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Musica

Villa Manin ospita i Radiohead

Biografia, arti e mestieri

radiohead villa Manin 2012 - palco gialloIl mio primo incontro coi Radiohead fu nell’estate del 2001, ero partita con due amiche per la stagione dolomitica: facevamo le cameriere in una casa vacanze per vecchi, Lara portò l’EP My iron lung masterizzato dal fratello maggiore e mi disse che erano gli stessi di Karma Police, ma qualche disco prima. Ricordai il flash dell’inquietante video che passava TMC2 e di come pensassi di non aver capito bene perché inseguissero quel povero pingue in una strada buia di campagna. My Iron lung divenne la colonna sonora del soggiorno-lavoro e ripensandoci ora sono stata molto fortunata ad aver incontrato i Radiohead in una delle loro primissime incisioni, così mi sono potuta godere il seguito senza saltare i passaggi. Il disco fondamentale (Ok computer) era già uscito da quattro anni, ma in poco tempo mi mangiai la discografia fino all’inappuntabile punto di svolta che è del ’97, ricordiamo che Ok Computer è stato considerato dalle riviste musicali il miglior album degli anni ’90 e la sfida non è facile.

Mi è costata molta fatica comprendere Kid-A e Amnesiac, li ho un po’ sottovalutati, ancora annacquata di rock e abbastanza disorientata dal disarmonico delle campionature, dall’assenza della voce o dalla sua alterazione. Avrei capito quella svolta solo a posteriori, pensando che i Radiohead, come molti altri gruppi rock, sarebbero stati condannati alla morte artistica se non avessero messo in pratica un loro personalissimo rinnovamento, prima degli altri. La peculiarità dei Radiohead è, forse, che il rock non c’entra niente, ma cos’altro era The Bends o Pablo Honey? Ancora sperimentazione mi viene da dire, ma con una costante: i testi. Da quando ho cominciato a leggerli ho capito perché non era dato a sapersi perché la macchina con Thom Yorke sul sedile posteriore inseguiva e mai raggiungeva l’esausto corridore. Anzi, l’automobile tornava indietro e veniva incendiata dall’inseguito, Thom non c’era più e il karma viene confinato ad una mera autovalutazione. Spersonalizzazione e onirismo, o forse che non tutto è conoscibile o interpretabile. E va bene pure tradurre come uno crede, la versione emozionale è attendibile, per questo dopo i primi due album, la musica, oltre ai testi, preme sulla veridicità del soggettivismo come proseguo dell’opera creativa.

radiohead villa Manin 2012 - palco bluQuando, alla fine dell’anno scorso, i Radiohead hanno annunciato le date del tour, e ho scoperto che quello italiano sarebbe cominciato “dietro casa mia”, ho trovato enormemente romantico che potesse piacere loro la residenza del Doge, che da queste parti è persino inflazionata. Non è l’unica villa veneta, non è sicuramente la più suggestiva del nord est, ma loro – o la Regione speciale – hanno fatto sì che per raggiungerli ci avrei messo meno di venti minuti. La fine di un’epoca? “Vado a vedere i Radiohead” era sempre connesso ad una gita: Piazzale Michelangelo a Firenze nel 2003, l’arena civica a Milano e il RockWerchter Festival (Belgio) nel 2008 e, quattro anni più tardi, a Villa Manin. Per il mio quarto concerto in quasi dieci anni parto spazientita dal fatto che dovessero suonare in estate e invece, a causa del cedimento del palco canadese, ho dovuto aspettare quasi un anno da quando ho comprato il biglietto. Gli acquazzoni del giorno sono piuttosto brit, e il cielo rimane su queste tonalità nordiche.

Finita l’esibizione del gruppo spalla – un sette pieno a Caribou, i gruppi di apertura mi fanno sempre tenerezza perché a tutti interessa quello che viene dopo – comincia a piovere, ci si infilano i k-way, si sbuffa delusi e ci si guarda sconsolati. Ci si accanisce sugli ombrellati, non è ammissibile che qualcuno si veda il concerto sotto l’ombrello compromettendo la visuale. All’improvviso, poco dopo le nove e mezza, il miracolo: smette di piovere, si fa buio su tutta la terra e qualche minuto più tardi la band fa il suo ingresso con Lotus Flower. L’audio è ancora in fase di rodaggio, Thom dimentica un pezzo di testo, allarga le braccia incredulo e si punisce dandosi le maracas in testa. Nel frattempo gli schermi scendono dal soffitto e rimandano live l’esibizione: le dita dei Greenwood sulle corde, il cranio lucido del batterista, il profilo migliore di Thom, difficile a credersi ma sciolto e liberato sembra addirittura attraente. E sappiamo quanto la paresi di Thom abbia contribuito, fin da bambino, a renderlo così sensibile e fragile.
Dopo Lotus Flower, il singolo dall’ultimo album The King of Limbs, i Radiohead aprono la parentesi nostalgica con Airbag, la traccia che apre Ok Computer con le consolanti chitarre che ci avevano lasciato in The Bends. Del noto album canteranno solamente la trascurabile Climbing up the walls, anche se molti si aspettano No surprises, che è così dolce e crudele che commuoverebbe anche uno come Breivik. Un salto nel tempo e ancora l’ultimo lavoro con Bloom e a seguire un b-side da The King of Limbs, The daily mail, dedicata al nostro Silvio, anche se dubito entrerà mai nel repertorio Apicella, le dita di Thom sul pianoforte raggiungono il climax col contributo delle chitarre e con la chiusura che spiega cosa c’entrasse Berlusconi: “President for life, love of all/ The flies in the sky, the beasts of the earth/the fish in the sea have lost command”. The daily mail varrebbe tutto il concerto, si rimane storditi a guardare un uomo al pianoforte che trasmette una rabbia-ossimoro, elegante, contenuta e poi esplosiva. Come nota Swann, lasciandosi rapire da una sonata al pianoforte: “Una impressione simile, per un istante, è per così dire sine materia. […] E questa impressione continuerà ad avviluppare della sua liquidità e della sua incertezza i motivi che ne affiorano a tratti, appena discernibili, per risprofondare immediatamente e scomparire, noti unicamente al vago piacere che suscitano, impossibili a descrivere, a ricordare, a nominare, ineffabili” “E d’improvviso […] dopo un istante di pausa, bruscamente lei cambiava direzione e con un movimento rapido, fitto, malinconico, incessante e dolce lo trascinava con sé verso prospettive sconosciute”, la direzione è quella di Myxomatosis (2003), se The daily mail era tanto indicativa della semplicità sferzante delle ballate Radiohead, Myxomatosis rientra nei ricorrenti termini medici di cui spesso si serve la band. Dal vivo, come negli album, i Radiohead si divertono a divaricare la distanza tra una canzone e l’altra accostando per contrasto. Dopo The Gloaming, il crepuscolo, Separator, che, in un album di cui ho già ampiamente parlato, ha un posto d’eccezione, è come un calmante, come una garza che protegge gli urti e non fa vedere né la ferita né il rattoppo. E sembra di fluttuare, col palco di un rosso caldo come in una camera oscura.

radiohead villa Manin 2012 - palco arancioÈ la parte più introspettiva del concerto, con le immagini fiabesche e diaboliche che fanno di ogni canzone dei Radiohead una pozione di bellezza e disprezzo: Pyramid song, Nude (con le pareti di luci come mosaico mobile, glitter a cascata), Weird fishes arpeggi (l’unica canzone esistente col potere di migliorarmi l’umore), e Reckoner, che a mio avviso è stata l’interpretazione più toccante a chiudere il cerchio prima del crescendo che arriva con There there. Con questa traccia si conclude la prima parte del concerto. Dopo i meritatissimi applausi, parte la registrazione di Monsignor Fabbri a proposito del patto Stato-mafia, i grandi vanti della nostra nazione che guarda caso introducono The national anthem, splendida anche se la versione in Kid-A include una parte per fiati che rende l’inno ancora più grottesco, ma l’atmosfera coinvolge comunque, con degli intermezzi tratti da film italiani o da interviste che nulla hanno a che vedere col Mameli. Le distorsioni arrivano direttamente alla scatola cranica, la canzone sfuma con Hunting bears e approda a Feral, che è talmente sintetica che mai avrei creduto la facessero live (non è vero, ho barato e sapevo quali erano le costanti dalle date precedenti). Follia, uno sfogo autorizzato verso la sconsideratezza liberatoria prima di Paranoid android, cantata con la scioltezza di chi non la prova da molto tempo, e qui per la seconda volta Thom è preso dall’amnesiac per il testo, delicatamente e con professionalità mima una scenetta sulla banalità dei convenevoli fino alla panacea di “Rain down, rain down on me […] god loves his children” come una bestemmia necessaria, confermata dalla chiusura violenta di chitarre e batterie.
Mi sono chiesta cosa si provi a risalire sul palco con il pubblico in delirio, e credo che la risposta sia la loro energia, l’entusiasmo, la voglia di suonare che traspare nella perfezione dello spettacolo, la cura ai dettagli, la scelta dei pezzi, gli arrangiamenti, il fatto che ognuno di loro suoni due o tre strumenti (Il Greenwood anche contemporaneamente). Il primo encore è di nuovo per Kid A con How to disappear completly, su sfondo blu notturno, la chitarra acustica e quel testo sull’auto convinzione di essere invisibile che ti frantuma il cuore ogni volta che hai quello specifico desiderio. Ci si riprende subito con lo sfondo ellittico sul viola che riporta indietro il tempo a quasi vent’anni fa: Planet telex, il testo ancora attualissimo: “everything is broken, everyone is broken, why can’t you forget?”. Si torna a The bends non prima di essere tornati al presente con Staircase e Morning Mr Magpie, che con molta maturità portano all’adolescenziale Street spirit (fade out) che conclude il primo bis e piace tanto a quelli che di qualsiasi gruppo dicono di apprezzare solo “i primi lavori”. Street spirit è una canzone impeccabile, nulla da dire, ma la vera rarità dei Radiohead, e qualcuno dica pure che sono di parte, è stata proprio correre il rischio dell’allontanamento da quello che veniva troppo facile, come annuncia il titolo stesso, fade out: dissolvenza. Temiamo che fade out dissolva il concerto, ma la band si ritira solo per pochi minuti: Thom rientra con Greenwood per l’ultimo pezzo estratto da The King of limbs, Give up the ghost, una canzone che la sola voce di Yorke rende totale.

radiohead villa Manin 2012 - palco violaPortano sul palco il piano con la bandiera del Free Tibet che sembra sistemata all’ultimo con le mollette, Thom intona e strimpella Small Axe di Bob Marley e prosegue come per nascondere quello che verrà dopo, anche se le note che vengono accennate dal basso annunciano Everything in its right place, altra rivelazione imperitura del post Ok Computer.
Sfuma Everything in its right place e sul palco rimane solo Ed O’Brian, che smanetta con le campionature tra le ovazioni; accidentalmente lascia accese le apparecchiature e il palco è un fulgido luccichio di stelle ad intermittenza. Non siamo ancora pronti per andarcene, il palco si riaccende e la band sale per il terzo bis dopo due ore e mezza di esibizione. Tutto si chiude con l’Idioteca, mi ritengo fortunata ad averla ascoltata ad ogni concerto perché il crescendo elettronico, il testo apocalittico e la sempre irrefrenabile voglia di saltare a cui cede per primo il cantante, è forse il nucleo stesso della musica: creare e ricreare suonando. E che ognuno la veda come vuole, come quel commento su Youtube: “Radiohead? The most depressive band ever”, e non si può contestare che il seguito dei Radiohead sia di disadattati, ma c’è così tanto amore in ciò che fanno che la loro musica è causa prima e antidoto al contempo.

Da quando si sono formati ad Oxford nel 1985 i Radiohead sono:

Thom Yorke – voice, words, guitar, piano, laptop
Jonny Greenwood – guitar, analogue systems, ondes Martenot, laptop, toy piano, glockenspiel.
Ed O’Brien – guitar, effects, voice.
Colin Greenwood – bass, string synth, sampler.
Phil Selway – drums, percussions.

 Gli album imperdibili:
Ok Computer, 1997; In rainbows 2008.

Gli album degli esordi:
The bends, 1995; Pablo Honey, 1993.

Gli album della sperimentazione necessaria:
Kid-A, 2000; Amnesiac, 2001.

Gli album di passaggio:
Hail to the thief, 2003; The king of limbs, 2011.

 

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