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Percorsi

Saigon by day (II)

Musei di storia, storie di musei

ultimo presidente repubblica del vietnamDopo un’oretta ne ho abbastanza del porto, della sua polvere umida, del suo persistente odore di ruggine e pesce essiccato, sicché decido di convergere nuovamente verso il centro della città. Risalendo D Pasteur – residuato di toponomastica coloniale – incrocio l’ampio viale D Le Loi e, poco oltre, imboccando D Ly Tu Trong, mi ritrovo di fronte all’armonia neoclassica del Museo di Ho Chi Minh City. Il palazzo che lo ospita – ultima residenza, temporanea, dell’ultimo presidente della Repubblica del Vietnam Ngo Dinh Diem (1962) – è anticipato da un ampio piazzale le cui condizioni sono piuttosto dimesse: asfalto rovinato, recinzione fatiscente, aiuole malcurate. Una tale desolazione, assieme alla presenza minacciosa di un F-15 americano parcheggiato in un angolo del cortile, colora in me il sospetto che si sia appena conclusa una fuga violenta, tranciante, una dipartita le cui modalità hanno comportato un disinteresse inevitabile per lo stato del luogo. Please, do not blame the lack of patriostism. La facciata del museo, al contrario, pur mostrando i suoi quasi 150 anni, emana tutt’oggi una nobile austerità. Nel marasma architettonico e cromatico della city, l’azzurro pastello che contraddistingue il palazzo – già museo della rivoluzione – rilassa lo sguardo e invoglia a sostare all’interno, quasi si restasse ammantati da una promessa silenziosa, non scritta, eppure sussurrata, di quiete e ristoro. Oasi urbana e intellettuale. Enfin. Aria fresca e incredibilmente respirabile. Finally.

È appena mezzogiorno quando entro nell’androne principale, dove non vi è nessuno ad anticiparmi: né un visitatore, né una guardia. Che profittevole sorpresa! E allora, pur con una prosaica auto-compiacenza, non posso che considerare l’inno di luci e prospettive che mi trovo dinnanzi – una vera e propria Marsigliese architettonica, esaltata da una grande scalinata centrale –  un piacere tout à fait privé. Muovo passi cauti, timoroso di varcare zone inaccessibili e dubbioso sull’effettiva possibilità di visitare il palazzo. L’aria a un tempo desolante e “abitata” della hall – i passi rimbombano di solitudine, ma nell’ambiente non mancano sedie, soprammobili, oggetti comuni – sdogana la mia immaginazione e rinsalda l’impressione precedente che il silenzio di cui sono testimone, lontano dall’essere la condizione normale del luogo, sia in realtà una malcelata messinscena, una falsa, muta rappresentazione dalla quale debba erompere, soon or later, un’ultima rabbiosa legione in ritirata. Eppure nulla si muove. Da una stanza all’altra, dal primo piano al secondo, e poi giù, nei seminterrati, a percorrere i cunicoli antiatomici costruiti in previsione di tempi avvedutamente burrascosi, respiro e inseguo le ombre del recente passato del Vietnam in totale solitudine. Ombre che non si nascondono e che, anzi, sono assolutamente viventi. Ombre francesi, ombre inglesi, ombre americane. Our shadows; del mondo a cui appartengo. Ma anche ombre autoctone, fraterne. Ombre che hanno portato segregazione e assoggettamento; sofferenza, guerra civile, riscossa; sentimenti ambivalenti e laceranti che oggi vengono esposti, quasi a voler favorire una catarsi collettiva della memoria, nelle decine di immagini allestite nel museo. E rimango sorpreso nello scoprire quante volte Saigon sia stata predata e depredata; di come ogni liberazione abbia significato, inesorabilmente, una nuova costrizione; every revolution, a different persecution. Così pacifico è ora questo luogo e così inquiete sono le foto di cui è pieno. Miseria umana! È come se le immagini avessero assorbito la violenza da cui il palazzo e la città tutta sono stati attraversati negli ultimi due secoli, sacralizzando definitivamente il passato e profanando il presente. Giacché mi domando: Chi ricorda più? Per chi è questo museo? Y a-t-il quelqu’un qui s’en souvient encore? Non ho che la guida a cui chiederlo; le mie domande si perdono nell’eco delle stanze deserte.

Museo di Ho Chi Minh City

Ritornato all’aperto, il monossido e l’umidità che addensano l’aria non tardano a soffocarmi il respiro in petto. Dopo aver vagato per qualche minuto con attitudine spersa, propendo per la visita ad un altro museo, nella speranza che possa anch’esso essere portatore di un clima più salubre. Il Museo della Riunificazione, installato nel centro di un grande parco, dista poche centinaia di metri dal museo di Ho Chi Minh City e mi pare un ottimo compromesso climatico-intellettuale. Cerco, tra le serpentine di turisti che fluttuano zigzaganti verso l’entrata – vere e proprie barriere antropologiche demotivanti – di raggiungere il mio obiettivo, la cui maestosità è visibile già da lontano, ma che nondimeno pare non prendere mia forma, come il più beffardo dei miraggi urbani. Sembrerebbe quasi di camminare dentro una fotografia a due dimensioni, se non fosse per i banchi di visitatori in processione che continuo a superare. Non si può pretendere, dopotutto, l’annientamento totale dell’homo turisticus (almeno non nel centro di Saigon), ma allo stesso tempo, l’inebetimento che ne affligge, come un virus, il volto smunto e l’andatura claudicante non ne facilita certo la spassionata difesa. Il cielo è tossico sopra di me, chino il capo e aumento il passo, e mentre mi avvicino all’entrata I wonder whether I will see the sky again. 

caduta di Saigon

Vero simbolo della riscossa vietnamita, cristallizzata a memoria dell’occidente nella leggendaria immagine della presa del palazzo, avvenuta il 30 aprile del 1975, da parte dei resistenti Vietcong, il museo della Riunificazione è rimasto in larga parte come quarant’anni fa. E tuttavia – rifletto – nonostante esso simboleggi, ora, la fraterna riscossa del paese e del suo popolo, non può in egual misura celebrare la fine dell’influenza imperialista americana: se è pur vero, infatti, che dopo il 1975 le truppe statunitensi abbandonarono fisicamente il sud del Vietnam, è altrettanto vero che dal 1991, il capitalismo made in USA si è riappropriato, metro dopo metro, città dopo città, del paese tutto, attraverso una coatta e pervicace inseminazione di beni, catene, bisogni e fabbisogni del tutto superficial. Ed è con questo amaro pensiero che mi accingo a pagare i 15000 dong d’ingresso. All’interno, il palazzo, un mastodontico monolite moderno di quattro piani a pianta rettangolare progettato da un vietnamita formatosi in Francia, pare congelato in un fotogramma architettonico meta-storico che ne ha incorniciato gli infiniti dettagli del quotidiano in un’esibizione quasi teatralizzata degli eventi di allora. Perfettamente allestita è la tavola delle riunioni al pian terreno, così come la sala presidenziale al primo piano: ogni concepibile capriccio materiale e artigianale è al suo posto. Nell’ala retrostante, invece, si trovano le stanze private dove soleva abitare il presidente (l’ultimo, il già citato Ngo Dinh Diem), prima che il palazzo fosse distrutto dal fuoco amico nel 1963.

museo della riunificazione

Difficile sostenere che il museo non sia ben organizzato – rappresenta pur sempre uno dei maggiori vanti della città e uno dei pochi landmark a relativizzare il marcato divario culturale tra Saigon e Hanoi – eppure…eppure, l’eccessiva sovraesposizione dell’allestimento – “as it once were”, viene ribadito da più parti – insieme al flusso costante dei visitatori e alla scia di profanazione che si portano appresso per il loro atteggiarsi a…visitatori, ebbene, tutto questo spaccio di narcisismo, stronca, a priori, ogni volo dell’immaginazione, ogni sforzo individuale e collettivo di ricostruzione del passato. E allora, quale senso storicistico trasuda il museo? Davvero, non so. I am puzzled. Tutto viene mostrato, ostentato, ludicizzato, è possibile addirittura sedersi sulla poltrona dell’ex-presidente, e chissà quale istinto di super-egotismo dovrebbe suscitare nel visitatore un tale insediamento. Il palazzo non manca di fascino, ma il problema è altrove, ailleurs. Nulla ci viene domandato; nessun silenzioso sforzo di indagine è richiesto; il passato non è mai, davvero, passato. Se il museo di Ho Chi Minh City sollecitava a investigare le pieghe più cupe e i detour più marcescenti della recente storia vietnamita, accompagnati in questo, ad ogni passo, dai silenzi delle stanze, dalla quiete della riservatezza, o da un semplice oggetto che subito si faceva simbolo e finanche allegoria; qui, al contrario, la peregrinazione è satura di spettacolo e quando non sono le stanze ad essere ricche di memorabilia, sono i turisti a frustrare ogni suggestione con il loro avanzamento a sciame d’ape, fastidioso e massificato ad un tempo. E allora pare davvero che la storia del paese inizi e finisca all’interno di queste mura, come una pièce teatrale inscenata all’infinito. All very disappointing.

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