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Musica

Il revival mistico di John Foxx and The Maths

The Shape of ThingsChe grande band che sono stati gli Ultravox. Inglesi fin nel midollo ma con quell’aria da algidi intellettuali della mitteleuropa che faceva concorrenza ai Kraftwerk. E poi i loro video… Il nome Ultravox mi fa davvero tornare indietro nel tempo, a venti anni fa quando, ancora ragazzino, passavo il tempo a guardare i primi canali e programmi televisivi che trasmettevano i videoclip a rotazione. Penso alla mitica Videomusic e ai suoi Vj, come Rick Hutton, il macho simpatico e bonario, Clive Griffiths, il timido e introverso Inglesino, Johnny Parker che poi ho scoperto essere figlio di un militare americano della base di Camp Darby che abitava a pochi passi da me. E che dire dell’eterno Carlo Massarini e del suo Mr. Fantasy, che abbinava musica, arte, cultura, letteratura in un salotto multimediale già avanti rispetto ai tempi?

Da quegli schermi passavano video come la sgangherata Rock the Casbah dei Clash, l’armonica e la chitarra dolente dello Springsteen di Atlantic City, o quella di Feels Like Heaven dei Fiction Factory, il cui refrain mi è rimasto nel cuore e mi procura brividi ogni volta che lo sento. Ma c’era un video che più di ogni altro catturava sempre la mia attenzione: Dancing With Tears In My Eyes, proprio degli Ultravox. Sarà stato che eravamo in piena guerra fredda, che la paura degli incidenti nucleari e dell’inquinamento, ispirata dall’incidente di Three Mile Island e dalla tragedia di Bhopal, era ormai più diffusa che il polline nell’aria di un giorno di aprile, paura che nel giro di un paio di anni avrebbe preso forma con il disastro di Chernobyl.
Forse sarà anche stata la mia naturale inclinazione ad essere attratto da cose cupe e angoscianti, tuttavia ogni volta che iniziava il battito ritmato della canzone e sul video scorrevano le immagini dello scienziato intento a prendere appunti, era impossibile staccarmi dal video. Nella mia mente adolescente speravo che qualcuno riuscisse a fermare quel dannato reattore nucleare che stava per esplodere, ero affascinato dalla triste compostezza della moglie che preferisce restare a casa piuttosto che fuggire in preda al panico, mi commuovevo di fronte all’ultimo ballo della coppia e alla fine speravo sempre che uscissero vivi e felici da sotto quel lenzuolo.
Erano tempi in cui illudersi non costava nulla, in cui le delusione e le angosce noi ragazzi le affogavamo in una partita di pallone sulla strada, da cui tornavamo con le gambe nere per via dello sporco dell’asfalto, e l’acqua con la quale ci lavavamo si colorava subito di un agghiacciante grigio antracite. Erano tempi in cui c’erano ancora tutte le persone a cui volevo bene, e c’era ancora mio padre a cui avrei voluto far vedere un goal ma che ogni volta che si affacciava dalla porta di casa per controllarci, prendevo il palo. Ecco, gli Ultravox per me rappresentano tutto questo, la memoria di un periodo felice, del quale hanno anche fatto un po’ da colonna sonora.

John Foxx

Alla base degli Ultravox, però, c’è proprio questo signore di cui sono chiamato a recensire l’ultima fatica, ovvero Mr. John Foxx. La storia della band forse si divide proprio fra un prima e un dopo la sua uscita da essa, dopo tre grandissimi album come Ultravox!, Ha! Ha! Ha! e Systems Of Romance. Da quel momento le strade si sono separate: da una parte un gruppo che, grazie all’intuito e al talento di Midge Ure è diventato protagonista del music business pur mantenendo una certa qualità compositiva, dall’altra un artista che ha iniziato a dare sfogo a tutti gli aspetti della proprio personalità attraverso una serie di album di ottimo livello. Metamatic, The Golden Section, The Garden, la serie Cathedral Oceans, Mirrorball con Robin Guthrie e il mistico My Lost Cities, sono le perle di un percorso intimista che ha portato alla creazione del progetto John Foxx and the Maths, collaborazione con il guru dei sintetizzatori analogici Ben Edwards (Benge per gli amici), che aveva esordito l’anno precedente con Interplay.
Ma se in quel disco i suoni si rivelavano duri e abrasivi, grezzi al punto da far pensare ad una irrefrenabile urgenza espressiva che aveva impedito di modellarli altrimenti, in Shape Of Things si torna alle atmosfere intimiste e curate tipiche del mondo sonoro di John. Questo è un disco in cui anche i brevi intermezzi strumentali sono funzionali al respiro dell’opera e non sono riempitivi per arrivare ad avere un minutaggio sufficiente a riempire tutto il CD. È proprio uno di questi inserti strumentali, Spirus, che apre l’opera. Con la sua atmosfera ambient agitata da percussioni vagamente tribali, fa da introduzione per Rear-view Mirror, primo brano ‘vero’ del disco, omaggio alle atmosfere degli Ottanta, scandito dalla voce bella e profonda di Foxx, che supporta un mood inquieto ed alienante. La successiva Talk guarda al presente con la sua ritmica glitch, il minimalismo sia melodico che vocale che esplode in un finale infiammato da un sintetizzatore ossessivo.

Il secondo intermezzo strumentale, Psytron, apre September Town che rimanda ai primi Ultravox, con una melodia semplice e accattivante e un andamento robotico che ricorda i Kraftwerk. Un pezzo orecchiabile che potrebbe girare tranquillamente sulle radio, almeno quelle non allineate al mainstream. Unrecognised, invece, fa da contraltare alla semplicità del pezzo precedente. È un brano oscuro e potente, che suggerisce atmosfere desolate attraverso una melodia bellissima che esalta le notevoli doti vocali di Foxx. La tensione di questo brano è stemperata dall’improvvisazione sci-fi di Modreno, in cui Benge da il meglio di sé. I suoni abrasivi di Interplay tornano on Falling Away, in cui un inizio distorto e quasi rumorista è reiterato lungo il pezzo, alternato al canto di John. Si tratta, però, solo di un momento, in quanto con la successiva Invisible Ray si torna alle atmosfere ambientali di inizio disco, arricchite qui da passaggi vocali che danno un senso di rituale pagano al pezzo.
Il fantasma degli Ultravox torna nei due pezzi successivi. Vapour Trails infatti, potrebbe appartenere al primo periodo della band, quello di Foxx, visto il suo synth sbilenco ed obliquo, la ritmica complessa e un ritornello immediato e piacevole. Curiosamente, la successiva Tides potrebbe invece appartenere ai “nuovi” Ultravox: un ottimo pop rock semplice e trascinante per voce, drum machine e sintetizzatori. L’intermezzo più inquietante fra quelli proposti, ovvero Astoria, introduce la lenta ipnosi di The Shadow Of His Former Self, forse il pezzo più ostico dell’intero programma, denso di nubi psicotiche scandite da un canto che pare provenire dall’oltretomba. È la dark side dell’autore ad emergere fra le righe di questo pezzo, metà oscura che fa capolino anche fra le righe di Where You End And I Begin, un synth pop minimale per voce femminile con atmosfere quasi funky, che però si aprono ad un finale mistico. Questo è anche l’ultimo pezzo del disco, e non è un caso che Foxx abbia deciso di chiudere il lavoro con il misticismo che da sempre lo accompagna e lo contraddistingue.

Foxx & Benge

Che dire, dunque? Piace questo Shape of Things. Piace il suo essere cerebrale e fisico, con pezzi ambientali e minimali che si alternano in una naturale continuità a brani da ascoltarsi tutto di un fiato nella loro semplicità. Piace l’attitudine a scavare nel proprio Io, con testi che parlano di alienazione, rimorso, rimpianto, memorie fugaci e illusorie. Piace, infine, che il  buon John torni a trovarci con questa frequenza, come un amico del quale non si può fare a meno e che ha segnato, con la sua arte, trentacinque anni di storia della musica alternativa, tutta, non solo quella elettronica. Infatti come ritroviamo nei tratti dei figli le sembianze dei padri, scavando credo che possiamo trovare una piccola monade dell’arte di Foxx all’interno di che fa buona musica. E questo è un privilegio che hanno solo pochi.

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