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Percorsi

Saigon by night (I)

Guida Routard VietnamC’è un che di melodico e fragrante nelle voci dehors che accompagnano il mio risveglio subequatoriale. La stanza è soffocata dall’oscurità, ad eccezione di qualche striatura al neon proveniente dall’esterno, là dove la vita continua a scorrere insonne. Se solo avessi saputo quanto rapido sia Dioniso ad impossessarsi delle terre asiatiche mai mi sarei voluto addormentare. Eppure ad avvolgermi è ora un limbo di dormiveglia inscritto in un mondo a me letteralmente ignoto. Cerco di abituare gli occhi al buio. Non so che ore siano. Guardo il cellulare: segna le venti appena, le venti! Pare sia mezzanotte almeno e mi chiedo se l’orologio digitale sia davvero sincronizzato correttamente. Ricordo sì, di averlo aggiustato nell’attesa asfissiante all’ufficio visti, in quel sonnolento attendere sotto le pale del ventilatore. Donc, sans doute, il n’est que les vêpres. Mi sollevo sulle braccia e appoggio la schiena alla sponda del letto. Il freddo delle sbarre mi raggela i muscoli. Nonostante il condizionatore, ho i vestiti incollati addosso per l’umidità e un gran mal di testa che emana, ritmico, dalle tempie. Sento un terribile bisogno di una doccia che lavi via il viaggio, il sonno infermo e il fuso orario dal mio corpo indolenzito. Il getto di acqua gelata che mi piomba addosso dopo qualche minuto ha l’effetto provvidenziale di una pioggia lucida, catartica. Vorrei non terminasse mai di sgorgare, quel getto, sul mio capo, lungo la schiena, il ventre, i glutei, le cosce, e giù fino ai polpacci e ai piedi. Mai un pianto fu più benefico e indolore.

Venti minuti più tardi esco dal bagno di nuovo in forze. Apro il piccolo frigo a lato dell’armadio e prendo una lattina di Tiger, la birra più diffusa in Vietnam. Poi, stravaccandomi sul letto, cerco di definire una excursion per la serata aiutandomi con la fedele Routard. Mi accendo una sigaretta e sfoglio le pagine dedicate a Saigon ricche di mappe, itinerari consigliati, tips, night life suggestions, and whatever. Mi abbevero alla fonte dei globetrotters massificati di tutto il mondo in maniera piuttosto incerta anche perché la mia attenzione è attirata più dai rumori di vita che provengono da oltre la finestra che non da quelle giallognole pagine riciclate. Non è il caso di temporeggiare troppo, penso, mentre lascio che l’ultimo sorso di birra gelata scivoli in gola… Ogni angolo, ogni odore, ogni vicolo, ogni sapore: tutto, là fuori, è ancora vergine alla mia esperienza. Sarà, di nuovo, l’improvvisazione a guidarmi. Allons, vite! mi dicono i crampi della fame che iniziano a tambureggiarmi lo stomaco con crescente intensità. Sicché, indossati una t-shirt e un paio di pantaloncini, scendo alla reception, pago la mia prima notte alla ragazza più alta, ora rimasta sola, e dopo pochi minuti sono in strada. 

Saigon di notteL’atmosfera è estiva, frizzante, festosa. Calda. Ben poco sembra essere cambiato dal pomeriggio. Le uniche differenze che noto sono che le insegne, alimentate da pericolanti centraline appena sopra le teste dei passanti, sono tutte illuminate, mentre le donne vietnamite vestono abiti grossolanamente eleganti. Imbocco D Le Lai, uno dei viali principali che delimitano il quartiere, e poi lascio che sia quel brivido emozionale di cui solo l’incertezza dell’ignoto si sostanzia, a spingermi, con geometrica casualità, lungo i cunicoli di Pham Ngu Lao. E non ci vuole molto perché, tra gli alveoli trafficati di questa città senza polmoni, io sia irrimediabilmente perduto. It is a wonderfully light thrill. Stupendo, leggero, disorientamento. Il quartiere è popolanamente chiassoso. Davanti ad ogni portone, dentro ogni veranda, lungo ogni metro quadro di marciapiede si dischiudono davanti a me micro-realtà familiari totalmente autosufficienti nella loro teatrale disposizione: bambini, adulti, anziani in un ritratto d’insieme che ha tanto il sapore di socialità ritrovata. Mi ricordano le abitudini rituali degli anziani di paese, o i vecchi circoli culturali ormai soppiantati dalle sale bingo multilights, nei quali l’usanza ormai in disuso di radunarsi collettivamente intorno a qualche ammazzacaffè apriva le porte alla notte e ne saturava le ore con miriadi di discorsi fumosi intorno alle Big Questions of Life finché i primi bagliori dell’alba non spegnevano gli ingegni. Qui, però, questi ritratti d’insieme vivono l’ossimoro di essere plongés nel ribollire di vita schizofrenica che rappresenta la condizione ormai naturale della Saigon d’inizio millennio. I neon spengono le luci fioche delle lampadine domestiche, la gastronomia si miscela al monossido, gli arpeggi di una chitarra sono silenziati dalla musica disco proveniente dai bar e dalle auto. È forse questa la contraddizione più disorientante della città, ovvero il suo distonico svilupparsi secondo mere logiche di accumulo, senza alcuna apparente progettazione, come se i suoi abitanti fossero stati sorpresi dalla marea di capitale riversatasi su di loro dagli anni 90 e ne fossero stati ammaliati, travolti. Una marea che è ingenua volontà di possesso e sembra aver spento le ragioni del ricordo e del domani, lasciando il passo a un presente istoricida nel quale il nuovo e il vecchio, l’etereo e il terreno, si scontrano e si sovrappongono senza alcuna armonia, fin quando l’irrazionalità dell’hic et nunc non ne annienta la lotta. Non c’è nulla d’inautentico, sia ben chiaro, nè di autenticamente perduto: it is all about suppression and re-creation.

Le vie sono strette, intasate di bancarelle e impregnate di odori aciduli di cui ignoro l’essenza. Non mi trattengo dall’insinuare lo sguardo all’interno di alcune abitazioni; non è certo invasione, la mia, in fondo, giacché le porte di molte case sono spalancate come sipari sul mondo – salone unico, tavolo centrale, tappeto, televisione datata, e ancora, tempietti, immagini sacre, ritratti di famiglia custoditi all’ombra di un Dio dai tratti estatici – e tutt’intorno odori che richiamano i sacri incensi delle chiese cristiane. Assisto ad uno Shakespeariano brulicare commediante, sebbene sia ben consapevole come anch’io sia parte del gioco. Nella mia figura aliena, rappresento, infatti, per ogni sguardo che incrocio, ogni sorriso che ricevo, ogni commento che provoco, un animale di estraneità. Je suis l’Autre; I am the Other. E ciò è pur vero nonostante il fatto, semplicemente statistico e commerciale, che Saigon sia già da anni una città fortemente multietnica. Il rituale del contatto umano – incontro/scontro di alterità mutualmente irriconoscibili – è sempre diverso da sé, irreplicabile, a suo modo senza memoria. Non può che suscitare proiezioni ogni volta nuove; unique mirroring simmetries. E allora come potrebbe trattarsi di invasione indiscreta, la mia, quando io stesso sono oggetto/soggetto del vociare da cortile che mi circonda? Impossibile evadere il giudizio. Ce sont les enjeux inevitables de la vie.

Mercato notturno

Quando la fame diviene ormai insostenibile decido di appartarmi in una bancarella tra le tante che cucinano noodles e piatti di pesce per 30.000 dong. Non ho scelta: devo subito infrangere le mie remore nei confronti del cibo-da strada, dimentico o noncurante di possibili incidenti intestinali. Troppo lungo sarà il viaggio, per permettersi un’intransigenza fine a se stessa. Attraverserò pianure e villaggi dove il cibo da strada sarà, talvolta, l’unico cibo disponibile, tanto vale abituarsi subito. I profumi speziati di una improvvisata cucina a gas on the road saturano l’ambiente in modo particolare e come lunghi tentacoli tentatori mi spingono infine a fermarmi. Un ragazzino sui quindici anni mi mette rapidamente a disposizione un tavolo, sfoggiando un sorriso compiaciuto. Scandendo un inglese ritmato, ordino “one beer and noodles with fish”, prima ancora che il suo sorriso riesca a dileguarsi oltre i fornelli. Poi mi accendo una sigaretta e mi rilasso nell’attesa. Osservo e mi servo al tavolo della vita che mi circonda. Davanti a me, persone gaudenti appollaiate su micro-sedie da kindergarten intorno a micro-tavoli da kindergarden giocano a carte; un anziano fuma solitario il suo sigaro leggendo il giornale ormai vecchio di un giorno; due bambini si rincorrono tra le foglie di lattuga che si trovano ai bordi della via. Tutti sembrano essere lì da sempre, come se la mano di un abile regista ne avesse inquadrato e congelato i ruoli in un eterno ripetersi. Just timeless. I volti hanno un’età indefinita e indefinibile. Cerco di datare le rughe di un’anziana scheletrica a pochi metri di distanza da me, seduta sotto la luce artificiale di un lampione con indosso il classico nón lá (cappello di paglia). Impassibile e vitrea, pare quasi che stia simulando l’immobilità eterna bagnata già dalla provvidenza. Mi lancio in svariate suggestioni, ma la sua pelle cotta dal sole e gli occhi infossati ben oltre le arcate e gli zigomi non mi permettono di fare ipotesi verosimili. Potrei sbagliami anche di decadi. In fondo, che importa? Who cares about years and ages? Non sono che numeri astrologici, mi dico. E mentre annuisco tra me, l’anziana dischiude un sorriso sdentato nella mia direzione. Ricambio. Poi alzo la testa al cielo: non una stella, troppe le luci, non una nuvola, troppo densa l’afa tropicale. Ed è solo quando una lieve brezza dal porto scuote le tovaglie dei tavoli, che ricordo, davvero, di essere lontano da casa. Non è il mio vento questo, non ne ha lo stesso odore, né la stessa intensità. Una birra sul tavolo, una sigaretta in mano, qualche dong in tasca. E per un istante neanch’io ho più un’età. Sono solamente parte di un mondo a parte.

anziana vietnamita

Dopo essermi accertato che il pesce sia ben cotto, inizio a divorare le mie noodles fumanti. Quando non sono ancora a metà della cena mi vedo costretto a chiedere al garçon dal sorriso compiaciuto un’altra tiger per stemperare i vapori del piatto e gli effetti del peperoncino. L’abbuffata, di per sé, non dura che una decina di minuti e ben presto solo il retrogusto intenso del coriandolo rimane a viziarmi la bocca come unica testimonianza della cena. Allontanato il piatto, rimango seduto – un souris sur ma bouche – ad inquadrare il lento declinare della vita di strada. I tavoli intorno a me rimangono desolatamente orfani di clienti, i motorini si fanno più radi, le luci si abbassano e il vociare di popolo si rintana dentro le abitazioni, ora tornate ad essere un affaire privé. Sono catturato dalla perizia con la quale un giovane, certamente minorenne, impila ai lati della strada numerose casse di frutta e verdura, pronto a chiudere la propria bancarella. I suoi movimenti sono rapidi, ma chirurgici. Potrebbe farlo bendato, ne sono sicuro. Ostenta una sicurezza disinteressata che mi affascina, una devozione che lo nobilita, il suo è un prodigarsi senza sforzo. Intanto il garçon dal sorriso compiaciuto ha spento la bombola del gas e riposto alcuni wok sotto i fornelli. Chiedo il conto e lascio una mancia onesta, ma non esagerata. Consumo un’ultima sigaretta soffiando il fumo contro la piattezza color onice del cielo. Quando mi alzo per andarmene, le casse di frutta e verdura ai lati della strada sono ormai coperte da un grande telone bianco, il giovane della bancarella è sparito somewhere e le tre birre che ho bevuto si fanno decisamente sentire.

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