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Cinema

International Jarman blue

Blue di Derek Jarman, 1993“In the pandemonium of image I present you with the universal blue”. Già: nel marasma ingovernabile degli oggetti sensibili, Derek Jarman innalza il blu, superiore per purezza e dignità ontologica, sul caos della materia. Come Yves Klein sulle sue tele. Per non rimanere intrappolati nella bolgia d’impressioni fallaci, per assurgere a una verità più alta. Perché, scandisce cavernosa la voce di Nigel Terry, “blue trascends the solemn geography of human limits”. Il blu trascende la solenne geografia dei limiti umani. E intride di sé il tempo che scorre, come i vent’anni che ci dividono dalla nascita dell’ultimo lungometraggio di Jarman (Glitterbug, del 1994, non è altro che la collazione di vecchi super8). Un ventennale che profonde, a saperle cogliere, occasioni preziose per meditare su uno dei film più importanti, estremi, unici del ventesimo secolo e sul suo demiurgo.

Affascinato dai dipinti monocromatici dell’artista francese, Jarman maturò già nel 1987 l’intenzione di dedicare loro un film. Il geniale cineasta britannico, ricordiamolo, aveva iniziato come pittore, senza mai emarginare, dalla sua esistenza, la passione per il pennello e per i quadri. Da subito, tuttavia, escluse di realizzare un altro biopic, come Caravaggio, l’opera che nel 1986 lo sottrasse all’underground per conferirgli una fama planetaria. L’interesse non doveva appuntarsi tanto sulla figura di Klein, quanto sulle sue intuizioni estetiche.

Jarman non era più lo stesso uomo. Qualcosa, dentro di lui, un clandestino nelle stive del corpo, cresceva minaccioso. Il virus. Quell’HIV da cui si era scoperto affetto nel 1986. Il 22 dicembre, a tener fede ai diari. E la malattia diverrà parte integrante nella genesi della pellicola. La stessa sindrome che, nel 1994,  condurrà il regista alla morte incrocia, in un intreccio mai così stretto e doloroso tra vita e arte, la riflessione su Klein. Alla fine, Blue sarà un film sull’AIDS non meno di quanto lo sia sul colore e le sue implicazioni teoretiche. Perché, se su Klein Jarman aveva escluso un biopic, con altrettanta risolutezza, per narrare la sua condizione di sieropositivo, si era negato un film a soggetto, uno dei molti esempi circolati di narrazioni con un malato per protagonista, non desiderando smarrirsi in una sceneggiatura sciropposa e lacrimevole. La necessità che Jarman aveva sempre avvertito di trasferire se stesso nelle sue creazioni si traduce in un modello supremo di sublimazione. Di più. “Attraverso il blu di Klein Jarman risolve il problema della rappresentazione di un virus invisibile”, come ebbe a scrivere Gianmarco Del Re. Perché tutto ciò che allo spettatore è dato di vedere è il blu, uno schermo che per settantanove minuti riproduce la stessa, ampia e imperturbabile campitura d’international Klein blue, la tonalità di colore brevettata da Klein. Ma “tutto ciò” non significa “soltanto”, perché il blu è una finestra aperta su realtà abissali.

Derek Jarman

Quando Jarman “gira” il film, la malattia lo sta progressivamente devastando. Le retine sono regolarmente aggredite da una forza oscura, che condanna gli occhi a lunghi periodi di cecità, parziale o integrale. Lo schermo monotono rappresenta, in fondo, questo. La vista, tuttavia, come una lunga tradizione ci insegna, è sì il più potente veicolo della conoscenza, ma anche il passepartout di un sapere assai più stolto e ingannevole. Più che mai in una società come la nostra, affollata di stimoli visivi. Omero, nel ritratto che ce ne consegna la leggenda, è cieco eppur sapiente, anzi sapiente perché cieco, privato della vista fisica e capace, perciò, di spingere l’occhio della mente dove gli altri mortali non arrivano.

Se la filmografia di Jarman si è sempre distinta per audacia e sperimentalismo, fin dallo sfolgorante, magnifico esordio nel lungometraggio, Sebastiane (1976), un lavoro come Blue rappresenta una ferita stilistica inguaribile, oltre la quale nulla di simile al passato sarebbe stato possibile. E, probabilmente, un risultato così ambizioso non sarebbe stato immaginabile se Jarman non avesse potuto contare sul suo fido produttore James Mackay, che, come già avvenuto, riuscì a intercettare finanziamenti di Channel 4, della Bbc e della casa di distribuzione giapponese Uplink. Dall’altra parte, non tardarono a rispondere, alla chiamata di Derek, tre attori e amici davvero speciali: il già citato Nigel Terry (il Merisi di Caravaggio e il Mortimer di Edoardo II), John Quentin (il Keynes di Wittgenstein) e, non ultima, la musa di Jarman, Tilda Swinton. Voci narranti che s’incaricano di testimoniare il ripiego soggettivo di Jarman e il pensiero del blu; voci alle quali anche il regista, benché per una manciata di battute, s’aggiunge.

Tilda Swinton ricorda Derek JarmanInsieme al compositore Simon Fisher Turner, altro fedele collaboratore, Jarman sviluppa una colonna sonora gravida di tutti i suoni e i rumori di sottofondo, reale o ideale, dei luoghi, reali o ideali, a cui si accenna. Il tramestio di un bar o della strada, il ronzio degli elettrodomestici di casa, i segnali acustici dei macchinari ospedalieri, ma anche le armonie, talvolta intemperanti, della natura, del mare, della pioggia, dei tuoni; e ancora, i rintocchi di una campana tibetana e un coro di voci bianche; e assoli di pianoforte e saxofono, o le sublime Gnossierre di Erik Satie.

Ad ascoltare le voci acusmatiche degli interpreti, Jarman pare discostarsi, almeno in superficie, dai suoi temi prediletti (la decadenza del Regno Unito, lo sfacelo ambientale e culturale del presente, il culto del passato e, in particolare, dell’età elisabettiana, la sessualità, e l’omosessualità soprattutto, come unica verace asserzione di sé) per scendere al resoconto della sua sfibrante convivenza con la malattia e all’enunciazione dei suoi crucci spirituali, la rampa di lancio per innalzarsi (e innalzarci) alla sua personale cosmologia.

Anche se risulta difficile crederlo, Blue è un film estremamente carnale e corporale. Jarman, infatti, non tace l’impatto del morbo sull’organismo. Al contrario, formula addirittura una descrizione dettagliata degli effetti collaterali dei farmaci, le dodici pillole che è costretto ad assumere quotidianamente, medicinali che gli inquinano il sangue, gli stravolgono l’apparato digerente. Non glissa sui traumatici interventi al laser che gli restituiscono, provvisoriamente, la vista, durante i quali non percepisce altro che lampi spaventosi, guarda caso blu. Non dimentica, anzi ne elenca i drammatici nomi, tutti gli amici che, come succederà a lui, hanno perso la loro partita con il male. Non nega di aver contemplato il suicidio, di sperare nell’eutanasia nel caso di un ulteriore aggravamento, di dipendere, per il momento, dalla morfina. Si domanda, pensando alle notizie sulla guerra dei Balcani rigurgitate dai media, quale bisogno lui abbia di ascoltarle, se tutto ciò che attiene alla vita e alla morte abita dentro di lui.

Blue di Derek Jarman, 1993

Il blu è il colore della paralisi esistenziale, spalmato su di uno schermo inerte. Ma è anche, ed ecco che il film libera la sua anima metafisica, il colore del mare, del cielo, dell’infinito. Dell’amore universale, e infatti “Blue is the universal love”, recita l’assenza diafana di Swinton, e del destino, di un destino cieco e inesorabile, “blind fate”, come dice Quentin.

Significati che, forse, un individuo sano e immerso nel traffico mondano non coglierebbe. Si riaffaccia sempre il medesimo discorso: quanto il pandemonio dei sensi ci distoglie dal senso? Torna in mente la battuta con cui lo squinternato Ivo, Roberto Benigni a uno dei suoi vertici, conclude La voce della Luna, il capolavoro testamentario di Federico Fellini, ispirato da Ermanno Cavazzoni: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremo capire”. Il cammino teorico dell’arte astratta è, in fondo, questo: la spogliagione dell’universo fenomenico, per guadagnarne l’essenza. Un orientamento che non fu appannaggio esclusivo del mistico Klein, ma che accomuna molti grandi del Novecento, dal Kasimir Malevič padre del Suprematismo, al divino Piet Mondrian, a Barnett Newman in America, solo per limitare il campo a chi coniugò supremazia cromatica e rigore geometrico, trascurando, quindi, chi si indirizzò ad altre forme, più liriche, di astrattismo. E, in fondo, il cinema di Jarman non è attraversato dalla stessa direttrice? Riconsideriamo i titoli che precedono Blue. Edward II (1991) è quanto di più distante si possa concepire dalla trasposizione, per giunta inglese, di una tragedia di Christopher Marlowe: una scenografia spoglia e concettuale e abiti contemporanei rimpiazzano la sontuosità degli arredi e dei costumi d’epoca che era logico attendersi. È l’essenza del testo che importa. Così come il televisivo Wittgenstein (1993) ben si guarda da una ricostruzione materialmente coerente dell’Austria o della Gran Bretagna del tempo, per immergere il filosofo in una dimensione scabra, onirica, indeterminata. Compariamo Edoardo II e Wittgenstein a un’opera del 1978, Jubilee. Ridondante, pirotecnica, eccessiva. La rastremazione in atto, nell’estetica jarmaniana, è piuttosto evidente.

Derek Jarman

L’esporsi di Jarman, pur ritraendosi dietro al blu della parete che lo divide dal pubblico, non è scevro di connotazioni politiche. Parlare del virus per conoscerlo, prevenirlo, combatterlo. Attività alla quale Jarman si dedicò strenuamente dagli anni Ottanta al decesso, lacerando a poco a poco la trama dell’ignoranza collettiva e l’ostilità del governo (Thatcher), reo, per il cineasta, di un’informazione edulcorata e distorta, ma anche di una strumentalizzazione dell’AIDS tesa ad affossare la comunità omosessuale. Jarman, negli ultimi anni di vita, divenne così un simbolo, l’emblema di una battaglia sofferta ma irriducibile per i diritti dei malati e contro le ristrettezze di una società che percepiva sempre più ostile. Se nel suo immaginifico diario A vostro rischio rischio e pericolo. Testamento di un santo, scriveva che, per lui, l’arte era stata “una fuga dall’eterosocietà” (un’eterofobia strisciante attraversa il Jarman pensiero), Blue sintetizza la più radicale delle fughe e la più agguerrita delle tenzoni.

Colpisce ancora, nel riguardare il film, come, tra le voci catacombali degli attori (Quentin, Swinton e Terry non lesinano certo su solennità e impostazione), quella di Jarman sia la più squillante, addirittura divertita e sorniona, nel narrarci la partenza per l’ennesimo ricovero. Era un uomo finito, ormai. Ma non per questo abbattuto. La sua voce suona come un messaggio di speranza. Il dono di chi ci ha regalato il blu.

Blue

Regia: Derek Jarman
Soggetto e sceneggiatura: Derek Jarman
Musiche: Simon Fisher Turner
Produzione: Basilisk Communication Ltd., Bbc Radio 3, Channel 4, Uplink
Origine: Regno Unito, 1993Voci narranti: Derek Jarman, John Quentin, Tilda Swinton, Nigel Terry

I testi citati

Gianmarco Del Re, Derek Jarman, Il Castoro, Milano 2005
Derek Jarman, At your own risk, Hutchinson, Londra 1992; trad. it. A vostro rischio e pericolo. Testamento di un santo, Ubulibri, Milano 1994

Da Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=SWnhROyNMZo

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