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Scrittura

Un amore. Quell’insolito Buzzati

Dino BuzzatiDilaniato dalla passione cancerosa che lo affligge, Antonio arriva fino a immaginare se stesso come il professor Rath dell’Angelo azzurro, il film di Josef von Sternberg con Emil Jannings e Marlene Dietrich: un uomo, al pari suo, corroso, vilipeso e martoriato da una smania erotica alla quale non sa obbedire. Laide, colei che sta prosciugando Antonio del soffio vitale, è invece Milano, o almeno così lui se la figura: la Milano caotica e dispersiva di quegli anni, attraversata da un formicolio di fermenti, inquietudini, frenesie che non favorisce certo i contatti umani.

I sentimenti invecchiano e forse avvizziscono, ma i libri che sanno descriverli con autenticità no. Un amore celebra in questo 2013 appena apertosi il suo cinquantenario e mezzo secolo, l’ultimo, formidabile romanzo di Dino Buzzati, per molti versi il più atipico, se lo porta bene. Pubblicato, con ampio successo di vendite, nel 1963, emana un fascino ancor oggi attuale. Lo scrittore lombardo-veneto, ingegno policefalo come pochi, romanziere sì ma anche cronista, inviato, elzevirista del Corriere della Sera, novellista, drammaturgo, librettista per Luciano Chailly e Riccardo Malipiero, poeta, illustratore, fumettista, pittore, scenografo, si congeda con quest’opera dalla forma testuale del romanzo: nei pochi anni a seguire, prima che un tumore al pancreas ponga fine ai suoi giorni nel 1972, darà alle stampe solo raccolte di racconti (il più della sua produzione letteraria), sillogi poetiche e volumi illustrati.

Un amore di Dino BuzzatiCalzerebbe a puntino, a Un amore, l’incipit di Senilità di Italo Svevo: “Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria”. Perché Adelaide, detta Laide, è solo una prostituta pubescente e lui, Antonio Dorigo, architetto e scenografo affermato, un rispettabile professionista meneghino di quarantanove anni. Ma come Emilio Brentani per Angiolina, Antonio, che con l’anti-eroe sveviano condivide molte affinità, per Laide smarrirà il senno. Per una ragazzina bugiarda e incostante alla stregua di Angiolina. Dorigo è un maschio solitario che, con l’altro sesso, non è mai riuscito a instaurare un rapporto franco e appagante. Per questo, ripiega su incontri mercenari. La legge Merlin ha chiuso i postriboli ma la signora Ermelina, una consumata maîtresse emiliana, occulta il suo lupanare entro un falso atelier di moda. Ed è qui che Antonio conosce Laide, meretrice e, al contempo, ballerina alla Scala, ma anche modella, almeno a sua detta, e, ancora, frequentatrice di locali equivoci. Laide somiglia a una ragazza incontrata una volta da Antonio e dalla quale l’uomo era rimasto colpito. Ma sarà lei? Il dubbio è ancora nell’aria. Vive con la sorella e il cognato, Adelaide, ma è insofferente, desidera di più. Ha un bisogno cronico di denaro e ne spillerà molto a Dorigo, perché il bisogno è direttamente proporzionale a quello che lui ha di lei. Basta poco ad Antonio per scivolare in un’ossessione insanabile e finire umiliato e turlupinato pur di esercitare un illusorio possesso sulla giovane. Tra i frequenti viaggi a Modena, dove abita un non meglio precisato cugino che si rivelerà tutt’altro che un parente, sparizioni e ricomparse, appuntamenti mancati e disperati amplessi, itinerari nella Milano notturna più dissoluta e soprattutto frottole, a cumuli, Antonio scende a uno a uno i gradini della dignità e dell’autostima, fino allo scantinato gelido del fallimento esistenziale. I due amanti si avvicineranno sorprendentemente nel finale, come forse non era accaduto mai, quando lei gli confessa di aspettare un bambino e di volerlo tenere. Sarà il prologo di una nuova vita?

Lasciatosi alle spalle le atmosfere sospese e oniriche di Bàrnabo delle montagne (1933) e Il deserto dei Tartari (1940), le inclinazioni favolistiche e le fragranze silvestri del Segreto del Bosco Vecchio (1945), la fantascienza del Grande ritratto (1960), il Kafka italiano, etichetta mal tollerata dal nostro, confeziona un romanzo discontinuo rispetto al passato, una storia sentimentale e un’inchiesta psicologica connotate da un puntuale realismo, tanto nella ricostruzione delle dinamiche affettive o nell’esplorazione della pulsione carnale, quanto nei luoghi in cui si situa la vicenda. Nessuna concessione al fantastico, nessuno spazio per ambientazioni rarefatte o imprecisate. Ma soprattutto, niente montagne, scenario di tutti i romanzi precendenti. Un amore è un libro metropolitano fino al midollo. La novità generò disorientamento e scalpore in pubblico e critica. Si ventilò, non a caso, il sospetto di un deliberato ricorso al salace per aumentare le tirature, a cui Buzzati risponderà, in un’intervista a Tino della Valle sul Resto del Carlino del 3 agosto 1963: “Sono stato addirittura accusato di aver adottato un diverso modo di scrivere e certi termini crudamente realistici solo per mantenermi alla moda, o per vendere più copie. Respingo queste supposizioni. Volevo descrivere quel mondo, e dovevo scrivere in quel modo. E poi non è vero che sia cambiato, perché i miei libri hanno sempre avuto un linguaggio molto piano, cronachistico”. Vero. Se vi è, nell’ultimo romanzo, una spia della paternità buzzatiana, s’identifica con lo stile. Dimesso e disadorno, imperniato sulla paratassi e alieno da ricercatezze, rispondente al criterio di immediatezza orgogliosamente rivendicata dall’autore come retaggio della sua formazione giornalistica. A dissolversi sono l’incanto, il mistero, il soprannaturale.

Se, neIl deserto dei Tartari di Dino Buzzatil Deserto dei Tartari, Giovanni Drogo languiva nell’attesa dell’invasione nemica che avrebbe regalato l’unico momento di gloria alla sua loffia carriera militare, Antonio Dorigo, in guerra quotidianamente con l’imprendibilità dell’amata e i sussulti atroci del cuore, aspetta il ritorno di Laide e i rari intermezzi di quiete che lei gli concede. Laide, ricordiamolo, è Milano. “Una città veramente schifosa”, verseggiava lo stesso Buzzati, nel testo poetico Peste e corna- Lieve incidente in via, manifestando il disagio per un vivere urbano sempre meno sostenibile. La Milano dei primi anni Sessanta è il crocevia del recente consumismo di massa. Buzzati non è mai stato un autore sociale, eppure Un amore, oltre a intercettare, è risaputo, avvenimenti autobiografici, dipinge a tinte fosche ma fedeli la temperie del Boom. E Laide del Boom è per molti versi un prodotto, testimone di una gioventù così concupita dai feticci capitalistici, dalla chimera del denaro facile, da un edonismo frivolo come unica filosofia in un’epoca in cui tutto appariva a portata di mano, da smarrire la cognizione del bene e del male, ma anche la basilare propensione a interrogarsi a riguardo. Una gioventù assuefatta al disimpegno e al capriccio dell’istante, succube di una sorta di banalità del male determinata non dall’incardinamento in una micidiale, alienante macchina burocratica, come teorizzava Hannah Arendt su Adolf Eichmann e i funzionari nazisti, ma dal soggiacere a un sistema vacuo e ingannevole. Laide è battuta sul tempo dalla Cecilia della Noia, nata dalla penna di Alberto Moravia tre anni prima: una sorella maggiore, stesso impasto di sprovveduta fatuità e diabolica astuzia. D’altra parte, l’inettitudine, l’ignavia e la crescente insania di Dino anticipano la patologia di Antonio. Anche se, forse, per il più esaustivo resoconto su ragazze come Adelaide, è al cinema che dobbiamo attingere. Tanto per cominciare, a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, capolavoro del 1965. Non possiamo non riascoltare le parole che lo scrittore con la faccia del fascinoso attore tedesco Joachin Fuchsberger impiega per ritrarre Adriana, la tragica protagonista, immortalata da una zuccherina e irresistibile Stefania Sandrelli: “Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni zero, morale nessuna […]. Per lei ieri e domani non esistono. Non vive neanche giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati. Perciò vive minuto per minuto […]. È volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi. Con se stessa mai”. Non serve aggiungere altro. O forse, dato che ormai ci siamo addentrati nelle gallerie della settima arte, possiamo riconoscere in Laide, che mercifica i genitali per disporre di un guardaroba più copioso o dei quattrini indispensabili a un tenore di vita viziato e spendaccione, un’ideale prolessi dell’allucinante madre, moglie e squillo interpretata, nel 1967, da Marina Vlady. Il film è, naturalmente, Due o tre cose che so di lei di Jean-Luc Godard.

Da Poema a fumetti di Dino BuzzatiLaide non è priva di antenate tra i personaggi femminili della bibliografia buzzatiana. Nel Grande ritratto compaiono due figure muliebri dalla cui sintesi potrebbe essere scaturita la scostumata tersicore milanese: Olga, disinibita e provocante, e Laura, fedifraga e mendace. Ma anche Dorigo presenta dei punti di contatto con il professor Endriade, il vedovo pluritradito di Laura che, nonostante tutto, bramoso di lei, tenta di ricrearla artificialmente assegnandole il corpo di un’intera cittadella e una centralina elettronica per cervello.

Uno dei più accesi encomiasti di Un amore fu Eugenio Montale che, sul Corriere della Sera del 18 aprile 1963, professandosi piacevolmente sorpreso dall’evoluzione artistica di Buzzati, lodò l’onestà con cui l’autore disseziona le passioni e la loro carica demolitrice di perbenismi e doppiezze: “è uno dei libri d’oggi che meglio rompano la dura crosta dell’ipocrisia. […]. Buzzati ha imposto a tutti un esame di coscienza. Sono certo che molti, i più dei suoi lettori, gliene saranno grati”. Andò così?

Nel 1965, Un amore viene trasposto sul grande schermo da Gianni Vernuccio, nell’omonimo lungometraggio con Rossano Brazzi nei panni di Antonio e Agnès Spaak, figlia di Charles e perciò sorella della più nota Catherine, nella parte di Laide. 

Proprio per aver sospirato insieme al maturo architetto, per averne condiviso, per compassione, le ambasce, siamo incerti se gioire davvero quando Adelaide rivela la sua gravidanza. Anche Buzzati, a questo punto, compie un passo indietro, lasciando la coppia nella camera che molti segreti e nefandezze custodisce. Il destino che si allunga sui due amanti possiamo solo immaginarlo. Da cinquant’anni a questa parte.

Nota bibliografica

Un amore di Dino Buzzati è stato pubblicato da Mondadori, a Milano, nel 1963. Nel 1965 è uscito negli Oscar e dal 1975 è parte del Meridiano Racconti e romanzi. Numerose sono state le ristampe.

Commenti

Un commento a “Un amore. Quell’insolito Buzzati”

  1. Io non capisco come unom scrittore come Buzzati non sia osannato in Italia come lo è, per esempio, in Francia, Il suo capolavoro è secondo me, I sessanta racconti. Tante scene di questo libro si ritrovano, più o meno occultate, in moltissimi film. Il tempo che passa, la malinconia, il terrore improvviso ( una malattia di nome elle) ti lasciano sconvolti, come Rigoletto, dove si vede l’atrocità della guerra visivamente nell’orrido, el brutto, nello storto, nel deforme.Naturalmente, poi , c’è il “deserto dei tartari” addirittura sconvolgente,
    Giuliana

    Di giuliana | 31 marzo 2014, 23:56

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