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Musica

Europa Cantat XVIII Torino 2012

L'organizzazione di un Festival fianco palco

Ci si stupisce sempre di quanto siano sviluppati i cunicoli sotterranei della cultura propriamente detta, quanti microcosmi vivano rosicchiando finanziamenti pubblici per mettere in moto macchine gigantesche. Il mio temporaneo contratto per l’Associazione Europa Cantat mi ha concesso di scoprire il mondo corale, che come tutti i digiuni in materia ho sempre immaginato in veste alpina, in chiesa, o nel filmino della prima comunione.

Entrata in scena

La prima edizione di Europa Cantat è del 1961 a Passau, lo stesso giorno in cui si pose la prima pietra del nostro muro europeo. E la leggenda vuole che un francese reso cieco in trincea abbia inaugurato l’incontro dicendo ai colleghi tedeschi che anche se fra loro ci fosse stato il responsabile della sua cecità, cantare insieme significava che il tempo della guerra era finito.

La memoria storica dell’associazione, una pingue tedesca plurilingue e multi-rigore, ricorda gli intoppi intercorsi durante le edizioni di Europa Cantat, il più singolare: l’epidemia di salmonella dell’edizione basca, con ricordi di illustri direttori con carta igienica sottobraccio.
Alla diciottesima edizione il Festival arriva in Italia per la prima volta, in una città troppo a lungo ignorata, ma crepitante e freschissima: Torino.
ll direttore artistico Carlo Pavese ha spesso l’aria stralunata, chiunque abbia avuto il merito di assolvere un ruolo così determinante sarebbe scontroso e intoccabile, Carlo è come in trance, manieroso e contenuto, ma preoccupato, mai una parola di troppo e sempre umile quando nessuno riusciva a contenere la riconoscenza per le scelte musicali e dei luoghi, in una Torino splendente e messa a nuovo. Dalla scelta dalle sedi degli atelier a quelli per i concerti, chiunque avesse la fortuna di poter cantare sui palchi destinati avrebbe avuto la sensazione di essere ospite di una città fatta apposta in crescendo. Rinata, come le fabbriche dismesse ora centri culturali; barocca, come le conchiglie juvarriane a decorazione un po’ blasfema delle chiese; regia e candida, come la Venaria reale, che ha ospitato una giornata di deliranti e afose trasferte, una reggia bianca come denti da latte, con un giardino che farebbe arrossire Versailles.

Venaria Reale

 Nei pochi tempi morti scopro che quasi tutti i miei colleghi sono diplomati al conservatorio, Gabriele ha un dottorato in chimica, Francesca è avvocato, ma poi ha mollato tutto per lavorare coi bambini, Alessandra è nata e cresciuta in una comune, Sandro, un insegnante con barba trotzkista, il giorno della presentazione ai colleghi ha introdotto se stesso in latino, non conoscendo la lingua di Albione, ottenendo alla fine l’ovazione degli astanti.

Ai miei colleghi economisti invece, piace fare statistiche e pare che la media dei partecipanti sia donna sotto i 27, anche se i cori di voci bianche contribuiscono notevolmente ad abbassare la media. A Torino sono arrivati 131 docenti e 870 artisti opsiti. Più di 4000 persone da tutti i continenti (Oceania esclusa) si sono iscritte ai laboratori proposti dall’associazione, dai classici come il Gloria di Vivaldi, fino al Sacred concert di Duke Ellington, atelier di gregoriano, di body percussion, un tradizionale Haydn o una beat boxing contemporanea.
La città è vestita magenta, la tonalità fluo è stato scelta come colore del festival perché è uno dei tre colori base del toner delle stampanti, così da non dover incorrere in gradazioni alterate nella riproduzione di cartoline e magliette.
Il giorno degli arrivi, tutti in divisa in un torrido padiglione del Lingotto, accogliamo un coro di voci bianche taiwanesi che facciamo aspettare per oltre un’ora: abbiamo stampato i loro badge ignorando la crisi politica che potrebbe incorrere con l’altro coro di Hong Kong se non avessimo scritto Taipei invece di Taiwan. I bambini asiatici se ne stanno composti e seduti a terra, disegnano, giocano silenziosamente, i loro referenti vengono a chiedere chiarimenti una volta soltanto, poi annuiscono ammodo e tornano alla loro postazione. Mi hanno invitato ad andare a trovarli. Mi sono immaginata lo stesso coro di provenienza occidentale. Una scolaresca italiana avrebbe fatto razzia al bar, disseminato di immondizie, schiamazzato senza ritegno e ancor peggio gli accompagnatori, che avrebbero minacciato di venire loro, a trovarci a casa.

Gli uffici di piazza Castello

I nostri uffici si trovano in piazza Castello, nello spazio mostre del palazzo della regione, per gentile concessione di Cota che vedo solo una volta vestito da James Bond con nugolo di guardie appesantite al seguito. Non si sogna di considerarci di uno sguardo, forse impegnato ai pieni alti con Scotland Yard. Nessuno ci bada, nemmeno Fassino, che non si fa vedere se non l’ultimo giorno per un brunch con il board a cui segue un comunicato stampa scarno quanto lui. La realtà è che nessuno si immaginava che potessero esserci così tanti cultori, appassionati, invasati ad invadere le strade con gorgheggi e canoni.
Per me il simbolo del Festival è Béatrice, classe 1930, arrivata in treno da Parigi, sola e con una lunga coda di capelli bianchi. Ha le mani di una che non ha mai lavorato, i suoi modi altolocati sono fermi agli anni ’50, dice che in hotel non hanno soddisfatto le sue richieste circa la colazione, che hanno l’aria di non sapere nemmeno cosa sia ”pain avec du confiture”. Noi siamo lì per servirla, tanto da doverla dotare di un pass che certifichi la sua anzianità così da saltare la coda ai concerti.
Béatrice è in prima fila al concerto d’apertura, dopo le varie salutations di presidenti e politici, il coro guida invita la piazza gremita a intonare Nessun dorma. 4000 persone che cantano la così nota romanza di Puccini non è un’emozione da poco, né banale o inflazionata. Il brano mi fa sempre pensare a Javier Bardem ne “Il mare dentro” quando vola sulla Galizia verso il mare, finché il disco finisce e torna e letto, immobilizzato. Ed è così che ci sentiamo noi profani, a lato piazza, muti, con gli occhi appannati per la struggente poesia con cui ci ha travolto questa gente accorata, la stessa gente che si accalcava nel pomeriggio con richieste e lamentale, venivano a contestare il cibo risicato della mensa mentre noi non avevamo nemmeno il tempo di mangiare.
I docenti che conducono i corsi si notano per l’eleganza delle loro movenze contrapposta ad un abbigliamento spesso troppo vistoso, i direttori che invece vengono a specializzarsi nei corsi a loro riservati, sono la copia identica del maestro di musica dei Simpson: pelati sopra e coi capelli lunghi sotto.

Piazza San Carlo

Torino è stata ospite delle tramontate stelle che ci hanno visto fare le nottate per i preparativi, i solchi sotto gli occhi ci distinguevano dai partecipanti più delle nostre magliette “team”. E mentre i manager si barricavano nelle loro riunioni in cantina, noi garzoni aspettavamo le delibere consolandoci della nostra posizione di subalterni, ignari di come si possa far combaciare tutti i tasselli del Festival. La fanteria, rappresentata dagli oltre 300 volontari, messa a dura prova dai partecipanti, noi cavalieri, dietro lo scudo/divisorio degli uffici e i comandanti-strateghi, che non avevano nemmeno il tempo di godersi lo spettacolo poiché sempre al telefono, notte e giorno al telefono.
Mio nonno si lamenta che nessuno canti più, che il contegno nevrotico della nostra generazione è decisamente ingeneroso, messo a confronto con i suoi tempi di miseria e fame, quando un motivo per cantare si trovava comunque. La bellezza della musica e del coro in questo caso, sta nell’interpretazione soggettiva di una semantica arbitraria. Quando qualcuno intona un canto, ognuno partecipa con il proprio ruolo, secondo la propria voce. A sua volta la voce è composta da sequenze di respiri che si sincronizzano nell’ensamble, come una magia collettiva.
Non tutto si presta al canto corale, trovo opinabile la scelta di fare arrangiamenti corali del peggio pop, brani che non ascolterei nemmeno in playback al festival bar, e in questi casi il passatismo non è negazione del contemporaneo ma puro amore per il bello.
Il mio lavoro non mi ha di certo permesso di accendere un mutuo, ma non avrei mai conosciuto degli islandesi, né avrei mai visto l’orchestra della Rai esibirsi nelle Laudi di Suter con tre cori giovanili nazionali, non avrei mai immaginato di poter ascoltare un coro femminile sudafricano cantare in tutte le lingue che convivono in quel paese. Non avrei conosciuto più di sessanta persone provenienti da tutta Europa impegnate nello stesso lavoro con poco ritorno se non la realizzazione della felicità altrui. Dopo dieci giorni di Festival e una festa dello staff un po’ fiacca, inscatolare e svuotare, con la flemma della fine, è un po’ come svegliarsi con la testina del giradischi che torna a posto, il disco gira a vuoto per qualche minuto finché non assorbe tutto il silenzio restituendo l’innaturale silenzio.

Prove al Lingotto

Il meglio del festival:

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