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Cinema

Appassionata. Oltre lo scandalo

La locandina di AppassionataC’era una volta il cinema erotico. In Italia. E Appassionata, correva l’anno 1974, complici lo scalpore, le grane con la censura, il chiacchiericcio alimentato, attirava frotte di spettatori. Le ragioni che resero la pellicola di Calderone un cult movie ancor oggi ricordato, benché tralasciato dagli storiografi ufficiali, non possono che declinarsi al plurale, come sempre accade. Misteriosa alchimia tra il pubblico e lo schermo. E, chissà, non si discostano forse troppo dai motivi per cui, trascorsi gli anni e i decenni, ancora il film c’inviluppa in una spirale di affascinata complicità e angosciosa tensione. Un dato è certo: l’impatto sensoriale di Appassionata, amplificato dal senno di poi di ritorno sul luogo del delirio, è determinato, in larga parte, dalla compresenza delle ultime due dive del cinema italiano, Eleonora Giorgi e Ornella Muti, albeggianti, curioso anacronismo, in un’epoca nella quale il divismo era già tramontato. Ambedue giovanissime, non prive di talento e con un bagaglio esperienziale piuttosto limitato, proprio da Calderone furono condotte alla ribalta e proiettate sulla vasta parete dell’immaginario collettivo.

Nel 1974, Gian Luigi (o Gianluigi) Calderone, nato a Genova nel 1944, è pressoché sconosciuto. Assistente di Bernardo Bertolucci e Salvatore Samperi, ha esordito nella regia in televisione. Il cinema erotico, invece, vanta già un pedigree considerevole. Attenzione alle parole: cinema, non genere. Perché, c’insegna Manlio Gomarasca, “più che un genere, l’erotico si può dire che fosse un ingrediente per rendere piccanti le più disparate pellicole”. Appunto. Il peso nell’economia nazionale è fuori discussione: il rapporto tra investimenti e guadagni dipinge il quadro di un’industria florida e redditizia. Da qui, l’erogazione prolifica e multiforme. Chi non ricorda l’episodio del Comune senso del pudore (1976), di e con Alberto Sordi, in cui un’attempata coppia romana decide di concedersi, un pomeriggio, una romantica distrazione di celluloide e finisce, invece, a peregrinare per tutte le sale cittadine, non trovando altro che spettacoli osceni? Sordi esagerava, ma non di molto. E, accanto al numero imponente, non può essere taciuta la varietà. Concepire, infatti, la geografia dei film licenziosi del tempo significa imbarcarsi in innumerevoli affluenti e deviazioni.

La fetta più abbondante della produzione inclina, indubbiamente, al ridanciano. Il successo dei primi due capitoli della cosiddetta trilogia della vita di Pier Paolo Pasolini, Il Decameron (1971) e I racconti di Canterbury (1972), dà un impulso decisivo, al di là delle intenzioni del poeta, alla nascita del filone decamerotico. In un imprecisato e bozzettistico Medioevo, sotto l’egida di titoli fluviali e ammiccanti, si consumano dozzine di avventure boccaccesce, destinate al consumo senza conseguenze di chi apprezzava le periodiche scorpacciate di mogli fedifraghe, mariti beffati e divertimento greve. Per alcuni anni il decamerotico imperversa, per poi cedere il primato alla commediaccia sguaiata, la cui principale attrattiva è la combinazione dell’avvenente protagonista di turno e di un comico in voga. Paradigmatica del passaggio di testimone è, nel 1972, una delle epitomi del decamerotico, Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda di Mariano Laurenti, dove, non a caso, a Edwige Fenech si affianca Pippo Franco, come in futuro sarà per Lino Banfi o Alvaro Vitali. La commediaccia, dal canto suo, spalanca l’uscio alla pletora di dottoresse, insegnanti, poliziotte e soldatesse che ammorberanno a lungo i patri schermi. Il pannello conclusivo della trilogia pasoliniana, Il fiore delle mille e una notte (1974), ispira, invece, un particolare sottotipo del decamerotico, quello di ambientazione orientale.

Pasolini, Il fiore delle mille e una notte (1974)

Il registro della commedia non esaurisce, tuttavia, il panorama. Influenzato sia dall’episodio di Masetto da Lamporecchio nel Decameron, sia dalla risonanza planetaria dei Diavoli (1971) di Ken Russell, bussa ai botteghini l’erotico-conventuale, incentrato sui viziacci occulti delle suore. In Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella debutta, nel 1973, Eleonora Giorgi, per la prima volta accreditata. Bora Bora (1968) di Ugo Liberatore è, invece, il film-manifesto della dinastia di lungometraggi esotico-morbosi che guidarono lo spettatore italiano in mete lontane, paradisiache ed eccitanti. Su questo terreno si innestano anche le prodezze seriali di Emanuelle, la versione maccheronica dell’Emmanuelle d’oltralpe, con una emme abbattuta dal copyright. Nel 1975 Emanuelle nera di Albert Thomas, pseudonimo di Adalberto Albertini, inaugura gli itinerari della lussuriosa eroina, capomastro dei quali sarà, poi, Joe D’Amato, all’anagrafe Aristide Massaccesi. Lungo le rotte di Africa, America e Asia, a Emanuelle che, a differenza dell’originale, non è la moglie sporcacciona di un diplomatico ma una fotoreporter, ne capiteranno di tutti i colori, antropofagi compresi. Se, per altro verso, l’erotismo prende a contaminare anche il thriller, alla metà degli anni Settanta appaiono, inoltre, il prison movie al femminile e l’erosvastika, campionario assortito di sconcezze nella Germania nazista.

Entro i bordi, intrinsecamente sfrangiati, della sensualità, un affollato settore di film s’intestardì a sviluppare i suoi temi senza rinunciare ad ambizioni intellettuali e artistiche o privarsi di una serietà di fondo a orientare la narrazione. In quest’alveo si colloca Appassionata.

Roma, quartieri alti. Emilio Rutelli (tutto il fascino maturo di Gabriele Ferzetti) è un facoltoso odontoiatra diviso tra l’ordinaria routine dell’ambulatorio e la villa liberty tetra e senescente che custodisce, cupa e asfittica, le frustrazioni e i turbamenti delle due donne di casa. La moglie Elisa (Valentina Cortese, sopraffina) era una pianista che, per il matrimonio e la famiglia, ha sacrificato una promettente carriera e, preda di rimpianti e isterie, sfoga ossessivamente sul pianoforte casalingo la rabbia repressa e la conclamata follia. La figlia Eugenia (Muti) è un’adolescente disturbata che detesta la madre, alla quale infligge di continuo sadici dispiaceri, perché insanamente attratta dalla virilità paterna. Otterrà ciò che agogna, e con una scaltrezza al cui paragone la Dolores Haze di Nabokov risulta una dilettante. Emilio, ignaro di certi retroscena, si lascia concupire da Nicola (Giorgi), amica intima della figlia. Colpa del nome maschile che sparge pepe su una femminilità liliale e conturbante e degli effetti collaterali (simulati) di un’anestesia, Nicola ed Emilio consumano un primo amplesso allo studio dentistico e tanto basta, a lui, per precipitare in una febbrile infatuazione per la giovane, così esperta e disinvolta. Nel frattempo, le condizioni di Elisa, che, forse, ha intuito il sentimento innaturale della figlia-aguzzina per il padre, peggiorano, e le donna viene ricoverata in clinica. È sera inoltrata quando Emilio torna in una casa che presume vuota insieme a Nicola, deciso a trascorrere una notte d’amore con lei. Ma è a questo punto che accade l’irreparabile.

Ornella Muti

La scena clou di Appassionata, che impressionò allora e non smette d’inquietare, è avvolta dalla penombra di una stanza chiusa, la camera da letto di Emilio e dell’assente, perduta Elisa, del talamo di un matrimonio appassito e della libidine selvaggia di due corpi che si attorcigliano nelle latebre di un piacere clandestino. I corpi di un uomo e di una ragazzina. Emilio e colei che tutti, Emilio incluso, crediamo essere Nicola. Le prime luci del mattino che filtrano attraverso le tende denuderanno il maledetto imbroglio da cui siamo stati irretiti. Ad alzarsi, mentre lui dorme ancora, e a sgusciare rapida dall’alcova è, infatti, Eugenia. Sostituitasi all’amica con il favore delle tenebre, ha giaciuto con il genitore. E, come se non bastasse, il finale regala un altro brivido freddo che, insidioso, ci scala la colonna vertebrale. Ma che, lode a Calderone e agli sceneggiatori, è anche un colpo da maestro. Oltre il vetro della finestra, infatti, l’ignaro Emilio scorge Eugenia e Nicola uscire e avviarsi, in coppia, a scuola. La domanda ce la siamo posta tutti: come poteva Nicola giustificare la sua presenza, nottetempo, alla villa? Brivido. Evidentemente, Nicola è stata solo il tramite, l’interposta persona, di una scellerata seduzione, architettata con diabolica, infallibile astuzia da Eugenia. Le due erano probabilmente d’accordo dal principio. Un’intuizione drammatica assale il dottor Rutelli, e la cogliamo nello sguardo agghiacciato ed eloquente di Ferzetti. L’intuizione dell’ineluttabile, di qualcosa di turpe e, quel che è peggio, già avvenuta, inemendabile. Come specchiandoci in quel volto atterrito, anche noi, di riflesso, siamo pervasi da un profondo senso del tragico. Emilio è ormai un uomo solo, con una moglie pazza, un’amante fittizia e una figlia mostruosa.

Appassionata gode di una copiosa compagnia, perché, in Italia, il tema dell’incesto era già stato diffusamente frequentato dalla settima arte, anche nelle più alte sfere dell’autorialità, all’interno, quindi, di creazioni così personali da sottrarsi a generi e filoni. Alcuni dei registi che ne trattarono sono iscritti nel Gotha del cinema nazionale. Nel 1964, Bernardo Bertolucci, nel magnifico Prima della rivoluzione, si addentra nell’oscuro trasporto di un ragazzo della Parma bene, affetto dal male di vivere, per la piacente e vulnerabile zia, una strepitosa Adriana Asti; le apparenze verranno, comunque, salvate, come società impone. Con esiti assai più discutibili, nel 1979 Bertolucci tornerà, con La Luna, alle devianze familiari, esplorando l’affetto cannibalico e sensuale di mamma Jill Clayburgh per il figliolo spiantato. Un’ampia falcata in avanti e ci si imbatte, in The dreamers (2003), nell’anomalo legame tra i gemelli Louis Garrel ed Eva Green. Torniamo, però, indietro. Luchino Visconti narra, in Vaghe stelle dell’Orsa (1965), le inammissibili pulsioni a cui si abbandonano due fratelli, Claudia Cardinale e Jean Sorel, in una Volterra sanguigna e soffocante. Nel kolossal La caduta degli dei (1969), lo stesso Visconti filma, invece, lo stupro perpetrato dal figlio Helmut Berger sulla madre Ingrid Thulin, nel clima purulento del Terzo Reich. Nel 1965 esordisce dietro la macchina da presa Marco Bellocchio e I pugni in tasca, il film dello sconcerto, non tace sull’interesse contronatura dello squilibrato protagonista (Lou Castel) per la sorella (Paola Pitagora). Opere, quelle citate, in cui la malattia dei sentimenti rappresenta il mezzo per frugare negli armadi bui dell’animo umano e nell’inettitudine esistenziale, come per demolire, in sintonia con i fermenti culturali dell’epoca, le istituzioni borghesi e il loro corredo di valori.

Grazie zia, di Salvatore Samperi (1968)Al di là di queste nobili occorrenze, di passioni incestuose è intriso il filone che Bruschini e Tentori, nel loro dovizioso inventario del sexy nostrano, chiamano dei peccati di famiglia, alla cui tavola Appassionata siede in un posto d’onore. In principio fu Grazie zia. Nel 1968, Salvatore Samperi licenzia il titolo capostipite (un titolo che già svela tutto… ): il rampollo di una schiatta di industriali veneti si finge paraplegico per escludere se stesso da un mondo di cui non condivide le logiche. Viene affidato alle cure di una zia medico, e se costei ha il fisico di Lisa Gastoni, il prosieguo è prevedibile. Bellocchiana nello stile e nell’attore principale, ancora una volta Castel, con Ferzetti a fare da terzo incomodo tra zia e nipote, la pellicola di Samperi è un convincente grumo di contestazione, eros e morte, che piacque al pubblico e fu il fortunato battesimo di un cineasta alle prime armi. Tratteggiare un profilo professionale di Samperi significa, tuttavia, misurarsi con una vicenda artistica di promesse non mantenute. Il suo film più celebre, Malizia (1973), fenomeno di costume dal tornaconto plurimiliardario, è, infatti, una farsa spudorata e scurrile in cui gli spunti, piuttosto fiacchi, di satira sociale soccombono alle cosce e al reggicalze di Laura Antonelli e la sofisticata fotografia di Vittorio Storaro risulta del tutto sprecata. A un soffio da Grazie zia, il versatile Roberto Malenotti gira Le sorelle (1969): anche in questo caso un titolo rivelatore, perché proprio due sorelle, Nathalie Delon e Susan Strasberg, vengono travolte da un amore dannato, mentre a interporsi fra loro è il mitico Massimo Girotti. Giuseppe Patroni Griffi, invece, attinge addirittura ai serbatoi del teatro seicentesco, per trarre da Peccato che sia una sgualdrina di John Ford Addio fratello crudele (1971), dove due fratelli della Mantova rinascimentale, Charlotte Rampling e Oliver Tobias, si amano furiosamente, osteggiati da un Fabio Testi perfido come non mai che veste (e toglie) i panni del marito di lei. Una messa in scena discinta e grandguignolesca enfatizza i connotati torbidi del soggetto.

Elementi di critica sociale, in Appassionata, se presenti, sono decisamente blandi. È vero che i proletari, come la domestica, l’assistente di Rutelli o il garzone del macellaio, alias Ninetto Davoli in un ruolo sostanzialmente autoreferenziale, sembrano più assennati, concreti, posati dei ricchi, immersi nelle loro nevrosi e manie. Ma il discorso non procede oltre. A Calderone preme piuttosto l’interiorità dei personaggi e il subbuglio creato dagli impulsi carnali. Appassionata è un mélo in piena regola e, come tale, funziona senza incepparsi. E il regista non fa che speziare con l’erotismo un genere che, di suo, come suggerisce Maurizio Porro, “è sempre qualcosa di straordinario che appare nella vita con la forza dell’eccesso e manda all’aria i piani di sicurezza affettivi e sociali”. Forza dell’eccesso: per gli antenati da cui discende, il mélo è storicamente deputato all’enunciazione di passioni travolgenti, alla registrazione di palpiti frastornanti, alla contemplazione di magnifiche ossessioni spesso votate a epiloghi infausti. E il copione di Appassionata, scritto da Calderone insieme ad Alessandro Parenzo (già co-sceneggiatore di Malizia) e Domenico Rafele, del melodramma cinematografico riecheggia crismi e clichés. Dal rammarico di Elisa per un’abnegazione, la carriera abbandonata, così mal risarcita, all’imprevista sbandata con conseguente adulterio di Emilio, al conflitto mai sopito tra istinto e norme leggi convenzioni, alla rivalità, motivo, questo, d’antologia, tra madre e figlia per lo stesso uomo, fomite di antiche lacrime dai tempi in cui lo specchio della vita rifletteva sconsolate immagini di famiglie sbrindellate. La differenza è che qui l’uomo è il marito-padre.

Eleonora Giorgi

Sottile il gioco d’incastri e intersezioni psichici che il film, forte anche dell’immedesimazione degli interpreti, ordisce. Fino alla spiazzante conclusione, siamo infatti indotti a credere che Eugenia sia succube dell’amica, che decide a quali feste partecipare e sembra così lasciva da assecondare le avances degli sconosciuti sull’autobus, con disappunto (fasullo?) di Eugenia. Eppure qualcosa suggerisce che Nicola non sia così cattiva come la disegnano, ed è la solidarietà che s’instaura tra lei ed Elisa; solidarietà tra vittime, come lo sono, ambedue, delle macchinazioni della falsamente candida Eugenia. Emilio, dal canto suo, incarna l’esempio canonico del maschio di mezz’età posseduto dalla malia di una bionda e audace lolita che lui sogna, in una delle sequenze più spinte, nell’atto di eccitare un cane bavoso accarezzandosi il seno scoperto, per poi sparare senza pietà alla povera bestia. L’accurata fotografia di Armando Nannuzzi, tesa a sottolineare l’oscurità, reale e metaforica, degli interni domestici e le musiche di Piero Piccioni con un che di Bernard Herrmann concorrono a evocare un’atmosfera sinistra e intrigante.

L’esaurirsi del filone dei peccati di famiglia viene posto, da Bruschini e Tentori, all’altezza di Malizia 2000 (1991), vano tentativo di Samperi di replicare il suo vecchio successo, ma i due critici per primi riconoscono come il filone inizi a decadere alla fine degli anni Settanta, seguendo il destino dell’intero cinema osé. Giorgi e Muti, tra molti prodotti di cassetta e alcuni lavori d’essai, diverranno, come noto, due stelle. E Calderone? Nonostante gli inizi incoraggianti, non guadagnerà mai, questo è certo, una posizione di primo piano tra i cineasti del Bel Paese e, nel corso di un’attività ininterrotta, verrà ripetutamente calamitato dal piccolo schermo, per il quale ha diretto tv movie popolari, scivolando progressivamente nell’anonimato. Il fascino di Appassionata, però, sopravvive, al di là del tempo e oltre lo scandalo.

Appassionata

Regia: Gian Luigi Calderone
Soggetto: Gian Luigi Calderone, Alessandro Parenzo
Sceneggiatura: Gian Luigi Calderone, Alessandro Parenzo, Domenico Rafele
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Nino Baragli
Scenografia: Luciano Spadoni
Musiche: Piero Piccioni
Produzione: Atlas Consorziate
Origine: Italia, 1974
Cast: Ornella Muti (Eugenia), Eleonora Giorgi (Nicola), Gabriele Ferzetti (Emilio), Valentina Cortese (Elisa), Ninetto Davoli (garzone del macellaio)

Testi citati

Antonio Bruschini, Antonio Tentori, Malizie perverse. Il cinema erotico italiano, Granata Press, Bologna 1993
Manlio Gomarasca, Il genere erotico, in Storia del cinema italiano 1970/1976, a cura di Flavio De Bernardinis, Marsilio, Venezia 2008
Maurizio Porro, Mélo, Electa, Milano 2008

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