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Percorsi

A croato con Pravato

Reportage dal corso di serbo-croato di Federica Moro per Bottega Errante e Trieste Film Festival (druga lekcjia)

Secondo appuntamento

Il secondo appuntamento è sempre il più difficile.

Certo, c’è tanta voglia di conoscersi e l’entusiasmo per il successo dell’appuntamento precedente non ci fa stare nella pelle dalla voglia di incontrarsi di nuovo, però il momento è delicato. Ci si conosce ancora troppo poco, la gaffe è dietro l’angolo, potrebbero spuntare fuori aspetti dell’altro che non ci piacciono, oppure nostri modi di essere del tutto incompatibili con i suoi. E poi, la smania di rendere subito il rapporto più profondo può far commettere passi falsi. È troppo presto per prendersi certe libertà, si potrebbe facilmente ricevere una delusione, e si finisce, così, con il ritrovarsi tragicamente impacciati, senza sapere cosa dire, incapaci, a momenti, di ripetere le brillanti performance della prima volta.

È normale, non bisogna scoraggiarsi. La fase intermedia di qualsiasi rapporto richiede sempre un po’ più di attenzione e cautela, specie per i parlanti nativi di lingue romanze che si approcciano a una lingua con sintassi casuale. Già, perché la seconda lezione di serbo-croato è stata un bagno di sangue; più per Federica Moro, l’insegnante, che per noi allievi, a dire il vero.

Nella seconda lezione, infatti, si impara già a dire qualche frase per presentarsi e per presentare gli altri. Si fa, dunque, la conoscenza del verbo essere che, come in tutte le lingue, e come tutti i vocaboli di uso più comune, è irregolare. Apprendiamo che il serbo-croato ha il genere neutro (“ma non ha il numero duale, che invece ha lo sloveno!” – esclama Federica per sedare sul nascere ogni lamentela), pertanto il pronome di terza persona singolare è on, ona od ono a seconda che il soggetto sia maschile, femminile o neutro.

Poiché il corso ha scopo eminentemente pratico e mira a renderci in grado di interagire con gli indigeni durante un viaggio nei Balcani, sebbene con qualche limite, non ci addentriamo nelle declinazioni dei sostantivi, ma ci limitiamo a considerare che, in linea di massima, i termini con desinenza in consonante sono maschili, quelli con desinenza in -a sono femminili, mentre sono neutri quelli con desinenza -e ed -o. A questo punto, la redattrice si permette uno spoiler: esiste una declinazione di femminili in consonante e una declinazione di maschili in -a. Non è opportuno, però, caricare di troppe informazioni gli studenti durante i primi passi dell’apprendimento, anche perché – con un po’ di accortezza nella didattica – si possono trasmettere i rudimenti della lingua evitando, almeno inizialmente, l’uso di questi sostantivi. Si rammenti, comunque, che il genere grammaticale del significante, come sovente accade anche in altre lingue, non corrisponde necessariamente con il genere del significato.

Eccoci, allora, all’emozionante momento in cui conosciamo i primi vocaboli. È un approccio timido e stentato, un po’ come prendersi la mano senza guardarsi e senza dir niente nel buio di un cinema. Non è niente di eccezionale, ma d’altronde, si sa, aller Anfang ist schwer.

Chiesa di San Marco a Zagabria

Ovo je knjiga significa “questo è un libro”.
Ovo je stol significa “questo è un tavolo”.
Ovo je dijete significa “questo è un bimbo piccolo” 

Ci sono due buone notizie, negli esempi sopra citati: la prima è che il dimostrativo ovo è invariato in tutti i generi, la seconda è che in serbo-croato non ci sono gli articoli.
“Bella forza!” – diranno subito i miei piccoli lettori – “con una sintassi casuale, articoli e preposizioni (articolate o meno) non sono più fondamentali ad esprimere determinati rapporti fra gli elementi della frase, la cui comprensione resta garantita, mentre eventuali sfumature dipendono dalla pragmatica”. Perbacco! Come sono preparati i miei piccoli lettori. Ad esempio, infatti, non c’è differenza morfosintattica fra “questa è una chiave” e “questa è la chiave”, ma si presume che nel contesto di una conversazione reale non ci siano dubbi.

La cattiva notizia è che, come abbiamo appena ricordato, la sintassi del serbo-croato è basata su un sistema di sette casi, che sono poi gli stessi del latino, senonché le funzioni dell’antico ablativo (e del dativo, che però troviamo ancora) sono svolte da due casi “specializzati”, dai nomi decisamente evocativi: locativo e strumentale. Questo significa che, anche se abbiamo già familiarizzato con alcuni verbi regolari, fra cui “avere” (che in serbo-croato è regolare e non è ausiliare) e altri transitivi, non possiamo ancora lanciarci in disquisizioni approfondite come “ho un libro”, poiché non conosciamo l’accusativo di knjiga (spoiler: è knjigu, ndr).

Nonostante questo, al termine della seconda lezione, possiamo comunque dire parecchie cose nuove. Ad esempio, possiamo informare sulla nostra provenienza senza andare in giro con la maglietta della nazionale, suonando il mandolino e masticando pizza, ma semplicemente dicendo Ja (io) sam (sono) iz (preposizione che esprime provenienza, che regge il genitivo) Italjie (genitivo di Italjia, che eviterei di tradurre).
Grazie alla conoscenza del verbo essere e dei pronomi personali al nominativo, poi, siamo in grado di fare dei pettegolezzi sulla provenienza altrui: On je iz Trsta, ali ona je iz Genove, per esempio, che, adeguatamente pronunciato con tono cospiratorio, fa presumere chissà che retroscena sull’esistenza nel capoluogo ligure. Possiamo, inoltre, dire quali lingue parliamo, grazie allo studio dei vocaboli che indicano le nazioni, i loro abitanti, l’aggettivo che qualifica ciò che ad esse è relativo e la lingua ad esse comunemente associata; e possiamo ridurre immediatamente le aspettative del nostro interlocutore con l’indispensabile – almeno per il momento – avverbio malo (“poco/un po’”).

Possiamo anche indicare un oggetto e dargli un nome. Okay, ammetto che, di per sé questa abilità non sia particolarmente funzionale. Difficilmente, infatti, dovremo spiegare a un parlante nativo serbo-croato come si chiama un oggetto nella sua lingua, ma comprendere queste frasi farà comodo quando saremo noi a non conoscere un vocabolo e, poiché non possiamo aspettarci che i nostri interlocutori siano provetti interpreti, potremo scoprire il nome delle cose semplicemente chiedendo cosa siano; così, indicando un computer ci verrà detto che è un računar (letteralmente “calcolatore”), o un kompijuter, a seconda della zona in cui ci troveremo.

Sono parecchi, quindi, gli argomenti toccati: presente indicativo del verbo essere, di alcuni verbi regolari, nominativo dei pronomi personali, pronomi interrogativi (e loro varianti grafiche e fonetiche a livello locale), nominativo di alcuni sostantivi delle prime declinazioni, aggettivi e sostantivi di nazionalità, vocaboli vari di utilità quotidiana.

È ovvio che siamo molto lontani dall’esprimerci spontaneamente come vorremmo, e anche che questo non avverrà in un batter d’occhio, ma il rapporto è stimolante e, anche se il secondo appuntamento non è stato – com’era del resto ampiamente prevedibile, dato il carattere di quello che andavamo ad incontrare – sfavillante come il primo e non siamo stati brillanti come avremmo desiderato già essere, l’alterità del serbo-croato, questo suo essere così diverso e misterioso, così lontano da quel che siamo e conosciamo, ci ha irrimediabilmente sedotti, e questo suo “fare il difficile” non fa che rinsaldarci nel nostro proposito di conquistarlo.

Seduzione

 

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