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Scrittura

Taccuino siriano

All’inizio gli shabbiha arrivavano con i bastoni, gridando ‘Bashar, Bashar!’. Poi sono arrivati con le armi. Il governo dice che c’è un problema tra le confessioni, ma è stato lui a crearlo. Il governo è pronto ad ammazzare gente da entrambe le parti per intensificare il conflitto.
Jonathan Littell, Taccuino siriano

In un appunto a seguito delle Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar confessava di un’insostenibile stanchezza che le ricadeva nell’anima allorché la sofferenza, la pena e il dolore presenti su questo piccolo corpo celeste gettato nell’universo continuavano a professare il loro inesauribile canto al di là del tempo e delle ragioni. Sarà forse a causa di quel “terribile amore per la guerra” – per riprendere il titolo di un’opera di James Hillman – che la costante presenza del male in seno al mondo ce lo faccia apparire quasi scontato, cosicché l’uomo, non prestandovi attenzione e non tentandone di rompere la coazione a ripetersi, sembra divenirne al contempo un silenzioso complice. Ed è in risposta a tale questione che ci riscopriamo sorpresi nel chiederci “ma che fare?” così come interrogava se stesso indeciso un personaggio tolstojano: “Che fare?” Ovvero, come poter non restare schiacciati dal peso del cielo, noi, che Atlanti non siamo?

Ricordare, almeno, potrebbe essere il nostro dovere, perché la memoria, nei momenti in cui l’abitudine alla tragedia che imperversa è stata capace di far cadere il nostro giudizio nel sordo turbine della banalità, appare come un gesto etico possibile. Al contrario, dimenticare, lasciar cadere nell’oblio gli eventi e non prestarne l’interesse dovuto, sarebbe un atto immorale, in quanto “l’attenzione – come scrisse Simone Weil in una lettera a Joe Bousquet, parole che sarebbero da ripetersi come una preghiera – è la forma più rara e più pura della generosità”.

Simone Weil

Il 10 gennaio 2010, nell’asettica stanza di un ospedale specializzato per il trattamento delle ustioni di Ben Arous, è morto a ventisei anni il venditore ambulante di frutta e verdura Mohamed Bouazizi, immolatosi, come un monaco tibetano, il 17 dicembre 2009 a Sidi Bouzid. Egli era un Prometeo che ha donato agli uomini il fuoco capace di incendiare le sconfinate regioni del Maghreb, del Mashrek e del Golfo; e la sua storia, divenuta mitica, è stata tramandata in ʿarabī di bocca in bocca attraverso i vicoli della casbah di Tunisi, il porto affacciato sul Mar Mediterraneo di Tripoli, la Piazza Tahrir nel cuore del Cairo, fino a far bruciare la Siria.

Mohamed Bouazizi è nato nella “provida sventura” di manzoniana memoria, stanco del destino dettato da tanto capricciosi quanto effimeri Zeus; e il suo mito narra di un uomo di buona volontà, di un creatore di mondi – come avrebbe detto Hannah Arendt, convinti che di questa storia ne sarebbe stata osservatrice appassionata -, capace di dar forma a qualcosa di nuovo attraverso un’azione del tutto politica. E grazie a lui e con lui molti altri suoi fratelli e sorelle si sono scoperti Prometei, in una vocazione alla vita dedita all’umanità.

Bouazizi

Ecco così giungere la tanto insperata nuova stagione, la “Primavera araba”, i cui fiori purtroppo sembrano ancora lontani dallo sbocciare e allietare i sensi con i loro colori sereni e i profumi gentili. Perché tutti i paesi in cui la sommossa del popolo è stata capace di farne cadere i governi – la Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Alì, l’Egitto di Mubarak -, soffrono a oggi di un equilibrio precario; e in Siria, dove la battaglia per la democrazia è appena all’inizio, il pluridecennale governo degli al-Assad, al potere dal 1971, si dimostra duro a cadere. Una questione quest’ultima che, a causa dei particolari equilibri geopolitici a cui è connessa, si manifesta costantemente nella sua complessità da qualsiasi punto la si osservi.

Nonostante la mattanza di cui è vittima la “gente di Damasco”, bersaglio inerme dell’esercito ufficiale, la comunità internazionale, la quale dovrebbe farsi soggetto protettore dei diritti dell’uomo, si ritrova bloccata dai veti di Cina e di Russia e dal rischio che questo conflitto, al momento racchiuso in confini precisi, possa degenerare in una escalation di violenza che trascinerebbe, in una spirale inarrestabile e difficile da contenere, la Turchia, il Libano, Israele, l’Iran, con ripercussioni che coinvolgerebbero l’intera regione mediorientale.

Manifestazione in Siria

E si mancherebbe il bersaglio se si portasse la questione siriana su di un piano meramente religioso, o se si rievocasse l’onnipresente spettro del fondamentalismo, perché, in primo luogo, salafiti e alauiti conviverebbero in una nazione che è storicamente pluriconfessionale, e, in secondo luogo, se alcuni “ribelli” invocano la jihad, questo è semplicemente per ricevere un aiuto lì dove il resto del mondo non sembra capace di offrirlo. Il presidente americano Barack Obama ha dichiarato che un intervento militare sarebbe certo e inevitabile se il governo di Bashar al-Assad utilizzasse armi chimiche contro la popolazione; nel frattempo, Stati Uniti, Lega araba e Unione europea lavorano per una risoluzione del conflitto attraverso la via diplomatica. Ma il tempo scorre, i risultati latitano e le morti continuano. 

Le informazioni che giungono dalla Siria attraverso i grandi media spesso sono frammentarie, ufficiose e difficili da verificare. Riportano soltanto di notizie che possano apparire particolarmente pregnanti, tralasciando di far intendere quale sia la reale quotidianità degli eventi allo stato delle cose. Ed è proprio sull’aspetto “ordinario” di un’esistenza spesa nell’angoscia, l’elemento che maggiormente si può apprezzare nel Taccuino siriano di Jonathan Littell – scrittore e giornalista franco-americano famoso al grande pubblico per il romanzo Le benevole e già autore di un’importante inchiesta sulla Cecenia, dove denunciava il terrore e i soprusi in atto nella regione caucasica.

Jonathan Littell

Il Taccuino è composto dagli appunti presi da Littell durante le due settimane trascorse nel paese, nel periodo che va dal 16 gennaio al 2 febbraio 2012 (reportage che è stato pubblicato a puntate su Le Monde e apparso in Italia sulle pagine di Repubblica). Un documento che esprime la violenza della situazione attraverso la voce stessa di chi di quella tragedia è partecipe e protagonista suo malgrado; una discesa agli inferi in compagnia di Plutarco per raccontarci le vite degli sfortunati della città di Homs in un diario dalla scrittura frammentaria e febbrile, capace di portare con sé la sincerità di un testo non rielaborato, e dunque senza retorica.

Introdottosi di nascosto in Siria, oltrepassando la frontiera con il Libano, per potersi muovere liberamente ed eludere la censura degli organi di controllo del regime, Littell viene aiutato nel suo cammino dall’Esl (l’Esercito siriano libero) affinché gli sia permesso di documentare l’attività degli insorti e le motivazioni che li spingono alla lotta. Stanchi dell’oppressione, del sistema mafioso vigente nella nazione e dell’impossibilità di sceglierne liberamente il governo, gli uomini dell’Esl e la cittadinanza che li appoggia hanno costituito una società parallela a quella ufficiale del regime, composta da civili, attivisti, religiosi e disertori. 

Cure a un bambino siriano

Il Taccuino rievoca il dramma anche attraverso i vocaboli che ne scandiscono le giornate. Parole che sono in grado di riportare una quotidianità fatta di shahid, i martiri, ovvero tutte le vittime del regime; di shabbiha, i civili entrati tra le file delle forze di al-Assad; di mukabarat, il nome generico che sta a indicare i servizi segreti siriani. E descrive la minaccia costante dei cecchini appollaiati sui tetti degli edifici che sparano a uomini, donne e bambini senza alcun motivo; e riferisce dei video girati con i telefonini che mostrano di persone dal corpo devastato o delle cicatrici provocate dalle nail bombs; e riporta dei funerali che si svolgono in tutta fretta e quasi di nascosto per evitare di attirare lo sguardo dei franchi tiratori; e rivela delle manifestazioni contro il regime, che somigliano a delle vere e proprie feste con balli e canti capaci di instillare nelle genti l’energia necessaria per continuare la battaglia per la libertà.

16.45. Un altro morto, proprio qui accanto. Un uomo, ucciso dallo stesso cecchino, sempre quello della posta.

Jonathan Littell è nato a New York nel 1967. Presso Einaudi ha pubblicato Le Benevole (2007), che ha vinto il Prix Goncourt e il Grand Prix du Roman de l’Académie Française, Il secco e l’umido. Una breve incursione in territorio fascista (2009) e Cecenia, anno III (2010). Da Nottetempo sono usciti la raccolta di racconti Studi (2009) e Racconto su niente (2010). Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Taccuino siriano. 16 gennaio-2 febbraio 2012 (Passaggi Einaudi), diario delle due settimane e mezza trascorse a Homs, nel cuore dei quartieri che si oppongono al regime siriano.

I cenni biografici sono tratti dal sito della casa editrice Einaudi.

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