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Fumetto

Gianfranco Manfredi

Shanghai Devil: la Cina al tempo dei boxer

È dall’ottobre del 2011 che le edicole italiane propongono mensilmente Shanghai Devil, una mini-serie a fumetti molto particolare. È la prima volta infatti che in casa Bonelli il protagonista di una collana è lo stesso di una precedente, che si era conclusa tre anni prima. Il giovane romano Ugo Pastore aveva infatti condiviso con altri tre coprotagonisti le sorti dell’avventura coloniale italiana in Etiopia nella mini-serie Volto Nascosto, scritta da quell’abile tessitore di racconti che risponde al nome di Gianfranco Manfredi. Ugo ora si muove in uno scenario del tutto nuovo per un fumetto (e qui sta l’altra particolarità) ovvero la Cina della rivolta dei Boxer.

Shanghai Devil

La città di Shanghai nel 1897 è la porta di questo universo ignoto, dove l’unico punto fermo è rappresentato inizialmente dal padre Enea che vi lavora per conto di un’impresa commerciale italiana. Ed è in questa città che Ugo indossa per la prima volta la maschera argentata ereditata dalla precedente avventura africana, quando vuole vendicare le ingiustizie a cui assiste. Diventa così per tutti, cinesi e stranieri, il misterioso eroe mascherato Shanghai Devil! Ma se qualcuno pensasse di trovarsi di fronte all’ennesimo eroe a fumetti senza macchia e senza paura che cela il suo volto dietro ad una maschera, si sbaglierebbe di grosso. La maschera, come vedremo anche nell’intervista a Gianfranco Manfredi, non oscura affatto l’uomo che c’è dietro: il protagonista rimane sempre Ugo.

Già in Magico Vento e Volto Nascosto, le sue precedenti serie a fumetti pubblicate dalla Sergio Bonelli Editore, Manfredi aveva intrecciato con equilibrio Avventura e Storia e, come in Volto Nascosto, l’argomento dell’attuale mini-serie è rappresentato dalle guerre coloniali. In particolare la Cina di fine Ottocento era diventata il teatro dei conflitti economici e politici fra le grandi potenze dell’epoca, ai danni delle risorse e della popolazione locale: un tema poco sviluppato tanto nei fumetti quanto nel cinema. Ugo si muove da Shanghai fin dentro la corte imperiale di Pechino, viaggia nelle campagne cinesi, tocca le città di Tientsin e Taku, incontra avventurieri, affaristi, spie e soldati occidentali, e soprattutto i ribelli Boxer. Manfredi sta tessendo con perizia la trama della vicenda personale di Ugo che si intreccia con quella storica della rivolta dei Boxer del 1900. Il tutto rappresentando con meticolosità tanto i costumi, le ambientazioni e i paesaggi che conferiscono un tono epico alla storia, quanto gli innumerevoli personaggi che attribuiscono credibilità all’avventura.

Diciotto uscite mensili complessive stanno conducendo i lettori all’interno di un mondo affascinante e, per molti, del tutto nuovo. Manfredi li accompagna anche con degli interessanti redazionali che approfondiscono temi e personaggi incontrati nelle storie. Nell’intervista che segue l’autore marchigiano ne discute con passione e competenza.

Alessandro Olivo (AO): Nella presentazione di Shanghai Devil, scritta da Sergio Bonelli nel primo numero della tua mini-serie, si evidenziava come la Cina avesse sempre esercitato un fascino speciale sugli autori bonelliani, costellando di personaggi dell’estremo oriente le storie di Tex, Zagor, Mister No o Martin Mystère, solo per citare alcune collane storiche. Allo stesso modo anche l’immaginario occidentale è stato popolato da figure esotiche cinesi, positive in alcuni casi (come il detective Charlie Chan) ma negative in molti altri (vedi Fu Manchu di Sax Rohmer). Il compianto editore e sceneggiatore aggiungeva quindi che è ora che «il fumetto può concedersi di gettare su quelle terre lontane uno sguardo meno ingenuo, più rigoroso e storicamente documentato, ma non per questo meno avventuroso e appassionante». Un bell’attestato di stima nei tuoi confronti, ma nello stesso tempo un compito impegnativo, quello di sgretolare vecchi stereotipi, vero?

Gianfranco Manfredi (GM): È un compito antico quello di combattere gli stereotipi, e nasce da una radice filosofica: dubitare delle apparenze, svelare gli inganni del discorso artefatto e della “persuasione”. Il difficile è, quando si sposa questo punto di vista critico, mantenersi distanti da statuti ideologici, da letture troppo di comodo della Storia. La critica della propaganda, in particolare, non può permettersi di essere propagandistica. Bisogna chiedersi quanti dei giudizi sommari del passato, abbiano pesato su ciascuno di noi, sulla nostra formazione, e quanto ci condizionino ancora nel giudizio. Dunque è una critica che coinvolge anche il nostro modo di vedere le cose. E comporta il rischio di una certa impopolarità, perché l’atteggiamento più diffuso (come si nota anche sui social network) non è quello di ragionare, ma quello di contrapporre propaganda a propaganda.

Alessandro NespolinoAO: Immagino che il lavoro di documentazione e ricerca sia stato notevole. In questo sei stato aiutato anche dai lettori di Volto Nascosto, che ti hanno inviato spontaneamente molto materiale dopo che avevi rivelato la volontà di proseguire le avventure di Ugo Pastore nella Cina della rivolta dei Boxer. Hai inaugurato involontariamente un metodo nuovo e partecipativo di raccolta di dati, foto, scenari, suggerimenti, informazioni utili per la creazione del fumetto? Come ti sei sentito dopo tutta questa manifestazione di interesse, e in fondo anche di affetto?

GM: In verità, la partecipazione è stata più vivace con Volto Nascosto che con Shanghai Devil. Nel primo, si parlava molto di Storia italiana. Molti lettori scoprivano chi era il tal personaggio cui nel proprio Paese era stato dedicato un monumento. Ritrovavano frammenti di memorie famigliari. Era più difficile che ciò avvenisse per la Cina. Il nostro coinvolgimento nella Rivolta dei Boxer fu assai marginale. E la Cina ci è ancora molto lontana e sconosciuta, nella sua Storia, nella sua cultura, nelle sue istituzioni politiche, nel suo stesso territorio.

Speravo che Shanghai Devil mi avrebbe consentito maggiori scambi con i cinesi italiani, ma questo non è avvenuto, anche per un motivo semplicemente “di medium”: storicamente, il fumetto cinese non ha i balloon e risponde ad altre caratteristiche narrative. Un lettore cinese, anche giovane, resta sconcertato di fronte a un fumetto Bonelli: non è una pubblicazione destinata all’infanzia e non è neppure un fumetto didascalico per adulti, insomma è una forma narrativa cui non sono abituati.

AO: Volto Nascosto e Shanghai Devil condividono alcuni elementi: fra questi il personaggio di Ugo Pastore e la maschera. Nella prima mini-serie tuttavia Ugo non era l’unico protagonista: fra gli altri tre spiccava appunto Volto Nascosto che, con la sua maschera calata sul volto, raffigurava un eroe di stampo più classico. In Shanghai Devil, invece, Ugo ha molto più spazio e così emergono le sue qualità umane, come la sensibilità e il desiderio di giustizia, a dispetto della maschera di eroe con la quale cerca di risolvere i problemi ma che, spesso, gliene procura di maggiori. Come e perchè è evoluta, tra le due mini-serie, la figura dell’eroe e il significato della maschera?

GM: Il tema della maschera è centrale, da sempre, nel fumetto. Lo è diventato tanto più oggi: dalle maschere di V for Vendetta, ai cappucci non poco fumettistici delle Pussy Riot. Le stesse aggregazioni dei cosplayer cosa sono, se non un “mettersi in maschera” che deriva da un “pensarsi in maschera”?

Shanghai DevilDunque cercare di raccontare le varie sfumature, i diversi significati dell’assumere una Maschera mi pareva un tema interessante da trattare. Ugo Pastore se lo pone così: fa davvero differenza indossare la maschera oppure no? Ci si può emancipare dalla Maschera? Il finale di V for Vendetta, da questo punto di vista è di straordinario interesse: quando TUTTI indossano la stessa maschera, l’eroe cessa di esistere come singolo, e insieme il protagonismo delle masse, dandosi un’identità, diventa Anonimo. Questo dice molto sul nostro tempo attuale. Il finale di Shanghai Devil non posso raccontarlo perché la serie è ancora in corso, però è un tantino più complesso. Già qualcosa si intuiva in Volto Nascosto: la maschera passa di mano in mano, dunque sopravvive alle persone. La maschera è in qualche modo Tradizione, che precede e oltrepassa i protagonisti storici e la loro ricerca identitaria.

AO: Un altro elemento in comune fra Volto Nascosto e Shanghai Devil è lo sfondo storico rappresentato dalle guerre coloniali di fine Ottocento. È un periodo in cui si sono sviluppate molte ideologie le cui influenze si vedono ancora oggi nel nostro mondo moderno. In un certo senso le tue storie raffigurano, come sfondo, l’inizio di un’epoca che non è ancora finita, caratterizzata anche dall’aggressione colonialistica nei confronti dei popoli più deboli. Sei d’accordo?

GM: Sì, e infatti il mio nuovo fumetto (una serie lunga che ho appena cominciato a scrivere) sarà ambientato sempre alla fine Ottocento, nell’Africa subequatoriale. Si parla dei cascami dello schiavismo, della diffusione in occidente dell’idea di Selvaggio e delle origini del razzismo moderno. È ovviamente una storia d’avventura che percorre scenari già affrontati da Tarzan, per esempio, o da Phantom, e in letteratura dai racconti di viaggi dei grandi esploratori, dai romanzi di Salgari e di Wilbur Smith (Il salgariano La favorita del Mahdi tratta lo stesso tema del romanzo di Smith Il trionfo del Sole).

Però io ho cercato di affrontare questa materia da un punto di vista molto particolare. Il mio protagonista è un antropologo che combatte lo schiavismo. Dunque c’è una certa continuità tematica con le due serie precedenti, anche se questa ha caratteristiche del tutto diverse narrativamente.

AO: In un mondo così complesso e variegato come quello cinese, hai portato un po’ per mano noi lettori facendoci addentrare per gradi nella storia: per dirne una, la rivolta vera e propria dei boxer esplode oltre la metà della serie. Perché hai scelto questo modo ad imbuto rovesciato per sviluppare la narrazione?

GM: Il contesto era complesso e andava raccontato per gradi, altrimenti non si sarebbe capito niente. Un inizio lento consentiva una progressiva accelerazione che esplode nei numeri finali, gli episodi più pieni d’azione e di risvolti drammatici che io abbia mai scritto.

Barbati e RamellaRiflettendo sui fumetti che si pubblicavano, avevo notato che si tendeva spesso a cominciare con dei grandi fuochi d’artificio per sorprendere il lettore e tenerlo legato da subito alla serie, ma poi spesso le singole storie si ripetevano in modo schematico, e le serie finivano a pera. Pur consapevole del rischio “commerciale” che correvo cambiando le carte in tavola, ho scelto invece di strutturare il racconto a vantaggio di un Gran Finale. Poi può anche darsi che non piaccia, questo finale perché, pur nella sua spettacolarità, è stranissimo.

AO: Così come l’Africa di Volto Nascosto, anche la Cina di Shanghai Devil ti offre la possibilità di collocare le avventure in grandi ambienti e spettacolari scenari, tali da conferire un tono epico alla narrazione. Il genere epico oggi molto raro nei fumetti e ancor più nel cinema. Cosa ne pensi?

GM: Penso che non ci sono più soldi o che gli investimenti, il cinema li riservi allo sviluppo tecnologico. I film epici con grandi masse, alla Lawrence d’Arabia, ormai si fanno solo in Cina.  Poi per scrivere una storia epica bisogna studiare molto. E agli sceneggiatori di solito non piace studiare. In letteratura, i Wu Ming (che scrivono romanzi epici e studiano molto) hanno espresso la loro tendenza quasi come un manifesto (il New Italian Epic). Però, al di là dell’etichetta, se si va a vedere bene, gli scrittori epici in senso proprio, in Italia si contano sulle dita. E molti hanno preferito tradurre la parola “epico” in quella di “romanzo schierato” … colossale equivoco, spiegabile, certo, perché scrivere storie epiche comporta inevitabilmente uno schierarsi, ma uno si può schierare anche scrivendo una cosa che con l’epico non c’entra proprio niente. Questo interessante dibattito ha contribuito a chiarire soprattutto una cosa: che si è smarrito persino il concetto di “epico”.

AO: Ho apprezzato molto diversi personaggi del fumetto, per la loro caratterizzazione e per tutto il contesto che rappresentano. Ad esempio il monaco Chuang Lai, uno dei capi della rivolta boxer: dietro di lui c’è il discorso interessante delle arti marziali e del conflitto interno ai boxer fra chi credeva di essere imbattibile grazie alla magia e alla religione, e chi era più avveduto. Anche in questo caso il tuo fumetto fa piazza pulita di alcuni stereotipi molto in voga fra gli Occidentali. Ce ne vuoi parlare?

Shanghai DevilGM: Quando ero ragazzo, andavo, come tutti, a vedere i film di Bruce Lee. La spettacolarità fisica delle azioni dei film di arti marziali faceva finire nel dimenticatoio, come poca cosa, le risse nei saloon del vecchio cinema western. Ma, al di là di questo, dei film di Hong Kong noi non avevamo capito quasi niente: non ne avevamo afferrato il contenuto indipendentista, i molti riferimenti alle radici culturali buddiste, non avevamo neppure colto il profondo significato di contrapporre all’uso esasperato degli armamenti, l’uso del proprio corpo.

E infatti dopo quella stagione, in Occidente ha trionfato la muscolarità statica di Stallone e di Schwarzy che non si capisce bene cosa ci facciano di tutti quei muscoli se poi per vincere hanno bisogno di dotarsi di armi di distruzione di massa. Il personaggio di Chuang Lai si interroga su questo: adottare le armi da fuoco o no? E se sì, cosa comporta questo passaggio rispetto non solo alla tradizione religiosa, ma anche rispetto alle virtù morali di cui dovrebbe dar prova un combattente? Il pugno, in Cina, è il simbolo dell’Armonia (tutte le dita unite, sono forza, energia concentrata), non è soltanto simbolo di rivolta violenta. Noi i ribelli cinesi dell’epoca li abbiamo chiamati Boxer (pugilatori), ma loro si dichiaravano La Società della Perfetta Armonia. La differenza non è cosa da poco.

AO: Un’altra serie di personaggi molto interessanti sono le guerriere della setta delle Lanterne Blu. Le donne cinesi, o almeno una parte di esse, non erano tanto sesso debole evidentemente, per lo meno se paragonate alle loro contemporanee occidentali. Non è vero?

GM: Avevo raccontato in Volto Nascosto del ruolo fondamentale di Taitù, moglie di Menelik II e vero cervello politico e militare dell’impero etiopico, e qui in Shanghai Devil dovevo raccontare un’altra dominatrice: L’Imperatrice Vedova Suxi. In quel momento, il Regno Unito era retto dalla Regina Vittoria. Tre grandi donne di potere, in tre scenari fondamentali, nella stessa epoca. Un puro caso? Direi proprio di no, perché in quella stessa epoca le donne diventavano protagoniste assolute anche in teatro e in letteratura. Ciò significa che lo erano già socialmente.

Questo nuovo ruolo delle donne è stato assolutamente determinante nella nascita del mondo contemporaneo, ma ancora oggi, nel senso comune, si fatica a riconoscerlo. Nei fumetti d’avventura poi, il ruolo delle donne continua a essere minore e servile, una sorta di complemento più o meno sexy alla presenza centrale del maschio vincente. In altre parole, continuiamo a raccontarci la Storia come non è. 

AO: Un personaggio ben riuscito di Shanghai Devil è, a mio parere, Risto, l’avventuriero milanese che all’inizio ha un ruolo piuttosto ambiguo e non riscuote la simpatia del lettore. Poi invece si rivela, almeno per il momento, un amico fidato di Ugo. A chi ti sei ispirato per questo personaggio?

GM: Hai ragione sull’antipatia. Non si mettono più in scena gli antipatici. Persino un cattivo, perché funzioni (vedi Hannibal the Cannibal) ha assolutamente bisogno di essere simpatico, quanto meno seducente. E che diavolo! Nella vita ne esistono tanti di antipatici!

Shanghai DevilIl cinema italiano poi ha un’importante tradizione nel raccontare gli antipatici, i figli di mignotta, gli imbroglioni, i vigliacchi, gli sprovvisti di qualsiasi senso etico. Risto appartiene a questa categoria. Di quelli che diventano simpatici restando pervicacemente antipatici: ma almeno sono qualcosa! Non figurette stinte a bassa intensità emotiva, né soldatini obbedienti o “spalle comiche” da disporre intorno all’eroe. Anzi, a loro modo autonomi e protagonisti. Senza antipatici il mondo sarebbe molto più noioso. Tra l’altro, molti di quelli che fanno sempre i simpaticoni, sotto sotto sono delle iene.

AO: Un’ulteriore genere che si intreccia agli altri nel tuo fumetto è quello spionistico. La storia locale dell’epoca ben si presta ad intrighi, agguati, tradimenti visto che le potenze occidentali si contendevano le risorse e i mercati cinesi con ogni mezzo. Durante la lettura mi son tornate alla mente le avventure di Magico Vento legate alla Volta Nera e ambientate negli scenari cittadini dell’Est Nordamericano. Le storie in cui i servizi segreti e i loro sotterfugi si intrecciano con le vicende del protagonista ti vengono particolarmente bene. È un genere che riscuote la tua simpatia?

GM: Nei film e nei romanzi di spionaggio (a eccezione di 007 che ha una struttura narrativa molto semplice) non si capisce niente, tanti e tali sono i tradimenti, i trabocchetti, le cospirazioni reciproche, i salti di campo. Dunque è un genere difficilissimo da trattare in fumetto, dove si richiede in genere un racconto lineare e sempre comprensibile. Un fumetto esclusivamente spionistico non mi sentirei di scriverlo, ma un fumetto d’avventura che includa lo spionaggio tra i suoi ingredienti lo trovo stimolante. Serve tra l’altro a rovesciare i ruoli, a confondere l’abituale separazione di comodo tra buoni e cattivi, ad arricchire la trama con risvolti inattesi.

AO: Non manca anche una certa drammaticità alle avventure. Ad esempio sono stato particolarmente colpito dalla morte di Enea Pastore, il padre del protagonista, assassinato più o meno a metà della serie. Pensavo invece che Ugo riuscisse a liberarlo dalle mani dei suoi sequestratori. Perché hai preso questa decisione di così forte impatto emotivo?

GM: Perché succede. Quante volte accade che un sequestrato venga ucciso dai presunti liberatori? Tutti i racconti dei sequestrati e dei “presi in ostaggio” testimoniano che il momento più brutto, più difficile da reggere, non è quello in cui si viene catturati, ma quello in cui si sta per essere liberati.

Shanghai DevilAO: Il cast di disegnatori è di notevole livello: Mastantuono (autore delle splendide copertine in cui i corpi risaltano per la loro fisicità), Rotundo, Nespolino, Biglia, Diso, Perovic, la coppia Barbati e Ramella, Della Monica ci hanno accompagnato fino ad oggi. Com’è stata l’esperienza di lavorarci insieme? Gli scenari e i personaggi cinesi da rappresentare, che presumo nuovi anche per loro, hanno rappresentato dei problemi particolari? 

GM: Era più o meno la stessa squadra di Volto Nascosto, disegnatori con cui lavoro da molti anni. Io conosco bene loro e loro me. Sappiamo come regolarci. Questo è fondamentale dato che una storia la si crea insieme. Adesso sto vivendo un’esperienza molto diversa perché con la mia nuova serie il cast dei disegnatori cambierà quasi totalmente. Sarà un’occasione preziosa per me lavorare con disegnatori giovani, in prevalenza, che cominciano o con professionisti già rodati, ma con cui prima non avevo mai collaborato.

Per fare un buon fumetto ci vogliono delle motivazioni importanti, chi scrive e chi disegna devono entrambi sentirsi di fronte a una prova impegnativa e devono essere felici di affrontarla. Il rischio della routine è sempre in agguato nei fumetti. Se per anni e anni si raccontano e si disegnano le stesse cose, gli stessi scenari, gli stessi personaggi, è fatale inaridirsi, impigrirsi, ripetersi. È sano darsi nuovi stimoli.

AO: Il 2011 è stato l’anno del centenario della morte di Emilio Salgari e quest’anno ricorrono cento anni dalla sua nascita. Anche lo scrittore d’avventura veronese è caduto nel tranello degli stereotipi sulla Cina con un suo romanzo in cui mostrava i cinesi alquanto sadici nelle torture. A parte questo, pensi anche tu, come Paolo Bacilieri, che Salgari sia una specie di antenato, di avo, di bisnonno: tuo e di tutti coloro che svolgono un mestiere che «si trova a metà strada tra la realtà e la fantasia sfrenata»?

GM: Sono un salgariano e collaboro anche con la rivista di studi salgariani Il Corsaro Nero. Rileggendo oggi Salgari si ha l’impressione di leggere dei romanzi d’avventura a sfondo storico, e si perde di vista il fatto che spesso Salgari raccontava in presa diretta con la realtà storica del suo tempo. Raccontare la Cina dei boxer, per lui, era trasferire in romanzo ciò che si leggeva sui giornali, con tutti gli inevitabili rischi di cadere negli stereotipi o nello schierarsi (di fatto) con questi e contro quelli. Come accennavo prima, Salgari scrisse La Favorita del Mahdi. È come se uno scrittore di oggi scrivesse un romanzo di fantasia su Le mogli di Bin Laden. Roba da far tremare i polsi. Ecco perché io considero Salgari uno scrittore di inarrivabile coraggio.

Shanghai DevilAO: Della futura serie a fumetti ambientata in Africa, di cui hai parlato in precedenza, cos’altro puoi anticiparci?

GM: Sui contenuti ho già detto, sui tempi non so. Alessandro Nespolino, dopo aver curato i model sheet dei personaggi principali, sta disegnando il primo episodio. Io ne ho scritti, al momento, altri quattro e dopo l’estate cominceremo con la redazione a distribuirli tra i disegnatori che stiamo selezionando. Trattandosi di una serie lunga vorrei che ci fosse un buon numero di episodi già pronti prima di uscire in edicola, altrimenti poi (come ho sperimentato all’inizio di Magico Vento) ci si trova a dover rincorrere le uscite, lavorando a ritmi disumani.

Nel frattempo ho anche scritto un graphic novel che uscirà in un volume indipendente, disegnato da Barbati e Ramella. È una storia ambientata a Coney Island negli anni ’20, in uno scenario che mescola il parco dei divertimenti ai gangster dell’epoca (Al Capone incluso). Anche in questo caso, non abbiamo voluto darci una scadenza precisa di uscita. Presumo ci vorranno un paio d’anni per completare il lavoro. Sono circa 270 tavole e un graphic novel per me è l’occasione per fare un lavoro più attento e più autoriale dal punto di vista stilistico, dunque richiede tutta la cura necessaria. Perché avere fretta? 

AO: Vorrei terminare l’intervista tornando a colui che ho citato nella prima domanda: Sergio Bonelli, di cui ricorre fra poco un anno dalla scomparsa. Serietà, onestà e rispetto per il lettore sono stati alcuni dei valori più importanti che hanno caratterizzato il suo lavoro. Secondo te, quale è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano?

GM: È sempre restato nel solco della tradizione. Non ha mai inseguito le mode. In effetti, le mode tramontano rapidamente. Quando emerge un successo, tutti, oggi più che mai, corrono a imitarlo. Scrivere secondo un modulo che funziona in un dato momento, può sembrare innovativo, in realtà porta a replicare quello stesso modulo vincente fino alla nausea. Lavorare nel solco di una tradizione sembra un atteggiamento da conservatori, invece produce cambiamento, perché le tradizioni si trasformano sempre, passando da generazione a generazione. Quanti editori sono sbocciati intorno a un successo e di quel successo sono morti? Sergio Bonelli come editore ha dimostrato di saper durare, proprio perché diffidava dei successi improvvisi. Certo ci restava male se un fumetto cui teneva molto, per esempio la serie d’autore “Un uomo, un’avventura”, vendeva troppo poco (sulle cinquemila copie, cioè quasi nulla per gli standard della casa editrice), ma poteva persino preoccuparsi se un fumetto vendeva troppo, come accadde con Dylan Dog, perché temeva che fosse un fenomeno alla moda e che un crollo stesse in agguato dietro l’angolo. Per sua fortuna non è andata così e DYD continua a essere un pilastro della casa editrice, ma nel frattempo molti altri progetti sono stati messi in campo, molti nuovi autori battezzati, e quando si è trattato di chiudere delle serie storiche Sergio non ha risparmiato neppure la sua (Mister No), fregandosene bellamente della nostalgia. Persino delle ristampe di Tex per Repubblica (un successo del tutto imprevisto) avrebbe preferito fare a meno, non gli andava l’idea di riproporre per l’ennesima volta cose già fatte. Quelli che ancora polemizzano sul Bonelli “conservatore”, non sanno di cosa parlano. I veri conservatori sono quelli che si fanno dettare le regole dal mercato. Per Bonelli, prima venivano le storie. Tanto lui il mercato sapeva crearlo. Non aveva bisogno di esserne schiavo.

Nota biografica

Gianfranco Manfredi nasce a Senigallia (Ancona) il 26 novembre 1948, si trasferisce a Milano all’età di otto anni, dove si laurea in filosofia con il professor Mario Dal Prà con una tesi su Jean-Jacques Rousseau. Alterna l’attività di ricerca universitaria (pubblicando nel 1978 L’amore e gli amori in J. J. Rousseau) a quella di cantautore: pubblica gli album La crisi (1974), Ma non è una malattia (1976), Zombie di tutto il mondo unitevi (1977), Biberon (1978). Abbandona definitivamente la carriera accademica continuando quella musicale fino agli anni 2000: pubblica altri album come Liquirizia (1979, colonna sonora dell’omonimo film di Salvatore Samperi), Gianfranco Manfredi (1981), Dodici (1985 con Ricky Gianco), In Paradiso fa troppo caldo (1993) e Danni collaterali (2003). Firma anche brani per autori del calibro di Mia Martini, Mina, Gino Paoli, Gianna Nannini, Drupi, Wes e Dori Ghezzi dedicando alla musica saggi di critica come Piange il grammofono e Quelli che cantano dentro nei dischi. Contemporaneamente esplora altri territori espressivi, che lo portano a svolgere l’attività di sceneggiatore per il cinema, ad esempio per Liquirizia di Salvatore Samperi (1979), Quando la coppia scoppia di Steno (1981), Il nido del ragno di Gianfranco Giagni (1987), oltre che per la TV, in telefilm come Valentina del 1989.

È anche attore in lungometraggi come, fra gli altri, Fotografando Patrizia (1984), Kamikaze (1986), Via Montenapoleone (1986) e Le vie del signore sono finite (1987). Si dedica inoltre al teatro, in qualità di regista (Piume del 1994) o di attore, spesso scrivendo testi e musiche (1992: Zombie di tutto il mondo unitevi a Nervi, del  1977, Che fine ha fatto Baby Lonia, del 1985). Inizia negli anni ’80 la sua attività di scrittore di romanzi e racconti gotici, pubblicando nel tempo Magia rossa (Feltrinelli 1983, Gargoyle 2006), Cromantica (Feltrinelli 1985, Tropea 2008), Ultimi vampiri (Feltrinelli 1987, Gargoyle 2009), Il peggio deve venire (Mondadori 1992), Una fortuna d’annata (Tropea 2000), Nelle tenebre mi apparve Gesù (Tropea 2005), Ho freddo (Gargoyle 2008) e Tecniche di resurrezione (Gargoyle 2010). Il 1991 ne segna il debutto nel mondo del fumetto con la creazione della serie del cacciatore di fantasmi Gordon Link, per l’editore Dardo, connotata da una vena ironico-demenziale. La serie chiude per problemi economici dell’editore ma le sue 22 uscite sono sufficienti per farsi notare da Sergio Bonelli, che incarica Gianfranco Manfredi della stesura di alcune sceneggiature prima di Dylan Dog e poi di Nick Raider. Sempre per la Bonelli, nel 1997 nasce la serie di Magico Vento, un apprezzato western in cui il mondo poetico e soprannaturale dei nativi americani si intreccia con quello epico ma tragico della Storia del West e con quello gotico degli scenari lovecraftiani del New England. Per 130 numeri Magico Vento testimonia nelle edicole italiane che un genere western diverso si può ancora proporre ai lettori del fumetto. Nel frattempo Manfredi si dedica anche alla scrittura di storie per Tex, entrando in pianta stabile a far parte dello staff degli sceneggiatori del famoso Ranger. Il Texone “Verso l’Oregon”, disegnato da Gomez, lo consacra nel 2011 come uno dei migliori interpreti della tradizione classica texiana. Apparsa nelle edicole nel 2007, Volto Nascosto è la prima mini-serie in quattordici albi creata dal nostro ed è ambientata fra Roma e l’Etiopia ai tempi dell’avventura coloniale italiana nell’Africa Orientale. Uno dei protagonisti si sposta poi nella Cina della rivolta dei Boxer, dove si svolgono le sue avventure pubblicate a partire dal 2011 nella mini-serie di diciotto numeri, tuttora in corso, intitolata Shanghai Devil.

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  1. […] che scrivono lo stesso personaggio lo approccino in una maniera differente. Si sa, per esempio, che Manfredi ha una grande fantasia e volontà nel ricercare gli angoli reconditi anche della Storia ed è […]

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