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Omnia

La vita è sogno. Un antico dilemma

Zhuang Zi o Chuang-tzu L’apologo è arcinoto: Chuang-tzu si addormenta e sogna di librarsi nel cielo, nel corpo e con le ali di una farfalla. E altrettanto note sono le sfumature del paradosso di cui si tinge: è davvero l’uomo a sognare di essere una farfalla o è l’insetto a sognarsi in veste umana? Ciò che Chuang-tzu considera il suo risveglio, non sarà forse l’avvio del proiettore onirico della farfalla? Come venirne a capo? Buona domanda.

I sogni, luoghi arcani e pendii scoscesi dello spirito. Depositari, secondo la psicoanalisi, dei segreti dell’inconscio, hanno nutrito l’arte surrealistica e, già prima, la pittura romantica. Per non parlare dei pigmenti che hanno sciolto, nel corso dei secoli, nell’inchiostro dei letterati e della presenza che registrano nelle mitologie di ogni dove, visitati da rabbrividenti presenze oltremondane o premonitori del futuro. Giuseppe, figlio di Giacobbe nella Genesi, lo sa bene. Perfino il cinema si è avvantaggiato della loro confondibilità con la vita e non solo nei paraggi del Surrealismo. Si pensi soltanto a un thriller mozzafiato come La donna del ritratto di Fritz Lang, anno Domini 1944.

Al di là, tuttavia, del profitto che un fascino intrinseco ha potuto addurre in termini di elaborazione di teorie scientifiche o sfruttamento poetico, i sogni sollevano, per loro stessa natura, una tormentosa aporia filosofica, connessa all’incerta relazione con la realtà quale sussiste (?) durante la cosiddetta veglia. Una questione tramandatasi come un rovello, rimbalzata dall’Oriente all’Occidente, e ineludibile, nella sua inquietante irriducibilità. Esiste un criterio per discernere con certezza il sogno dalla veglia, i contenuti onirici da quelli empirici? Un criterio oggettivo, condiviso, universale, necessario, inopinabile? Come possiamo essere sicuri, anche in questo momento, che non stiamo sognando? Sicuri senza se e senza ma? Che già uno dei protagonisti della scuola taoistica si ponesse il problema è un indice di quanto radicale esso sia. Per Chuang-tzu, certo, esiste il Tao, legge cosmica nella quale gli opposti si compenetrano e il tutto si risolve, ma il mondo di quaggiù è un crogiuolo di apparenze transeunti e il teatro di un linguaggio fraudolento che non fa che trarci in inganno.

Cartesio

Cartesio non sognò probabilmente mai di essere una farfalla, ma un dubbio analogo scosse la sua impresa di fondazione del sapere scientifico. E ne rimane traccia nella prima delle Meditazioni metafisiche, pubblicate nel 1641. Nell’operazione di pulizia epistemologica che René Descartes va compiendo, le prime conoscenze a finire sotto la scure di un irrinunciabile scetticismo sono quelle derivate dai sensi, spesso date per vere, senza accurata verifica, solo per l’evidenza con cui si impongono. L’autore ammette che, infatti, è difficile ingannarsi sulla percezione di oggetti vicini; la prossimità pare spesso una ragione sufficiente per fidarsi dei sensi. A lui, almeno, risulta arduo dubitare di trovarsi presso il fuoco e di indossare la vestaglia che lo riscaldano, fuoco e vestaglia, mentre medita. Ma ecco che, a pensarci bene, un’obiezione viene avanti. Capitò di sognare, a Cartesio, di sedere davanti al caminetto e portare la stessa vestaglia. La nitidezza dell’immagine può costituire un discrimine? Per chi ragiona sul serio, no. E, infatti, il filosofo non può che concludere:

Ed indugiando su questo pensiero vedo così chiaramente la mancanza di indici concludenti e di segni abbastanza certi con i quali io possa distinguere nettamente la veglia dal sonno, da esserne stupito; ed il mio stupore è tale che è quasi capace di persuadermi che dormo.

Per giunta, esiste una trama di elementi, i componenti basilari delle cose, che apparentano inevitabilmente sogno e realtà, perché non possono mutare dall’una all’altro e, conservandosi tali, disegnano un ponte tra le due sponde. Descartes riflette su come i pittori sappiano strabiliarci creando sulla tela le più improbabili creature. Ma anche le raffigurazioni di satiri e sirene si devono avvalere degli stessi ingredienti fondamentali, le tinte, che caratterizzano le figure ordinarie, aliene al soprannaturale. E ciò vale anche per le proprietà immanenti a ciascun corpo, “la sua estensione, la figura delle cose estese, la loro quantità o grandezza, il loro numero, il luogo dove si trovano, il tempo che misura la loro durata”. Tutto ciò che può essere espresso da valori numerici. Ragion per cui l’aritmetica e la geometria presentano un grado di affidabilità superiore alle scienze naturali. E, per tornare al dilemma di partenza, Cartesio si ritrova ad ammettere che due più tre farà sempre cinque e il quadrato non supererà mai i quattri lati sia che si sogni, sia che si vegli. E allora?

Pedro Calderón de la BarcaIn un periodo assai ravvicinato a quello in cui Descartes componeva, in Olanda, dove si era trasferito lasciata la Francia natia, le Meditazioni metafisiche, in Spagna Pedro Calderón de la Barca redigeva uno dei capolavori del teatro barocco. Nel 1635 debuttava, infatti, a Madrid, La vita è sogno, storia di Sigismondo, principe di un fiabesco regno di Polonia che, con la forza del carattere e l’ingegno, riesce a sopraffare il fato e il malaugurio di cui gli astri lo ricoprono e a insediarsi sul trono che gli spetta di diritto. Sigismondo è cresciuto in ceppi in una torre isolata, bandito dal padre Basilio perché non si compissero gli infausti presagi. Ed è proprio Basilio a ordinare di concedere un’opportunità all’erede, stabilendo che venga condotto alla reggia addormentato. Se, una volta sveglio, la sua condotta a corte sarà deplorevole, gli verrà somministrato un ulteriore narcotico e, riportato alla prigione, Sigismondo avrà creduto di essersi trastullato in un lungo sogno. Il principe, incattivito da anni di reclusione, è una belva e il suo comportamento a palazzo si distingue per ferocia e turpitudine. Non si potrà operare diversamente che instillandogli la convinzione di aver sognato e di non essere mai uscito dalla torre. Quando, però, una sollevazione popolare lo libera per consegnargli la corona, Sigismondo è un altro. Ha imparato, dall’esperienza, che la gloria terrena non è altro che un’illusione cangiante ed effimera; e con animo rischiarato e sereno, senza ingordigia e pravità, s’incammina verso una saggia (ri)conquista del potere. Fondamentale la chiusa del suo monologo, nel secondo atto:

Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione. E il più grande dei beni è poca cosa, perché tutta la vita è sogno, e i sogni sono sogni.

La commedia di Calderón de la Barca non si serve soltanto di un sogno presunto come escamotage narrativo, non si limita a ribadire che il successo è vanità e la sorte arride a fasi alterne, ma si lascia percorrere dalla scompaginante perplessità sull’effettiva sussistenza di quanto ci circonda. I personaggi, davanti all’estrosità degli eventi, sono spesso attraversati dal dubbio che tutto possa essere un sogno, da Clotaldo, il carceriere di Sigismondo, che ritrova grazie a una misteriosa coincidenza una figlia che non ha mai incontrato (e commenta: “Non riesco ancora a capire se queste cose sono fatti veri o illusione”), a Basilio, convinto che il trucco per raggirare il figlio funzionerà proprio perché nessuno può discernere con prove inequivocabili il sogno dai fatti. E si ritorna lì, al problema del criterio.

L’inverosimiglianza di alcuni costrutti onirici può certo aiutare: chi sogni di cavalcare un ippogriffo ha più ragioni di altri di ritenere che quella non fosse la realtà. Ma per i sogni più banali, come il focolare e la vestaglia di Cartesio? Il risveglio, in quanto interruzione di una continuità e della pseudo-realtà che la informava, può rappresentare la soluzione. Ma, siamo onesti, non si tratta di un argomento incontrovertibile. Perché possiamo anche sognare di risvegliarci, o almeno supporre di sognarlo, senza risorse per confutare simile ipotesi. La questione può apparire oziosa ed essere tranquillamente risolta dal buon senso. Tutti, nella vita di ogni giorno, sanno distinguere il sogno dalla veglia; ma, purtroppo, non esistono parametri razionali e inattaccabili per suffragare tale certezza. E la questione non è oziosa proprio perché sottende un interrogativo, perturbante o addirittura sconvolgente, sull’esistenza della realtà.

Sogno

Le Upanishad risolvono la controversia attraverso l’Ātman, la coscienza globale, avvolgente e onnicomprensiva che, riunendo tutti gli stadi dell’attività interiore, dalla veglia al sogno al sonno senza sogni, e armonizzandoli al mondo, annulla ogni pretestuosa alterità del soggetto dall’oggetto, del conoscente dal conosciuto, dell’immaginante dall’immaginato e perciò della realtà esterna da quella mentale. Tutto è Ātman. L’India ci offre una scappatoia, per giunta molto suggestiva, ma lontana dal soddisfare i requisiti di razionalità a cui è legittimo ambire, affiché tutti gli uomini, orientali e occidentali, possano trovare un accordo. Cartesio, invece, che avevamo lasciato nella pania della Meditazione numero uno, si solleverà brillantemente dal malumore del dubbio, offrendo alla conoscenza sia un appiglio psichico indubitabile, il cogito, sia un garante metafisico, un Dio giusto e benevolo, della cui esistenza fornirà, nel corso dell’opera, ben due dimostrazioni. Dio assicura che la vita non è un sogno, come, mutatis mutandis, l’Onnipotente di George Berkeley, nel secolo successivo, garantirà, in un universo di sole entità mentali dove nulla, concretamente, esiste, l’attendibilità delle nostre cognizioni. Al di là dell’ontologia di riferimento dell’autore, Descartes o Berkeley che sia, Immanuel Kant, al calar del Settecento, decreta l’inammissibilità delle prove razionali dell’esistenza di Dio. L’Ente Supremo può costituire un fondamento per il fedele, come lo era Kant, ma non per tutti. Ancora una volta, il criterio sfuma.

E, infatti, l’ultima parola viene proprio da uno dei filosofi più kantiani del diciannovesimo secolo, Arthur Schopenhauer, che nel suo trattato più celebre, Il mondo come volontà e rappresentazione, uscito nel 1819, dichiara:

Calderón de la Barca era preso così profondamente da questo pensiero, che cercò di esprimerlo in un dramma, che in un certo modo è metafisico: La vita è sogno. Sarà concesso anche a me di esprimermi con una similitudine: la vita e il sogno sono le pagine di uno stesso libro.

Per Schopenhauer, la vita equivale alla lettura ordinata, metodica, continuativa, regolare, per ciò che aggettivi simili possono significare. E il sogno?

Una pagina letta così isolatamente è invero senza connessione con la lettura ordinata: tuttavia non rimane molto indietro a questa, se si pensa che anche il complesso della lettura ordinata comincia e finisce parimenti all’improvviso, e si deve considerare solo come un’unica pagina più lunga.

La vita è, per Schopenhauer, un catena di circostanze tra loro connesse, ma anche nel sogno i fatti, a modo loro, si raccordano l’un l’altro.

Se, dunque, per giudicare scegliamo un punto di riferimento esterno a entrambi, non troviamo nella loro essenza nessuna distinzione precisa e siamo così costretti a concedere ai poeti che la vita è un lungo sogno.

Robinson e Bennett nel film di Lang

Appunto. Altrimenti, ad accontentarci della ragionevolezza e della probabilità. E continuare a vivere (e a sognare). Nella speranza che, quando le cose volgono al peggio, un brusco risveglio sopraggiunga a liberarci dall’incubo, come accade al povero ma forse non così innocente Edward G. Robinson, concupito e traviato dalla solita Joan Bennett nel film di Lang, salvo scoprire che sono i vortici della sua anima nera quelli in cui era precipitato. Se, invece, le cose non vanno poi tanto male, può essere dolce abbandonarsi al dubbio, come alla corrente del fiume la chiatta su cui Cidrolin, novello Michel Simon dell’Atalante, vive nei Fiori blu di Raymond Queneau, dopo che a bordo è salito il duca d’Auge, personaggio venuto dal Medioevo con due cavalli parlanti e a lungo sognato da Cidrolin. O era forse il duca a sognare Cidrolin? Il loro incontro non scioglie l’enigma. Ma se, con Schopenhauer, va concesso ai poeti che la vita è un sogno, concediamolo pure ai romanzieri.

Nota bibliografica

Le citazioni dalle Meditazioni metafisiche di Cartesio rispecchiano la traduzione di Bruno Widmar nella raccolta Tutte le opere, edita da Utet (Torino, 1969); da La vita è sogno di Pedro Calderón de la Barca, quella di Antonio Gasparetti per Einaudi (Torino, 1980); da Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, quella di Paolo Savj-Lopez e Giuseppe De Lorenzo nell’edizione Laterza (Roma-Bari, 1986).

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