo’ di palloncino e poi scoppiare centrata dalla fionda di un ragazzino.

E già che c’è, al piano, ci resta, gocce di sudore a pioggia sui tasti, per graffiare e accarezzare insieme Accidental Babies, un grido di mancanza verso una donna che ormai sta con un altro, un’invocazione, una disperata domanda: “And what about me?”. E non possiamo fare a meno di chiederci se questa intensità non sia almeno in parte da attribuire a ciò che Rice dichiarò nella prima intervista concessa dopo ben tre anni di silenzio in seguito alla sua rottura con Lisa Hannigan, quando ammise pubblicamente che l’amava ancora e che avrebbe rinunciato alla sua carriera e ad ogni altra cosa se solo lei avesse deciso di far parte di nuovo della sua vita. In quella stessa intervista, Rice disse anche che amava persino il fatto che lei non gli avesse più parlato da allora, perché questo gli aveva insegnato a non commettere più gli stessi errori con altre persone a lui vicine. Quando si stacca dal piano, fuori dalle luci blu e gialle e dal fumo di scena, riprende in mano la chitarra per una martellante Wild and Free e per raccontarci di nuovo, introducendo Amie, di quando lo sperma in eccesso gli fece venire in mente l’idea sbagliata che poteva forse trasformare una lunga amicizia in una storia di sesso, per poi finire a dormire da solo e consolarsi da sé. Con Childish, invece, prende in giro il se stesso degli inizi, la prosopopea del credersi profondi, incompresi e alternativi, tanto da non dover rispondere a nessuno delle proprie azioni e da rendersi incommensurabilmente ridicoli. Quei tempi, e lo dice con tono sarcastico, sono definitivamente andati.

Damien Rice - Photo: Serena Smeragliuolo © Fucinemute

Ed è la volta di un altro pezzo forte, Woman like a Man, in cui Rice ci racconta la rabbia che ha provato verso una donna che amava e che con lui si è comportata come un uomo, usandolo e dicendogli chiaramente che la loro era per lei una storia come tante. Mettendolo di fronte a se stesso, in altre parole. Segue un’appassionata Cold Water che sfocia senza interruzioni nell’unica cover della serata, la struggente Hallelujah di Leonard Cohen: forse non raggiunge le vette interpretative di Jeff Buckley, ma la voce di Rice è perfetta, grave e angelica in alternanza, per dare alle poche strofe che ci regala un carattere unico. Chiede il buio totale, poi, e si allontana dal microfono mettendosi al limite del palco per una strepitosa Cannonball, altra hit fra le numerose che ha prestato al cinema e alla televisione. Senza difficoltà la sua voce e la chitarra, ora senza alcuna amplificazione, arrivano chiare e forti non solo alle nostre orecchie, ma da qualche parte sotto la pelle.

Se ne va, anche se non ci crede nessuno. Richiamato subito sul palco per i canonici bis, che ormai solo qualche anacronistico jazzista o un’altezzosa Madonna possono osare rifiutare ad un pubblico urlante, ci dà finalmente “quela bela”, come diremmo a Trieste, l’universalmente acclamata The Blower’s Daughter, portata al successo stellare dal celebre Closer, il film di Mike Nichols con Natalie Portman, Jude Law, Clive Owen e Julia Roberts tratto dall’opera teatrale di Patrick Marber, della cui colonna sonora è elemento portante. E in teatro si trasforma, il suo show di questa sera, quando sceglie fra il pubblico una ragazza che lo accompagni durante l’esecuzione di Cheers Darling. Ecco finalmente spiegata la presenza della poltrona, del tavolino e di una bottiglia di vino rosso e due bicchieri che sono nel frattempo magicamente comparsi in scena. Rice racconta la storia di un ragazzo e una ragazza che si scontrano all’ingresso di un bar dove si rifugiano per ripararsi dalla pioggia, del loro flirtare mentre scolano, bicchiere dopo bicchiere, un’intera bottiglia di vino, dell’aspettativa di lui che cresce fino al momento di lasciare il bar, quando lei lo saluta perché il suo ragazzo l’aspetta da qualche parte. Siamo stati fortunati: la ragazza scelta è in parte, beve il vino con lui fino a finire la bottiglia, da attrice consumata, e non ci tedia con l’imbarazzo tipico e l’invadenza delle fan sfegatate. Perfetta comprimaria, mantiene il controllo persino mentre lui le canta intorno e le sussurra all’orecchio le strofe più intime. La claque della ragazza si fa sentire, ma non è molesta, e alla fine c’è spazio per un abbraccio e per un’ultima canzone. Che sarà Elephant, suonata con impeto tale da rompere un’altra corda mentre ancora una volta rivolge a chissà chi la domanda cruciale: “You’re already gone, so why am I clinging?”. Te ne sei già andata, perché continuo ad aggrapparmi a te?

Damien Rice - Photo: Serena Smeragliuolo © Fucinemute

Sorride Damien, mentre cerca di portare a termine il pezzo in quelle condizioni, e trova comunque il modo di farcela arrivare, quell’ultima frase che a tutti, prima o poi, è capitato di pensare, e che tradurre è puro delitto: “But you can’t make me happy, quite as good as me. Well, you know that’s a lie”. Va via per davvero, adesso, e noi ci avviamo verso l’uscita intontiti e con tutte le note ancora in circolo. L’organizzazione perfetta dell’evento non ha lasciato spazio a critiche, e la security ci aveva piacevolmente sorpreso per l’attenzione e la discrezione dimostrata durante il concerto. Non fosse che all’ultimo minuto siamo stati pregati di lasciare la Diga in tutta fretta, ed abbiamo poi, a distanza di poche ore, rimpianto amaramente di non esserci ribellati. Ci hanno detto il giorno dopo i più disobbedienti, gli ultimi rimasti, che Damien Rice si è seduto per terra e ha bevuto con loro, subito dopo il concerto. E ha suonato, voce e chitarra, ancora per un po’ su quella scogliera, gli stessi ciuffi disordinati e giacca di velluto di quando si esibiva per le strade a Dublino, una ventina d’anni fa. Mancava solo il falò, ci hanno detto. E noi li abbiamo, profondamente, odiati.

Le foto del concerto sono di Serena Smeragliuolo.

Commenti

Un commento a “Il mondo secondo il gamete maschile”

  1. Articolo illuminante.

    Dettagliato, a tal punto da farci rivivere -idealmente- la serata.

    E ricco di quei piccoli spunti aneddotici che ti inducono a soffermarti su piccole sfumature spesso non considerate.

    E, in ultimo, finalmente!

    Finalmente, qui da noi, s’inizia a parlare di questo straordinario ragazzo, il cui album d’esordio fu ed è un capolavoro sorprendente.

    Io, nel mio piccolo, ne parlai, con brevità e banalità, nel mio blog, quando ancora avevo tempo per curarlo…

    E mi fa molto piacere leggerne ora, qui.

    Complimenti per l’articolo!

    Di Don Chisciotte | 18 Agosto 2012, 23:17

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