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Percorsi

Oltre il sogno, per le strade di Saigon

Ho Chi MihnMi avvicino ad un taxi in sosta nel parcheggio antistante il grande piazzale dell’aeroporto. Con solerzia il giovane dalla corporatura asciutta e minuta che si trova alla guida – infradito e abiti sdruciti – scende dalla vettura senza proferire una parola e mi accompagna a depositare i bagagli nel retro. Poi fa altrettanto con altri due clienti mentre mi invita con ripetuti colpi sulla spalla a salire a bordo dell’auto, una vecchia Peugeot bianco-verde impolverata. Condivido il taxi con una improvvisata coppia anglo-vietnamita: lui 65, lei, forse, 20. Sono in viaggio di nozze, mi dice Matt, from Arizona, mentre con una mano liscia le cosce toniche di lei. Non sono sorpreso. Matt ha un’abbronzatura coriacea e un contagioso sorriso. E soprattutto deve avere molti dollari. Ma a ben guardare, la pervicace ostentazione del suo ego – the successful self-made man – non è che una spuria plastificazione che contrasta con le curve flebili e discendenti dei suoi occhi. Mi guarda con quelle sue piccole pupille madreperla-umide, dolenti, sofferte, poco più che spilli, e mentre mi racconta delle loro precedenti venture asiatiche – Cina, Tailandia, Laos – penso che in passato, quegli stessi occhi, devono aver abbracciato fianchi amorosi che ora non ci sono più. Ho la terribile sensazione che l’abbronzatura, il sorriso, il matrimonio e addirittura quella mano lasciva sulle curve giovani di sua moglie – già, quella giovane donna è sua moglie, mi ripeto – non siano che gli ultimi graffi sulla tela di chi non si rassegna al tempo, al semplice gusto del ricordo, alla sopportazione del dolore. Sorrido imbarazzato a Matt e alla ragazza. Carina quanto timida, lei subito volge lo sguardo altrove. Assente, come il suo nome. E in questo gesto tanto delicato quanto evidente leggo una furtiva ritirata, molto più del casto non voler mostrarsi, la secretazione di un supplizio di cui non è mi dato sapere, a me, estraneo intruso inopportuno nei fragili equilibri dolci e amari di questa unione così artefatta e così necessaria. Non voglio sapere, in fondo. E neppure supporre. Ma non posso che sostare il mio sguardo, come ipnotizzato, sul riserbo di quella creatura, le cui labbra vive di vita, ma spente di anima, sono lontane un viaggio intero dal sorriso radioso del neo-marito. L’unione che li unisce è sacra quanto le vite distanti che hanno vissuto e i mondi lontani che ancora abitano. Vorrei abbracciarli entrambi, di compassione, una delicata e non pietistica compassione, vorrei stringerli e augurargli chissà cosa in chissà quale lingua del mondo. E poi scendere dall’auto e correre via, da solo, nel traffico impazzito di Saigon, verso la ricerca di un alloggio decente.

Ma per fortuna è la voce puntigliosa e geometrica del tassista ad erompere nel retro della vettura e a salvarmi dall’imbarazzo dei miei stessi pensieri. Gli chiedo di portarmi ad una pensione economica nel quartiere di Pham Ngu Lao, zona popolare del centro di Saigon. La coppia acconsente, sicché ci affidiamo all’expertise del nostro vate in infradito e abiti sdruciti. Ci mettiamo comodi e volgendo lo sguardo oltre il finestrino mi chiudo in un silenzio involontario. Intorno a me un mondo allegramente caotico – literally without any rule – si dipana festoso, scintillante di colori accesi i cui riflessi si stagliano contro il grise-fumée del cielo. L’aria dentro l’abitacolo ha un retrogusto rancido di sudore reso ancor più fastidioso dai metri cubi di monossido che entrano in abbondanza da entrambi i lati della vettura. E capisco perché tutti, qui, indossano mascherine sul viso. Accanto a me sfila una Vespa truccata, a bordo un adulto, due bambini e un albero da frutto. Tre mascherine antismog, decine di mandarini, e niente casco, bien évidemment. Parce que la vie est une illusion. Mi stringo nelle spalle, rido con l’anima e penso che anche questa è Saigon.

Scooter e mascherine antismog a Saigon

Percorriamo diverse strade ampie e alberate, tappezzate di bandiere vietnamite e ritratti del condottiero Ho Chi Minh. Colui che da vivo era un’icona politica di lotta e resistenza, ora, per le giovani generazioni (oltre il 40% dei vietnamiti), è una figura storica hors du temps, quasi mitica. Eroico Enea moderno dal viso beato, certo impeccabile, la sua effige è scevra di qualsiasi umana sofferenza. All’opposto, è la città che porta il suo stesso nome (Saigon è anche conosciuta, più correttamente, come Ho Chi Minh City) ad ostentare le ferite delle indefesse battaglie di cui fu teatro. Per la verità, si tratta di un’ostentazione silenziosa, muta, fatta di oblii, più che di memoria, di cancellazioni, più che di stratificazioni; è la vittoria del cemento moderno sulla civiltà rurale, delle industrie sulla campagna, del capitale sul raccolto. Ma il cemento e il capitale non hanno un passato, non hanno un tempo, si impongono – irresistibili – al prezzo della dimenticanza. Sale guerre; guerre sanglante, direbbero i francesi, che di conflitti coloniali e mercantili ne potrebbero riempire gli Annales. Sporca e sanguinolenta guerra, come ora sono polverosi e rosso sangue questi drappi con il volto del condottiero senza tempo, drappi che si ripetono uguali e a perdita d’occhio per tutta la città, quasi fossero un fondale cinematografico inalterabile. E la nostra auto procede, lenta, regolare, accompagnata dall’incessante suono dei clacson all around. Il traffico ci sfila accanto da ogni lato, incurante, imperterrito, delirante. Poco alla volta ai grandi viali si sostituiscono strade più strette e la densità di auto, motorini, biciclette, pedoni, aumenta. Poi, qualche chilometro oltre, l’architettura si fa più fitta e decisamente ottocentesca. Più francese e coloniale. La città prende letteralmente forma al nostro passaggio, lo sguardo se ne satura e rapidamente ci troviamo a Pham Ngu Lao dove ogni via e ogni angolo sono animati da un frenetico bazzicare di attività lavorative e commerciali. Viene scambiato di tutto, on the road: carni, verdure, pellami, ricambi d’auto, spezie, falsi d’antiquariato, dolciumi, sigarette. Cartello pham ngu lao

Ci fermiamo nel bel mezzo di un grande incrocio, senza neanche tentare di accostare al marciapiede, poiché bloccheremmo l’accesso a decine di scooter e venditori ambulanti. Il tassista dalla corporatura minuta e asciutta scende dalla vettura e mi grida “Over there”, indicando un’insegna illuminata dall’altro lato della strada. “Ok”, gli faccio, mentre leggo l’insegna “Orient House” oltre il parabrezza. Forse la pensione è gestita da qualche suo famigliare, penso, ma in fondo fa ben poca differenza poiché, guardandomi intorno, mi accorgo d’acchito di come l’intera via sia fully packed di guest houses dai nomi infarciti di dittonghi impronunciabili (ad eccezione di inglese e francese). Facciate e insegne multicolor tutte diverse. Eppure tutte così uguali. Caratteri dell’alfabeto vagamente familiari, ma sempre con qualche dispettoso grafema in più. Leggo il tassametro e allungo al tassista 60.000 dong, circa tre dollari americani. Saluto con zelo l’improvvisata coppia anglo-vietnamita, benedicendoli alla loro vita di coppia e alla loro personale ricerca dell’equilibrio matrimoniale, poi mi affretto a recuperare i miei due zaini dal bagagliaio e mi avvio cercando di non prestare troppa preoccupazione ai motorini che mi sfilano accanto da tutte le direzioni.

L’accesso alla pensione è anticipato da una porta alta e stretta i cui contorni in legno vorrebbero vagamente richiamare le forme di qualche tempio buddista. O meglio, dell’immagine che il viaggiatore medio ne possiede. All’interno mi accolgono due sorridenti ragazze dal fisico asciutto. Qui sorridono tutti, penso. Non so perché, ma è contagioso, e questo mi basta. At least for now. Ricambio il sorriso e chiedo una stanza, per la precisione the cheapest room, purché con il bagno. “Sual, sual” mi dice quella più piccolina delle due, ostentando un typical Asian accent su base anglofona. Per qualche istante contratto artificiosamente sul prezzo, ma Pham Ngu Lao è zona assai frequentata e ottenere grossi ribassi è difficile. Alla fine mi accordo per 14 dollari a notte, sebbene avessi letto sulla Routard di prezzi anche inferiori. Lascio il mio passaporto e seguo la ragazza per le scale. La stanza è al secondo piano. All’interno, fa un caldo infernale. Prima di andarsene la ragazza mi mostra l’air conditioning che mi consiglia di tenere sempre acceso. Dopo qualche minuto riesco ad acclimatarmi. Per la verità, vorrei subito uscire per le strade di Pham Ngu Lao ma nella penombra della stanza, sento la stanchezza salirmi dai piedi fino alla testa, impadronirsi di ogni muscolo del mio corpo, ammantare le palpebre di una sonnolenza pesante e irresistibile. Épuisé. Lascio cadere gli zaini ai piedi del letto e altrettanto faccio con il mio corpo che piomba diagonalmente sul materasso con un tonfo sordo e già onirico.

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