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Fumetto

Mauro Marcheselli

Passato, presente e futuro in casa Bonelli

Locandina Tex L'Audace BonelliÈ dal 2010 che la mostra L’Audace Bonelli – L’Avventura del Fumetto Italiano sta toccando diverse città d’Italia per far conoscere al maggior numero possibile di persone quella straordinaria storia di cultura che è stata e che continua ad essere la Sergio Bonelli Editore, ovvero la più prestigiosa casa editrice italiana che si occupa di fumetto. Il titolo della retrospettiva, curata da Napoli Comicon insieme alla stessa Sergio Bonelli Editore, allude tanto al coraggio dimostrato dal suo fondatore, Gian Luigi Bonelli, autore di Tex e di tanti altri personaggi di carta, quanto al nome della rivista a fumetti, l’Audace appunto, che Gian Luigi rilevò nel 1940. Da qui ebbe origine una gloriosa storia editoriale che, sotto la direzione, altrettanto coraggiosa, prima della moglie Tea e poi del figlio Sergio, trasformò quella bottega artigianale in una grande fucina culturale e in un’insostituibile fabbrica di sogni a fumetti aventi al centro l’Avventura. La cura e la dedizione quasi maniacale, dettata dal grande amore per il fumetto e dall’enorme rispetto per i suoi lettori, che Sergio Bonelli riversava nel suo lavoro sono ora, dopo la sua scomparsa avvenuta il 26 settembre del 2011, patrimonio prezioso e condiviso di tutta la redazione, a cominciare da colui che ha oggi il difficile (e audace) compito di mettere l’ultima parola su ogni pagina che esce dalla casa editrice. Mi riferisco al direttore editoriale Mauro Marcheselli, conosciuto grazie alla tappa triestina della mostra (ospitata al Salone degli Incanti fino al 3 marzo 2013 e ricca di ben oltre 200 tavole originali esposte), con il quale si è intrattenuta un’interessante conversazione riguardo il passato, il presente e soprattutto il futuro della Sergio Bonelli Editore.

Alessandro Olivo (AO): Le Storie, l’ultima serie edita dalla Sergio Bonelli Editore, ed ideata da te, è diversa dalle altre per essere composta tutta da numeri 1. Quale è stata la sua genesi? Quali i riscontri di vendite e il gradimento dei lettori?

Mauro Marcheselli (MM): Le Storie è una collana nata, come altre iniziative, nel corso di una chiacchierata informale tra me e Sergio Bonelli durante una delle nostre ricorrenti “gite” del sabato per pranzare fuori Milano. Da anni cercavo di convincerlo a riproporre una serie di storie “libere”, sul tipo di Un uomo un’avventura, ma lui non credeva che una collana di albi senza un personaggio fisso potesse avere possibilità di successo in edicola. Alla fine, circa un paio di anni fa, si arrese, più per sfinimento che per convinzione personale, credo. Così sono partito, chiedendo soggetti a vari sceneggiatori della Casa editrice e spiegando loro il progetto. Pensavo a una ventina di albi, ma una volta che è girata la voce mi sono presto trovato una montagna di proposte sulla scrivania. Quelle attualmente in lavorazione sono una sessantina, ma c’è una lunga lista di soggetti in attesa del responso dell’edicola per sapere il loro destino. I primi tre albi sembrano essere piaciuti e sono andati abbastanza bene anche in edicola, mantenendo le vendite sopra la soglia delle 40mila copie che, se si stabilizzassero su questi livelli, stimolerebbero a proseguire, ma aspettiamo ancora qualche mese per mettere in cantiere nuove storie….

AO: Saguaro, apparso nelle edicole nel 2012, è stata la prima serie a tempo indeterminato per la SBE dopo molti anni di miniserie. Dopo pochi mesi ha fatto seguito Le Storie e, nel 2013, esordirà Dragonero. Questo fiorire di nuove serie è da interpretare come un segnale di fiducia da parte vostra nei confronti del mercato dei fumetti?

MM: Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti e credere che il mercato, nei prossimi anni, sarà ricettivo. I tempi non sono sicuramente facili e le nuove generazioni non sembrano particolarmente interessate ai fumetti cartacei. Speriamo, con le nuove serie in programma per i prossimi anni di invertire la tendenza. Ma è un’impresa ai limiti dell’impossibile.

Le StorieAO: Nel 2013 uscirà anche una miniserie di Recchioni a colori. Dopo il Dylan Dog Color Fest e il Color Tex, la casa editrice si sta aprendo sempre di più al colore. A cosa è dovuta la scelta? Ha contato anche l’enorme e in parte inaspettato successo della Collezione Storica a Colori di Tex pubblicata negli anni recenti da La Repubblica-L’Espresso?

MM: La tradizione bonelliana è il bianco e nero e proseguiremo su quella strada. Questo non ci impedisce di provare altre vie. Finora gli albi fuoriserie a colori sono andati bene, quindi ci è sembrato giusto provare anche con una serie regolare, e Gli orfani ci è sembrata particolarmente adatta per aprire le danze.

AO: Restando alle ripubblicazioni di albi Bonelli da parte de La Repubblica-L’Espresso, come sta andando la Collezione Storica a Colori di Zagor che ha seguito quella di Tex? State già pensando alla ristampa a colori di un nuovo personaggio Bonelli dopo lo Spirito con la Scure?

MM: Lo Zagor de La Repubblica si è fatto onore e quindi proseguirà fino al volume 71, che raccoglierà quindi tutta la produzione dello Spirito con la Scure scritta da Guido Nolitta. Si andrà avanti dunque fino al 20 giugno 2013. Dal 21 febbraio allo Zagor si affiancherà la Collezione Storica a Colori dedicata a Dylan Dog. In programma 50 volumi, con la possibilità di proseguire a oltranza.

AO: A proposito di Dragonero, prima serie di genere fantasy della SBE scritta da Enoch e Vietti: a cosa è dovuta la sua lunga gestazione? Ci sono state forse in redazione delle perplessità sul genere?

MM: Normalmente la gestazione dei nostri personaggi è lunga, a volte lunghissima. I motivi posso essere tanti e diversi. Nel caso di Dragonero i tempi si sono allungati perché, in realtà, l’idea di farne una serie a tempo indeterminato è nata quando abbiamo avuto in mano il secondo Romanzo a fumetti dedicato all’allegra combriccola di Enoch e Vietti e disegnato da Giuseppe Matteoni, un paio di anni dopo l’uscita del primo. A quel punto si è praticamente ripartiti da zero (o da uno) ristrutturando e adeguando il secondo romanzo in modo da trasformarlo nei primi tre episodi della collana e partire con la ricerca dei disegnatori dello staff, eccetera eccetera…

AO: Le miniserie citate prima sono state un successo della SBE. Nacquero per rispondere ad un’esigenza venuta dai lettori in una fase in cui il mercato poteva “spaventarsi” di fronte a serie a tempo indeterminato, o perché i soggetti proposti erano tali per cui il loro sviluppo prevedeva un periodo finito? E che insegnamenti vi ha dato questa esperienza?

MM: Le miniserie sono un’idea mia, che a Sergio Bonelli (pur avendola approvata) non era mai piaciuta e che rinnegava a ogni incontro con il pubblico. Quando gli feci la proposta, dopo uno dei soliti pranzi del sabato in cui lui mi aveva detto di sentirsi troppo vecchio per trovare ancora la voglia di impegnarsi in progetti a lunga (o lunghissima) scadenza, io avevo in mente che si potesse fare a fumetti l’equivalente delle serie televisive americane (ai tempi spopolava Lost), magari proponendo più “stagioni” per le miniserie che fossero andate meglio. E poi sarebbe stata anche l’occasione per proporre tematiche particolari, che potevano reggere solo un certo numero di albi prima di esaurirsi. Ammetto che non sono stati raggiunti tutti gli scopi prefissati, anche se la maggior parte delle miniserie sono andate bene o benino. Speriamo di fare meglio in futuro.

Dragonero Foto di gruppo

AO: Sempre parlando di periodicità, Lilith è una miniserie semestrale. Questo dipende dal fatto che è realizzata tanto nei disegni quanto nei testi da Luca Enoch, e quindi il lavoro dell’unico autore richiede un certo tempo? È una formula che commercialmente funziona e che si può pensare di replicare con altri autori completi o il pubblico Bonelli preferisce la mensilità (o al massimo la bimestralità)?

MM: Il pubblico bonelliano preferisce la mensilità, questo è assodato, le serie che hanno cambiato la loro periodicità da mensili a bimestrali non hanno mai guadagnato lettori, anzi. Per quanto riguarda Lilith, se Enoch riuscisse a scrivere e disegnare 94 pagine al mese saremmo più che contenti, ma ci dobbiamo accontentare delle 125 semestrali che realizza (e ti assicuro che Luca è uno dei più prolifici autori della Bonelli). Ora poi è anche al lavoro sui testi di Dragonero e ogni tanto fa qualcosa anche per altri…

AO: Nel 2012 si è celebrata la presenza ininterrotta per 30 anni nelle edicole italiane di Martin Mystère. Sei d’accordo nel giudicare la serie ideata da Castelli come uno spartiacque all’interno della SBE, tanto per il fatto che fu la prima in cui il protagonista viveva il nostro presente, quanto perché l’ambito avventuroso era completamente nuovo (il mistero scientificamente e storicamente documentato) fungendo così da apripista per le serie future, ciascuna dedicata ad un genere ben preciso (l’horror in Dylan Dog, il giallo in Nick Raider, la fantascienza in Nathan Never, eccetera)?

MM: Se non ci fosse stato Martin Mystére, probabilmente non avremmo avuto Dylan Dog, concordo. Ma credo che già Ken Parker avesse segnato un cambiamento importante. E ancora prima Mister No, a mio parere. Insomma, molti sono i mattoncini (e le pietre miliari)  sulle quali si è costruita e sviluppata la Casa Editrice e spero che altre ne riusciremo a posare nei prossimi tempi.

AO: Nel 2011 si è festeggiato il cinquantennale di Zagor, il personaggio creato da Guido Nolitta, l’alter ego di Sergio Bonelli. Quali sono, secondo te, le caratteristiche del personaggio che lo rendono così longevo e ancora così amato dai lettori? Forse il fatto che la nolittianità, ovvero quell’alchimia sottile di stile e contenuti che è la vera formula vincente dello Spirito con la Scure, è stata sempre mantenuta lungo i decenni, anche dopo che Nolitta stesso lasciò la sua creatura alla cura di altre mani?

MM: Mi sono riletto (nei week end) nel corso dell’ultimo anno tutti gli Zagor poi ristampati da La Repubblica. La prima volta li avevo letti più di quarant’anni fa e devo dire che, ancora oggi, spesso, mi sono divertito in modo vergognoso. Credo che la forza della serie stia nei personaggi. E non parlo solo di Zagor e Cico, ma di tutti quelli, amici e nemici, che sono apparsi nel corso delle storie (io ho un debole per Bat Batterton e Hellingen). Come poi è successo per Dylan Dog (avete fatto caso a quante sono le similitudini e le affinità tra le due serie?), Nolitta è riuscito a creare un universo fantastico e realistico nello stesso tempo e a far diventare dei personaggi di carta degli amici quasi reali che continui con piacere a frequentare per tutta la vita, perdonandogli magari qualche difetto sopravvenuto con l’età.

Dylan Dog

AO: Parlando di personaggi longevi non si può non pensare a Tex ed al suo successo ininterrotto da più di sei decenni. Pur restando fedele ai dettami del suo creatore, Gian Luigi Bonelli, lungo gli anni alcuni piccoli cambiamenti ci sono stati. Penso soprattutto alla maggiore dose di umanità che Nolitta ha introdotto nelle storie del Ranger che ha scritto e sceneggiato. Oggi i quattro sceneggiatori, Boselli, Manfredi, Ruju e Faraci, devono mediare fra la figura invincibile e onnisciente (Tex sa, guardando un uomo, se è buono o cattivo) del Tex di Gian Luigi con quella più umana del figlio Sergio. Sei d’accordo con questa interpretazione? E in che cosa si differenziano, secondo te, i Tex dei quattro sceneggiatori?

MM: Domanda difficile, e delicata. Quando viene a mancare il creatore diventa difficile gestire un personaggio. Sergio Bonelli e Decio Canzio ci sono riusciti benissimo, dando libertà, ma allo stesso tempo imponendo precisi limiti a coloro che hanno sostituito Gianluigi Bonelli. Mauro Boselli (l’attuale curatore della serie, nonché principale sceneggiatore) si è fatto le ossa da giovincello proprio nello studio del grande G.L. ed è ancora oggi il suo più grande estimatore. Ha il carattere (qualcuno dice il caratteraccio) e le competenze giusti per reggere un compito che farebbe tremare i polsi a chiunque. Personalmente credo che i quattro pards non potrebbero oggi essere in mani migliori. E di questo ne beneficeranno anche gli altri sceneggiatori della serie.

AO: Tu hai scritto i soggetti di alcune delle storie di Dylan Dog più amate dai lettori (penso a Johnny Freak o a Finché morte non vi separi) e sei stato il curatore della testata fino a pochi anni fa. Nelle tue vesti di soggettista quali sono le sfaccettature del personaggio e delle sue avventure che hai evidenziato di più? Quando poi ne sei diventato il curatore, come ha influito il tuo nuovo ruolo nell’approccio verso il personaggio? Intendo dire se ti sei sentito, per esempio, più responsabilizzato nel cercare di far preservare ai diversi soggettisti alcune caratteristiche del personaggio o se sei stato piuttosto “liberale”, consentendo di buon grado quella naturale evoluzione che tutti gli eroi ultra-decennali inevitabilmente conoscono.

MM: Vi svelerò un quasi segreto. Nel periodo in cui sono stato il curatore di Dylan Dog i soggetti li approvava… Decio Canzio. A proposito, il 4 gennaio ci ha lasciato (spero lassù si sia riunito con i suoi amici Sergio e Hugo), e vorrei ricordare un uomo che mi ha insegnato praticamente tutto quello che so di questo mestiere (quando sono arrivato ero una capra) e per il quale avevo un affetto e una stima enormi. Una persona riservata e coltissima senza la quale la qualità degli albi Bonelli sarebbe stata molto più bassa.
Se ci fosse stato lui al posto di Sclavi, non credo che i miei soggetti sarebbero passati. Decio non amava le storie romantiche, preferiva i gialli alla Sherlock Holmes oppure Poe e Lovecraft. Ma si potevano perorare le cause. Per esempio feci fatica a fargli accettare le prime storie di Paola Barbato, ma poi ne divenne un estimatore.

AO: Nel corso dei decenni, da Tex a Saguaro, come si è evoluto l’eroe Bonelli? Quali sono, secondo te, le caratteristiche che lo contraddistinguono al di là dello scorrere del tempo e in che cosa invece è cambiato?

MM: Non si sono evoluti gli Eroi, si sono evoluti gli Autori. E a volte involuti.

Zagor

AO: Io mi ritengo un appassionato di fumetti di formazione bonelliana, ovvero una persona che ha scoperto i fumetti da bambino grazie agli albi della casa editrice milanese. Poi, crescendo, ho imparato ad apprezzare diversi autori e generi, ma credo che Bonelli mi ha dato gli strumenti per poterlo fare. Oggi in Italia molti tendono a contrapporre un fumetto d’autore, da libreria, a un altro popolare, da edicola, utilizzando spesso per il primo l’espressione graphic novel, creando così un distacco, anche con le parole, dal termine fumetto. Non pensi che il risultato non sia altro se non quello di ingenerare una gran confusione presso i lettori casuali di comics e, soprattutto, fare un grande torto al fumetto in generale?

MM: Sergio Bonelli non voleva sentir pronunciare il termine graphic novel, non capiva la ragione del distinguo con i fumetti da noi prodotti e, sinceramente io sono della sua stessa opinione. Per me ci sono fumetti belli e brutti, che mi piacciono o non mi piacciono, il resto è noia.

AO: Come è cambiato in casa editrice il vostro lavoro, e in particolare il tuo di direttore editoriale, dopo la scomparsa di Sergio Bonelli?

MM: Adesso sono io che, al pari di Sergio, posso dire: “Non esce una riga da questa Casa editrice che io non abbia letto!”. Infatti ora il mio compito principale è leggere qualsiasi cosa verrà pubblicata. Poi ci sono le riunioni; con il distributore, con lo stampatore, con gli autori, con i collaboratori, eccetera eccetera…. È passato più di un anno da quel tragico 26 settembre 2011, ma ancora non abbiamo elaborato il lutto… per fortuna. Lavoriamo tutti come se Sergio fosse sempre tra noi, anzi, forse siamo ancora più bonelliani di prima.

AO: Secondo me uno dei tanti pregi di Sergio Bonelli è stato quello di innovare continuamente la sua proposta editoriale per offrire al pubblico una rosa sempre più vasta e articolata di pubblicazioni di qualità. Alcuni dei valori più importanti che hanno caratterizzato questo suo sforzo sono stati serietà, onestà e rispetto per il lettore. Secondo te quale è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano?

MM: Serietà, onestà e rispetto del lettore (e il massimo della professionalità) sono i capisaldi su cui si è fondato il successo della Bonelli. Credo che Sergio Bonelli, e i suoi genitori, nel loro lavoro siano stati un esempio per tutti. Se dopo settant’anni siamo ancora la prima Casa Editrice italiana di fumetti ci sarà pure un motivo.

Ken Parker MilazzoAO: Il primo dicembre 2012 sei venuto a Trieste insieme a Davide Bonelli, figlio di Sergio e nuovo direttore generale della SBE, per inaugurare la mostra L’Audace Bonelli – L’Avventura del Fumetto Italiano, la grande retrospettiva che celebra i settant’anni della SBE. Da manifestazioni come questa e da tutte le altre cui partecipi, quanto affetto percepisci dai lettori e quale è l’importanza che questo aspetto riveste per il vostro lavoro?

MM: Ho accompagnato per 25 anni Sergio Bonelli in giro per l’Italia (e anche fuori…) andando per mostre, incontri, lezioni di fumetto e sempre ho visto Sergio amato e rispettato da tutti, semplici lettori o autorità. Sergio si concedeva totalmente e parlava con chiunque, dando la stessa attenzione al sindaco come all’appassionato texiano che gli chiedeva che fine avesse fatto il cavallo di Tex. E gli piaceva davvero farlo, non era un atteggiamento. Amava il suo lavoro e amava svisceratamente i fumetti, i suoi e quelli che aveva letto da bambino.
Se fosse venuto a Trieste sarebbe stato molto felice. Perché amava la tua città e perché ogni riconoscimento al suo lavoro lo inorgogliva. Non so come mai, ma sembrava che Sergio si portasse dietro un ingiustificato “complesso di inferiorità” che neppure tutti i premi e le gratificazioni ricevuti nel corso degli anni erano riusciti a vincere.

AO: Oltre a Dragonero cosa puoi anticiparci delle collane dei prossimi anni?

MM: Più di tanto non posso dire, ma usciremo con un paio di serie ogni anno per i prossimi tre anni (compreso questo) e altri progetti sono allo studio. Come dicevo, siamo ottimisti. O forse incoscienti.

AO: La App di Martin Mystère è il primo passo della casa editrice su Internet, se non mi è sfuggito qualcosa. Il cammino in Rete proseguirà? E se sì, come?

MM: Io sono sulla linea di Bonelli, fosse per me non andrei sul digitale. Ma io sono un dinosauro, mentre i miei colleghi (e soprattutto Davide Bonelli) stanno studiando come sia meglio andare in rete. Purtroppo so che sono loro dalla parte della ragione..

AO: Questa è una domanda da lettore orfano di Ken Parker: c’è qualche remota speranza di vedere la saga di Lungo Fucile chiudersi sulle pagine di un futuro albo Bonelli?

MM: Mi iscrivo al club. Infatti sia io che Sergio abbiamo sempre cercato di convincere sia Ivo Milazzo che Giancarlo Berardi a portare a termine la serie. Sergio ci teneva tantissimo, io di più. La Casa editrice è disponibile, speriamo che prima o poi qualcosa si muova…

Mauro Marcheselli, direttore editoriale della Sergio Bonelli Editore, è nato a Melara, in provincia di Rovigo, il 19 ottobre 1953. Insieme ad altri, fonda, alla fine degli anni Settanta, un’associazione di appassionati, il Club Giovani Amici del Fumetto, che pubblica una fanzine da cui nascerà la rivista di critica Fumo di China. Marcheselli collabora con l’Anaf e con le riviste Orient Express, Pilot e Comic Art. Diventato redattore della Sergio Bonelli Editore, ha esordito sulle pagine di Dylan Dog come soggettista con L’ultimo plenilunio, firmando anche i soggetti di alcune tra le storie più amate dell’Indagatore dell’Incubo, come Il lungo addio, Johnny Freak e Finché morte non vi separi. E’ stato curatore editoriale di Dylan Dog fino al dicembre 2009.

Commenti

5 commenti a “Passato, presente e futuro in casa Bonelli”

  1. Mah, peccato che le belle parole di Marcheselli sulla nolittianità, siano regolarmente smentite dall’anti nolittianità delle storie pubblicate sotto la sua direzione… Predicando bene ma razzolando male, non credo sia da reputarsi costruttivo per il futuro di Zagor. Se poi vogliono farci credere che Gesù Cristo è morto di freddo, allora va bene tutto.

    Di Vittorio Silvestri | 16 gennaio 2013, 13:29
    • Credo che il tempo della nolittianità abbia prodotto degli ottimi fumetti, ma ritengo fondamentale per la salvezza della serie il fatto che Mauro Boselli abbia, già dai tempi dell’Esploratore Scomparso, cambiato in maniera intelligente l’impostazione narrativa, più moderna e matura.
      Sono contento della nuove serie a colori della Bonelli e molto contento della ristampa di Dylan Dog: Sclavi è stato un innovatore e su quella falsariga si sono abbandonati vecchi criteri di raccontare…

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  1. […] Alessandro Olivo ci segnala l’intervista a Mauro Marcheselli pubblicata su su Fucine Mute al seguente link: http://www.fucinemute.it/2013/01/passato-presente-e-futuro-in-casa-bonelli/ […]

  2. […] è molto più lunga ed emozionante (almeno per me). Risale ai primi anni del 2000 in Francia, dove Mauro Marcheselli mi volle presentare a Sergio Bonelli che mi propose di collaborare con la sua prestigiosa casa […]

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