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Percorsi

Saigon by day (III)

Cena e riflessioni

Quando esco dal museo della Riunificazione è tardo pomeriggio. Mi adagio un istante sul prato del parco Cong Vien Hoa che introduce al palazzo; il sole inizia la sua ritirata, non certo timida, anzi piuttosto rapida, verso l’orizzonte, ma il caldo non sembra diminuire conformemente. Mentre fisso sull’agenda alcune riflessioni della giornata, il vecchio dallo sguardo sperso, il vitale ribollire del porto, il suo essere luogo di crudele transizione e affamata vitalità, il museo di Ho Chi Minh City, la bowl fumante di noodle del mattino… realizzo, come attraverso un processo autoriflessivo, che non ho mangiato nulla dall’alba. E al solo pensiero una stanchezza atavica mi annebbia il cervello. Completment épuisé, mi abbandono sull’erba. Questa volta voglio concedermi una cena più tranquilla e prolungata delle precedenti e allora, Routard alla mano, cerco una destinazione gatronomica che possa accogliermi senza l’implicita richiesta di sedersi ed alzarsi nel giro di un quarto d’ora. Poco distante dal museo la guida segnala un imperdibile ristorante che cucina specialità di pesce vietnamite: il Ngoc Suong, vera e propria istituzione anche tra gli autoctoni. It’s worth giving it a try, mi dico; sicché, zaino in spalla, mi avvio in direzione sud-ovest. Nonostante la segnaletica stradale di Saigon non sia particolarmente intuitiva, dopo un breve girovagare vengo accolto sotto l’insegna rossa del ristorante da un gaudente stuolo di camerieri. Evidentemente, dato l’orario inconsueto, sono tutti a mia disposizione.

insegna ristorante

Imbarazzato in egual misura da tanta ospitalità e dalle mie condizioni di viaggiatore consunto, mi accomodo, tout seul, ad un grande tavolo di legno, rinfrancato nelle mie membra pesanti dall’aria fresca alimentata da diversi ventilatori e dal contesto floreale che connota l’ambiente. Un giovane dai capelli ispidi mi si materializza davanti e mi riempie il bicchiere di acqua e ghiaccio. Nonostante diffidi dal bere acqua di cui non conosco la provenienza, ringrazio con un cenno del capo e prendo qualche sorso. A quel punto si fa avanti una minuta ragazza che pare letteralmente lievitare sul pavimento: non un rumore produce il suo passaggio, non una piega nel vestito tradisce anche il più lieve del movimenti. Forse è un’apparizione, mi dico. Ma da dietro la schiena, dove entrambe le braccia fino a quel momento erano rimaste nascoste, la donzella fa apparire il menu, che mi viene posto davanti con un’avvertita e calcolata delicatezza del gesto umano. La situazione mi diverte e imbarazza allo stesso tempo. Sono forse oggetto di una procedura iper-zelante? O rappresento il test su strada dei neo-assunti? E se invece – pensiero ansiogeno – fosse tutto “normale”? “Merci”, dico alla donzella, ricorrendo al francese senza nessuna precisa ragione, se non quella, peut-être, che la ritengo la lingua più nobile all’udito e al galateo, tra quelle che conosco.

menù vietnamitaSfoglio il menù fitto di caratteri che non conosco – fortunatamente, però, tradotti anche in inglese e francese – e di piatti di cui ignoro tutto: composizione, preparazione, gusto, ingredienti. Ma non devo temere, perché l’assistenza dei camerieri è onnipresente. Senza consentirmi alcun assaggio di incertezza, o alcun piacere per la titubanza della scelta, un terzo garçon, prima ancora che io sia giunto a metà del menù, mi si avvicina con maniere cordiali e impettite, sguardo rasserenante, voce calma e discreta, inglese quasi perfetto, e così proferisce: “I would dare to suggest, sir, our plate of the day: steamed swordfish with lemongrass, wrapped in a grape leave”. Sono abbastanza avveduto da sapere che non si deve mai rifiutare il consiglio di un cameriere, soprattutto se ci si trova in un ristorante di pesce e, soprattutto, se si tratta del piatto del giorno. Probabilisticamente – sempre in buona fede parlando – le chance che il pesce sia fresco aumentano smodatamente. Acconsento, dunque, alla proposta con aria soddisfatta e conciliante; l’aria di chi ritiene di star concludendo, in fondo, un affare vantaggioso, ben sapendo però che le vere implicazioni potrà valutarle solo nel retrobottega dei propri pensieri, quando gusti e suggerimenti si incontreranno razionalmente. “It’s fine, thank you” replico, questa volta sintonizzandomi sull’inglese. Poi allungo al garçon il menu e in quel frangente, vedendo la manica della mia maglietta impregnata di sudore, vengo trafitto dall’imbarazzo: Sir?! How is that possible? Beata Vietnamese-English politeness

L’attesa è prolungata e questo mi fa ben sperare per il cibo, ma soprattutto mi permette di rifiatare dall’afa outside; le pale del ventilatore come vera benedizione pagana ante-cena. A turno i camerieri passano al mio tavolo per chiedermi se necessito di qualcosa, o anche solo per riempirmi il bicchiere, quasi da solo non fossi in grado di farlo, o ritenessi il gesto, tout simplement, degradante. Tutti gli altri tavoli sono ancora vuoti. Mi tiene compagnia, questa ciurma di giovani soldatini, ecco tutto, forse credono che io soffra la solitudine della distanza. Le loro intenzioni, per carità, sono indubbiamente cristalline per dedizione e devozione, ma la loro presenza, costante, ha un retrogusto di rinnovata subordinazione che non manca di insinuarmi un brivido di disagio. Mi sento, in effetti, quasi costernato dal rappresentare, in quel momento, l’unico centro di gravità della loro servizievole abnegazione. È qualcosa che va oltre l’ospitalità; è una ossequiosa, muta deferenza nei confronti della vita. Infrangete la pratica! Respirate! Ricordatevi chi siete, and, please, don’t call me sir! Eppure, nonostante tutto, nonostante si tratti di un atteggiamento eccessivo, demarcante, spropositato, chi sono per giudicarlo e giudicarli? After all, it could simply be good manners.

piatto di pesce

Ed eccomi qui, dopo aver riflettuto sulle vicissitudini di questa città secolarmente contesta, dilaniata, spartita, ricomposta… eccomi qui, in abiti intrisi di sudore e polvere, a riflettere ora su me stesso e su questi giovani, su tutto ciò che ci separa e ci unisce, sul privilegio che detengo, in quanto viaggiatore – soggetto economicamente indipendente, politicamente libero, ideologicamente permutato dal vizio di voler scoprire, vedere, toccare, indagare, senza una vera ragione, se non quella di sfamare un capriccio dell’esistenza  – sul privilegio, dicevo, che detengo di essere qui e sul conseguente implicito fardello che la mia stessa persona si porta appresso ricordando loro, attraverso l’arroganza di ogni mio sorriso, alla quale loro rispondono – e come non potrebbero – con l’anonimità di ogni loro sorriso, tutto ciò che loro non-sono e tutto ciò che devono fare per essere, ovvero per diventare, ovvero per non scomparire… e ciò che devono fare è, qui, ora, servirmi e riverirmi. E allora non sentite, là fuori, i rintocchi dell’incongruenza? Il y a un problème ici. Voi siete uomini! La cena è una delizia. Letteralmente. Ma il punto è altrove. I miei pensieri dove vanno? Mi conducono su vie grigie e tortuose, sentieri di autocritica e di relativizzazione del mio essere nel mondo, del mio essere qui, a Saigon, e del sentirmi, dopotutto, benedetto, anche solo per il fatto di poter menare queste stesse riflessioni di pavida consapevolezza, senza poi dover pulire i piatti nel retro della cucina. Anche perché – devo ricordalo a me stesso – sempre troppo pallida è la realizzazione che ogni volontà di confronto, o paragone che sia, non può non scontrarsi con il doveroso rispetto della diversità, intesa come diverso punto di arrivo e partenza, diverso tragitto di vita, diversa prospettiva e tensione dell’essere. Ognuno segue e insegue se stesso. Anybody runs after himself.

cameriereE allora spero, dentro di me, con tutto me stesso, spero davvero che il loro essere qui sia il frutto di una scelta; o anche solo uno strumento di resistenza; ma che non rappresenti mai una ragione, un fine, una destinazione in sé, e non tanto perché il servire ai tavoli sia in qualche modo svilente – ah! Questo poi, no! – ma perché il lavoro, in itself, non dovrebbe mai sostituire l’essere umano, non dovrebbe mai sostituirne le idee, le libere associazioni, i sogni altri, ovvero i sogni non alimentati dai bisogni. Il lavoro come forma di emancipazione è una bisbetica trovata propagandistica, giacché già ora, e anche prima di ora, oltre questo tavolo che ci divide, e senza i ruoli che ci distanziano, io so che sono come loro. Io so che i miei vestiti, il mio zaino, la mia macchina fotografica, non potranno mai validare l’erezione di barriere umane e antropologiche; salariali quello sì, ahimè, ma non esistenziali. Argent maudit! E so, ne sono certo, che anche loro, dietro a quelle loro maschere che hanno imparato ad indossare con tanta abnegazione, serbano una richiesta di rispetto che grida una rabbiosa e silente necessità di essere guardati, da pari, negli occhi. E ciò che poi nascerà da questo incontro, sarà solo questione di affinità. Un abbraccio o un rifiuto non cambiano il fatto di essersi incontrati. Thank you, sirs and madames.

Poi, finalmente, il ristorante si riempie. I camerieri rompono le righe e si disperdono come schegge ai quattro angoli della sala. E con il loro dileguarsi anche la claustrofobica densità dei miei pensieri si dirada. Conclusa la cena, pago 90.000 dong al ragazzo che, per primo, mi aveva fatto accomodare, ed esco salutando tutta la ciurma. Fuori, l’aria si e’ fatta sbarazzina e  più vivibile. Thanks God. Il sole e’ ormai oltre il crepuscolo e non può che irradiare l’occidente di luce riflessa, suscitando un’eco di tonalità sempre più vellutate. Poi, dopo qualche minuto, a tappezzare il cielo non rimane che un incenso di nuvole. Mentre ritorno lentamente verso l’Orient House mi accendo una sigaretta. Il trambusto è identico alla sera precedente, ma se allora aveva acceso in me innumerevoli suggestioni, adesso, causa la stanchezza, grava su di me e su ogni mio passo come un’imperitura maledizione.  L’alba è ormai lontana, o forse neanche tanto, se si ribalta la prospettiva circadiana. Una cosa però so per certo: è tempo per me di ridiscendere D Le Lai e farmi accompagnare in un lungo sonno ristoratore da qualche pagina di letteratura.

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