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Palcoscenico

L’amore che dà spettacolo: Tosca e Turandot, due dive al tempo del melodramma

Floria Tosca è una donna gelosa come tante, incatenata all’amore, e l’oggetto del suo amore è il pittore Mario Cavaradossi. Ella vive in una torre d’avorio e tutte le musiche che accompagnano la sua lenta agonia non fanno altro che descrivere questo angusto e asfissiante spazio. Per questo motivo, una tra le opere liriche più popolari e amate presenta un difetto – se mi si passa il termine – che descrive la grandezza compositiva di Giacomo Puccini. Tosca funziona solo quando la protagonista è in scena. In sua assenza, la scena s’interrompe. S’interrompe perché Cavaradossi, l’amante velleitario, è un piccolo uomo, trascinato in un gioco più grande di lui e perché nonostante il suo potere, Scarpia, il terzo incomodo, spietato giudice a capo delle guardie, è incapace di tenere testa alla giovane cantante. Questo muore per la di lei mano, quello muore e «muore disperato», 4 anni prima di Butterfly, 26 anni prima di Liù; con la quale si chiude la lunga stagione del melodramma italiano.

Arena

Tosca, colei che non fece mai male ad anima viva, e Turandot, che ordinava le esecuzioni in prima persona: con queste due opere si chiude la stagione 2012 in Arena, la novantanovesima. Quando nel 1913 l’Arena di Verona si apriva alla lirica, Tosca era un’opera contemporanea e Turandot doveva ancora essere scritta.

Quindi, riprendendo il discorso, anche Turandot è un(a) giudice pucciniano, come giudice pare il cinico e spavaldo Scarpia. Il primo si sgela di fronte a un astuto principe ignoto, anche se non sapremo mai quanto quel bacio tra Turandot e Calaf fosse veramente nelle intenzioni di Puccini, deceduto con il calamaio pieno dell’inchiostro necessario per completare l’opera. Il secondo, invece, è un temuto e sanguinario capo delle guardie, del tutto indegno della carica che ricopre. La musica che accompagna Scarpia è stabile, fino al III atto, quando egli muore e restituisce a Tosca e Cavaradossi il palcoscenico, paradossalmente meno cupo adesso, nell’ora della loro rocambolesca morte. Quella stabilità suona come una condanna verso un potere ingiusto, immanente, privo di legittimità, ma impossibile da fronteggiare. E con Tosca siamo appena all’inizio del XX secolo; quattro decenni sono passati dall’Unità d’Italia e poco più dai moti rivoluzionari palermitani del ’48 che avevano innescato una catena di rivendicazioni popolane dal sapore liberale.

Turandot, invece, giudice fragile al limite del ridicolo, se guardata con gli occhi del suo pubblico, futurista, post-cubista e strutturalista, ma già in odore di surrealismo, ha poco a che vedere con la lotta sociale ottocentesca, sensibile alle ingiustizie del potere, che all’inizio del XX secolo sarebbe stata spazzata via dai vari nazionalismi. Invece, sono proprio i temi surrealisti, in un mondo razzista e già preda dei mercati finanziari, a venire realizzati musicalmente in Turandot. Amore, sogno, follia e liberazione s’addensano nella trama incompiuta di Puccini, fino a quel finale che l’antifascista Toscanini dai movimenti boccioniani impose ad Alfano di completare ma si rifiutò di suonare.

In misura e proporzioni diverse, Tosca e Turandot descrivono due eroine infelici della prolifica produzione operistica pucciniana. Tosca resiste in modo egregio alle perversioni di Scarpia, che «gusta dell’opera divina» pur senza riuscire ad amarla. Turandot è prigioniera e prodotto di antiche violenze, mai superate e presenti per mezzo di una versione moderna del lenzuolo funebre di Laerte che Penelope disfaceva di notte e tesseva di giorno: il gioco degli indovinelli per tenere ben lontani gli spasimanti. Alla fine, a forza di omicidi, Turandot, il suo Ulisse, se lo ritrova sotto casa e, paradossalmente, basta un solo sguardo per innamorarsene!

Puccini

A dire il vero, Puccini ha sempre trattato abbastanza maluccio le sue varie eroine: Manon muore sorridendo tra le braccia di Des Grieux, Mimì spira nell’indifferenza generale, Tosca si getta da un castello, Butterfly si recide la giugulare all’arrivo del suo ex marito, Liù si toglie la vita per non tradire quello spiraglio d’amore che vive in ragione di un solo sorriso. Ed è proprio con l’amore, quello appiccicato addosso a Liù che Puccini riscatta tutte queste infelici eroine. Infatti, questa volta, il suicidio di Liù salva la vita e la vita è quella di Calaf, che da lei non ha accettato nulla, infatuato dall’apparizione di una donna gelida come Turandot. Ping Pong Pang, le maschere di Turandot, all’inizio del III atto parlano di quell’amore, ma in termini di nostalgia per la sofferenza di ciò che è lontano; per una casa persa per sempre alla quale si vorrebbe ritornare; per un sorriso che in quella scintilla di tempo è stato vero e puro amore. Liù si aliena rivolgendosi a Turandot che le aveva appena chiesto cosa fosse l’amore: «Tanto amore segreto e inconfessato, grande così
che questi strazi son dolcezze per me perché ne faccio dono al mio Signore». Il suo suicidio è il riscatto per un amore dal peso specifico di una molecola. Tanto era bastato per accendere in lei quell’orgoglio che le ha impedito di tradire il nome del suo amato: Calaf. Ė proprio attraverso questo pertugio che il melodramma e forse la cultura italiana tutta, termina, e per sempre. Un amore pucciniano tutto al femminile, fatto di arie celeberrime e immanenti, descritto attraverso la fragilità di Mimì, che nella malattia si prende il primo sole; la speranza di Cio-Cio-San Butterfly, nell’attesa sofferente di quel dì; l’astuzia di Lauretta, che indugia astutamente col babbino caro, e l’audacia e tenacia e onestà di Liù, che nella sua morte chiude il cerchio, come già detto.

Venendo alle opere della stagione 2012 in Arena, Tosca quest’anno è dedicata alle popolazioni emiliane-romagnole, lombarde e venete colpite dal terremoto dello scorso maggio e invitate all’opera dalla Fondazione Arena e dal Comune di Verona. Tosca, opera perfetta di Puccini, la preferita dal compianto Luciano Pavarotti, secondo un emozionato Marco Armiliato, direttore della serata, si apre con un minuto di silenzio seguito dall’inno nazionale, cantato tanto dal pubblico italiano quanto da quello straniero, che in Arena ritrova le radici comuni europee più di quanto riescano a fare a Strasburgo o Francoforte. Emozione doppia per Armiliato, genovese, come l’Inno e Mameli, e fratello del celebre Fabio, tenore e attore scelto da Woody Allen per la sua Roma con amore. La Roma di Puccini, invece, gira attorno a Castel Sant’Angelo e alla basilica Sant’Andrea della Valle, e il regista Hugo de Ana ce la descrive veramente bene, così come le scene, i costumi e le luci, tutto Made by de Ana, perfettamente calato nello spirito pucciniano. Questa è la quarta ripresa, ormai datata 2006, ma non sembra affatto invecchiare, forse perché è il mondo ad essersi fermato ad aspettare… qualcosa.

Martina Serafin, al debutto areniano nel ruolo di Tosca, ha seguito pedissequamente l’ormai nota ricerca di precisione caratteristica di Armiliato, nonostante il tour de force imposto al direttore genovese che il giorno dopo avrebbe diretto anche Aida. Tornando alla Serafin, il soprano viennese è dotata di una voce morbida e piacevole, anche se il trasporto scenografico la porta spesso a sacrificare la precisione negli acuti. Aleksandrs Antonenko, tenore lettone dalle enormi potenzialità, dà come l’impressione di sottovalutare l’aspetto interpretativo per mettere in luce quella potenza che se mal controllata diventa più pungente di un dardo avvelenato. Avrà tempo di registrare il suo strabiliante «fortissimo» con le esigenze interpretative che Cavaradossi richiede. Lo Scarpia di Alberto Mastromarino, invece, sembra avere avuto una serata di quelle che è meglio dimenticare, anche per via del fastidio prodotto dalle campane e dall’organo che si è sovrapposto alla sua voce; ma Alberto è un c.d. grande e non ha bisogno di elogi quando non sono meritati. Tra i principali comprimari, sembra positiva la prova del sagrestano Marco Camastra, mentre non appieno nel controllo del suo mezzo è stato l’Angelotti di Alessandro Guerzoni. 

Turandot

Veniamo a Turandot, che chiude il nostro impegno in Arena per quest’anno. Allestimento del 2010 parzialmente rinnovato, questo di Franco Zeffirelli, anche se in realtà si tratta di un connubio tra quello che il Maestro realizzò all’inizio degli anni Ottanta per la Scala di Milano e quello della fine degli anni ottanta per il MET di New York. Ciò che urta, e non poco, in questa produzione, è il fastidio prodotto dai ventagli e dai movimenti eccessivi delle ancelle, che riportano più al mondo circense degli Orfei, piuttosto che a quello della Cina imperiale. Troppo di tutto, insomma, che non dice niente, quindi. Il popolo vestito dei colori della terra è gradevole, ma non si capisce perché lo si voglia così invischiato in un turbinio di comparse decorate che tolgono suspense e pathos. Anche Turandot è appesantita da stoffe e origami, nonostante la bellezza dei costumi realizzati da Emi Wada.

Vanga a fondo nel mistero di questi amori a prima vista e mai consumati, il direttore Andrea Battistoni che, accanto alla esperta Giovanna Cassolla, percorre la narrazione senza togliere nulla alla magia di quelle arie fatte per mettere in discussione i cardini del sentimento erotico-amoroso che non solo secondo Freud reggono in piedi il mondo. La Cassolla riesce bene a restituire quella Turandot minacciata e sull’orlo dello scioglimento. Brillantezza negli acuti, anche se leggermente compressi rispetto a un tempo, ottima capacità di fraseggio e amore indiscusso del suo pubblico sono la sua forza. Carlo Ventre è il solito potente Calaf. Richiamato sul palco per il canonico bis del celeberrimo «Nessun dorma», egli ha nella morbidezza condita con forza e vigore le sue qualità migliori, apparentemente immanenti. Amarilli Nizza è una Liù pulita, che porta a compimento la sua tragedia con partecipazione e delicatezza. Piace al pubblico dell’Arena e piace anche a chi scrive, questa interprete nel ruolo forse più mistico della storia del melodramma. Marco Vinco è un Timor, come si dice in gergo, senza gioia e senza infamia, mentre è da applausi che travalicano il suo ruolo minore Carlo Bosi, nella parte dell’Imperatore e padre di Turandot. Disturbati da quegli infelici ventagli i tre ministri, ovvero Leonardo López-Linares, Ping un po’ troppo annoiato, Paolo Antognetti, Pong senza troppa verve e Saverio Fiore, Pang a tratti succube dei compari.

Anche quest’anno si è chiusa la stagione del Festival in Arena, e con un ulteriore calo degli incassi attestato al 12%. Sono stati 426.390 gli spettatori nelle cinquanta serate dei sei titoli in cartellone, con una media a recita di 8.525 spettatori. Poco più del 60% i posti disponibili occupati, con vigoroso calo delle c.d. Poltronissime Gold. Maggiore la presenza sulle gradinate rispetto agli anni passati, dunque, a prova che il pubblico non è mancato, semplicemente ha voluto spendere meno (e forse meglio!). Sembra proprio il caso di concludere in questo modo, per quest’anno di crisi mondiale: ovvero con i numeri, che sembrano governare cinicamente anche il mondo dell’arte. Arrivederci al Festival del Centenario, sia a quelli che li fanno, sia a quelli che li danno, i numeri!

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